Roberto Cavallini
Alla Casa del Cinema di Roma

Gita al Mandrione

Le belle fotografie di Franco Pinna del 1956 - accompagnate dai testi di Pasolini - dedicate alla vita disperata della borgata romana del Mandrione mostrano un mondo vero e una contraddizione sociale mai risolta

Giravo per Roma in motorino, tanti anni prima del morettiano Caro Diario, erano i mesi a cavallo tra il ’69 e il ’70, ogni tanto, qualche mattina, saltavo le lezioni. Era una di quelle mattine dell’ultimo anno delle superiori quando oltrepassai Porta Furba ed entrai in un’altra Roma, entrai al Mandrione.
“Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’eterno dolore,
per me si va tra la perduta gente”.
Il ripetermi la terzina dantesca era, in qualche misura, rassicurante e funzionava bene come barriera emotiva per proteggermi nei confronti di quell’ignoto mondo, che mi si parava davanti agli occhi man mano che proseguivo lungo il rigagnolo fangoso e putrido, che divideva due file di baracche costruite, con materiali di risulta, sotto gli archi dell’Acquedotto Felice.

Procedevo, andavo avanti senza sapere dove sarei finito, ma proseguivo soprattutto perché avevo paura di fermarmi.

Che ci stavo a fare lì? Ero un intruso in casa d’altri.

Così giocando di gas, freno e frizione procedevo lentamente quel tanto che bastava per mantenere l’equilibrio e per soddisfare la mia curiosità cercando di scrutare dentro le baracche, dietro qualche tenda scostata, dove avvertivo un mondo di promiscuità, di lubricità e al contempo rendendomi conto della disarmata insensatezza di tutte le regole del mio mondo piccolo borghese.

Il timore era quello di oltrepassare un imprecisato confine oltre il quale avrei dovuto rispondere alla domanda, prima a me stesso e poi, se mi fossi fermato, a qualche interlocutore: A regazzì che cerchi?

Appunto, che stavo cercando?

Allora non conoscevo ancora Pasolini, se non per sentito dire, (pensare che avevo frequentato la quarta e quinta elementare alla scuola Franceschi a Donna Olimpia) l’avrei scoperto successivamente attraverso le proiezioni dei suoi film al cinema Farnese e poi attraverso i suoi libri e quella Roma polverosa ritratta costantemente in bianco e nero in una luce abbacinante, quella Roma, dove il sottoproletariato e i ragazzi di vita che Pasolini faceva esprimere in un romanesco falso e archetipico al tempo stesso, era la Roma che avevo cominciato ad esplorare, sempre grazie al motorino, ma successivamente anche grazie alle lezioni di Franco Ferrarotti alla facoltà di Sociologia.

Queste mie rimembranze intorno al Mandrione, sono riemerse perché sollecitate da una mostra, a cura di Paolo Pisanelli, esposta presso La Casa del Cinema di Roma, a villa Borghese, fino al 30 novembre dal titolo: Franco Pinna e Pier Paolo Pasolini. “Viaggio al termine del Mandrione”.

Franco Pinna (La Maddalena 1925 – Roma 1978) è stato un fotografo che potremmo definire neorealista, che nel 1952 con Plinio De Martiis, Caio Mario Garrubba, Nicola Sansone e Pablo Volta costituì la Cooperativa Fotografi Associati, ispirata al modello internazionale della famosa Agenzia Magnum. Sempre in quegli anni, Pinna seguì l’antropologo Ernesto De Martino nel corso di diverse spedizioni di ricerca in meridione. Nel 1959 pubblicò il suo primo fotolibro, La Sila, a cui farà seguito, nel 1961, Sardegna una civiltà di pietra. Successivamente collaborò col cinema ed in particolare con Fellini. Nel 1956 realizzò, insieme all’antropologo Franco Cagnetta, un’inchiesta sul Mandrione, supportata dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, a cui collaborarono Elsa Morante, Goffredo Parise e lo stesso Pier Paolo Pasolini. Il reportage che ne derivò viene, in questi giorni, presentato, per la prima volta, nelle sale della Casa del Cinema di Roma, dove una cinquantina di sue fotografie, sono state abbinate ad alcuni testi di Pasolini, tratti dall’inchiesta giornalistica, Viaggio per Roma e dintorni, pubblicata sul settimanale “Vie Nuove” (1958).

Pasolini in alcune delle sue riflessioni derivanti dall’esplorare il Mandrione si interrogava su cosa fosse Roma ed esprimeva il suo dubbio con queste parole: «Quale Roma? Dove finisce e dove comincia Roma? Roma è sicuramente la più bella città d’Italia – se non del mondo. Ma è la più brutta, la più accogliente, la più drammatica, la più ricca, la più miserabile… Le contraddizioni di Roma sono difficili a superarsi perché sono contraddizioni di genere esistenziale… la ricchezza e la miseria, la felicità e l’orrore di Roma son parti di un magma, di un caos».

Di questo magma e di questo caos faceva parte sicuramente il Mandrione. «Il Mandrione è uno dei villaggi di Tuguri. In fondo alla via Casilina, poco prima del Quadraro, c’è un acquedotto, sotto i cui archi passa la strada. A sinistra c’è un resto di porta barocca e una stupenda fontana. Si sale e si entra in una specie di budello: da una parte l’enorme muraglione dell’acquedotto, dall’altra una ferrovia tra argini fetidi e immondezzai. Contro il muraglione sono costruiti i tuguri: nei primi ci abitano degli zingari, poi più giù, dietro un secondo arco, tra due strapiombi di ruderi, incassato, c’è il villaggio vero e proprio. Anche di giorno, alle porte di quelle casupole, stanno le prostitute. Arriva sobbalzando nel fango qualche motocicletta, qualche macchina con dei giovanotti. Le madri chiamano rabbiose le loro figlie al lavoro».

Pinna ha fotografato le condizioni di vita al Mandrione, nei tuguri, quello delle prostitute, quello dei bambini, con spirito documentaristico, diretto, senza preziosismi linguistici, onesto e questa onestà le persone che ha incontrato l’hanno percepita e si sono prestate all’obiettivo con naturalezza, fidandosi del fotografo che, con la sua macchina “lenta”, una 6 x 6, come si evince dai provini esposti in mostra, che necessitava, per armare l’otturatore e trascinare la pellicola, di girare una manovella, quella macchina col mirino a pozzetto che costringeva il fotografo a guardare in basso per fotografare chi gli era di fronte, lasciava in qualche modo il soggetto della foto in una sorta di attesa, nella sospensione di lasciar fare e anche con la sensazione di non essere direttamente penetrato da un occhio indagatore.

Pinna usò in quel reportage dunque una fotocamera con la quale era più facile stabilire un clima di un rispetto reciproco tra fotografo e fotografato, il quale acconsentiva di lasciarsi “prendere” in una foto. Una serie di circostanze molto lontane dallo sguardo diretto e dalla velocità di una reflex, ben descritta dall’aggressiva espressione che in inglese suona to shoot a picture, sparare una foto.

L’atteggiamento partecipativo, umano e professionale di Pinna è ben sintetizzato dalle parole di Ernesto De Martino a margine di una spedizione al sud: «E ho anche trovato il fotografo. Si chiama Franco Pinna. Immagini precise, pulite. E poi è un sardo, un comunista: sente il problema fino in fondo».

Sentire il problema fino in fondo, è ciò che in questo “incontro” traslato nel tempo (le foto del ