Paolo Puppa
Una storia di solitudine

Il vedovo

«Insomma, è andato avanti per inerzia. Al nipote, molto invasivo e sgradevole, dal volto congestionato e un che di sporco addosso, ha fatto capire che non gradiva nessuno in casa, in quanto ancora del tutto autonomo»...

La colpa più grande, quella di non aver seguito la Carla. Si era immaginato tante volte, se mai fosse successo, di inghiottire interi flaconi, e subito dopo di distendersi sul letto deserto, mani incrociate sul petto. Sul comodino, il bigliettino di congedo dove avrebbe scritto in calligrafia chiara “Vado a cercarla”, oppure “Non la lascio sola”. Chi li avrebbe letti? E invece ha perso l’attimo. Domande come “se poi le pillole non funzionano?”  e “Se mi risveglio intubato in ospedale?”, sequestrato dal nipote, figlio della cognata, sono bastate a bloccarlo sulla soglia del gesto. In compenso, ha provato a lungo, poi, nell’incontro con gli altri, la vergogna di mostrarsi vivo comunque, senza l’ombra consueta alle spalle, senza la voce che gli gridava “E’ pronto!”, per invitarlo a tavola. Gli pare di mostrarsi nudo. Adesso quel che resta di Carla riposa sopra la mensola in salotto, dentro un’urna di ceramica azzurra, vicino ad una foto che la ritrae quando ancora non pesava tutti quei chili.

Insomma, è andato avanti per inerzia. Al nipote, molto invasivo e sgradevole, dal volto congestionato e un che di sporco addosso, ha fatto capire che non gradiva nessuno in casa, in quanto ancora del tutto autonomo. Col passare del tempo, si sarebbe magari diversamente organizzato. Anche la donna a ore adesso era superflua. Del resto, al supermercato trovava tutto. Perfino piatti già pronti. Con la lavatrice e la lavapiatti è stata però arduo all’inizio. La compagna del nipote, una bionda spilungona e incinta, ha perso un’intera mattina a insegnargli i vari passaggi richiesti. Tremenda però la sera, con il buio e la noia della tv, nonostante il cambio ansioso dei canali. Il cuscino accanto al suo non l’ha tolto. Quando spegneva, l’assaliva il rimorso di non aver avuto il coraggio di farla finita. Il fatto è che la moglie, poco socievole, specie per il complesso del peso crescente, l’aveva a poco a poco isolato da tutto e da tutti, e adesso, a oltre settant’anni, era troppo tardi per ricominciare. Gli è stato facile chiudere con la famiglia del nipote, un po’ assillante nel volerlo a cena il più possibile. Ma lui aveva una casa grande, e un bel conto in banca, quale dirigente delle Generali in quiescenza come si dice, con la pensione della moglie, impiegata all’Inps, depositata sul loro conto corrente da sempre, a rimpinguarlo. Un accumulo non trascurabile per l’erede, guardia giurata con un terzo figlio in arrivo.

All’improvviso, nel vuoto senza scampo della sua esistenza, è spuntata la vicina. Tutto è cominciato un pomeriggio piovoso in vaporetto. Gli si è seduta a fianco, e ha trafficato per chiudere l’ombrello. Faceva freddo e a star fuori nel battello c’era la bora che pareva di stare a Trieste. Ultima gita fatta con Carla. La incrociava spesso, la vicina, all’edicola del campo, e notava la bizzarria di quella vecchia, forse più grande di lui. Ragnatele di rughe dappertutto, il collo e le braccia inguardabili. Eppure, la donna lo colpiva per la tendenza manifesta a socializzare, a scherzare con gli altri, un temperamento certo opposto a quello della moglie da poco scomparsa. Portava guanti di pizzo, (il giornale fresco macchia, spiegava) e procedeva poi nella calle leggendo il quotidiano appoggiandosi ogni tanto al muro. Aveva un accenno di Parkinson per un leggero tremito alla testa. Si salutavano con piccoli cenni del capo, per abitudine e cortesia, pur non essendosi mai presentati. Ebbene, quel giorno in vaporetto la donna ha cominciato a snocciolargli la sua vita. Partendo dalla difficoltà di chiudere gli ombrelli al tempo d’oggi, costruiti in maniera poco professionale, è arrivata con disinvoltura a raccontargli del marito colonnello dei carabinieri cui aveva dedicato presto tutta se stessa non appena era stato colpito dall’Alzheimer. Da qui, pene dell’inferno che non augurava a nessuno, fino alla morte avvenuta due anni prima. E parlava sempre con il sorriso sulla bocca ancora carnosa. Innanzitutto, quello non l’aveva più voluta a letto. In compenso, mangiava di continuo dal momento che si dimenticava tutto, anche il pasto appena consumato. Così ingrassava a vista d’occhio ed era sempre più violento.  In compenso, aveva appreso la pratica del volontariato che adesso continuava in vari ospedali. Il tutto le dava una grande gioia. Poi, letta la stanchezza nel suo interlocutore, gli ha mormorato ad un tratto raccogliendo da terra l’ombrello: “Tocca a lei parlare, adesso. Dai, mi dica di lei. Dai. Sua moglie non c’è più, vero?”. Subito, lui si alza di scatto, anticipando la fermata, e sospirando di indignazione risponde: “Oh, di me non c’è nulla da raccontare, signora, un’esistenza tanto banale, la mia”.  Ma cosa voleva da lui, quella vedova con i pizzi ridicoli e le rughe impunite? Lo capisce giorni dopo, scorgendola sotto la finestra di casa sua in calle mentre scampanellava allegra, reggendo in mano un involto di paste. E lanciava di fatto uno squillo di sfida: “Dolcetti per il mio nuovo amico. Dolcetti o scherzetti”. Si compiaceva alla sua età di bamboleggiare e quell’iniziativa in pubblico che attirava i passanti infrangeva la triste serietà del suo mondo. Un gesto folle che mescolava un malanimo incomprensibile a uno sgarbo goliardico. Allora lui si sporge dal davanzale, con il rischio di far cadere dabbasso i timidi gerani appassiti, senza più le cure d’un tempo della padrona. Ma vuole spiegarle che è diabetico e non può pertanto assaggiare zuccheri di sorta. Invenzione colossale, ma sufficiente però per allontanarla, la testa china e rassegnata. Quella dichiarazione avrebbe purtroppo comportato l’impossibilità di entrare nella pasticceria di Calle Lunga San Barnaba, a due passi dal suo appartamento, dove si recava abitualmente. Perché lui odiava mostrarsi bugiardo in pubblico.   Nondimeno, gli capita poco dopo una esperienza assurda. Ormai era divenuto un angelo innocente, negli affari del corpo. Già la moglie, negli ultimi anni, era una specie  di sorella. Senza figli, i due bagni ben distinti accentuavano la distanza fisica tra loro. E non c’erano altre donne, nemmeno come fantasia.  Del resto, aveva avuto sempre paura del sudore dei corpi in azione. Già, lui temeva l’immagine delle femmine in calore, simili alla gatta di casa che strisciava per terra gemendo dalla voglia quando lui era bambino. Da lì, la convinzione che fosse bene castrare e sterilizzare le bestie. Rare volte gli era successo di sentire Carla fremere tra le sue braccia e lui si levava poi da quella fusione imbarazzato e a disagio. Ebbene, la notte stessa delle paste rifiutate, ha avuto un’erezione in piena regola. Sì, vedeva al di là del pigiama, al di là delle mutande sfilacciate il membro impennarsi con giovanile baldanza. In un inquieto dormiveglia si era trasformato infatti nel colonnello che voleva la vedova al suo fianco, in un tripudio di merletti e di guanti di pizzo. Un accoppiamento quasi completato, mentre la vicina sorrideva comprensiva e riconoscente per tanto trasporto. Era arrivato lì lì per. Ma forse era soltanto orina lo sgocciolio che zampillava dal suo grembo, tornato piccolo e rinsecchito.  Passano pochi giorni ed ecco la vedova che gli suona di nuovo con la consueta euforia. Era mezzogiorno e lui stava per andare a tavola, per un pasto sobrio da inappetenti. Da sotto la finestra, udiva la voce squillante che gli intimava: “Stavolta non torno indietro. Stavolta mangiamo assieme. Mi invito da me, visto che non lo vuol fare lei”. Non può che aprirle la porta a quel punto. La fa salire, senza aiutarla nella fatica di affrontare gli scalini, e subito dopo in cucina la vede sgomento aprire il frigorifero per lamentarsi che non c’era niente nella stiva. Poi, guardandolo con aria provocante, la signora del volontariato quasi gli grida eccitata: “Ma lei, giovanotto, se la fa colle giovani, vero? Sono loro che la alimentano?”. Lui, a denti stretti, ribatte di essere un anziano tranquillo, senza grilli in capo. “Andiamo, andiamo, giovanotto! Quei golf di cashmere non li indosserà certo per me?”. E si mette a trafficare con entusiasmo, divertita davanti a quel lavoro. Allora lui si lascia andare un po’ e confessa lo strazio di quei mesi, perché non fa che vedere la Carla a tavola, a letto, persino in bagno. Quelle parole però suonano false, e lui considera poco virile una simile confidenza ad una sconosciuta. E si morde le labbra per non piangere dal disprezzo per sé. Si trova disgustoso e poco virile in quei momenti, al punto da provare l’impulso rabbioso di trascinarla in cantina, quella creatura uscita da Arsenico e vecchi merletti.

Strano empito, il suo, fare violenza a quel mucchio di ossa che annunciano lo scheletro pronto a rivelarsi dietro i segni apparenti di vita. Si aggiunge un’incongrua, ma irresistibile associazione a sua madre, incluso l’abbraccio della notte recente. Poi, la donna smette di sorridere con una empatia per lui umiliante.   Comincia infatti a respirare a fatica e si siede su una grossa sedia di paglia, in cucina. Per qualche secondo, perde conoscenza. Quando si riprende, lui le domanda furioso se non sia il caso di chiamare un’ambulanza. Doveva con urgenza farsi un bel controllo al cuore, le suggerisce. E conclude trionfante che non doveva più ripetere quelle iniziative infelici. Ognuno a casa propria, specie nell’ora dei pasti. A fatica, la signora si rialza ed esce in silenzio, ripetendo sconsolata: “Sono settantotto, sa, settantotto”. Da quel giorno, quando si incrociano in calle, nemmeno un saluto. Meglio così, ovvio. Sentimenti ambigui, o magari congiungimenti senili immaginari rappresentavano situazioni aberranti, da evitarsi ad ogni costo.  Nessuno, o meglio nessuna, doveva distrarlo dalla devozione algida cui si sente destinato.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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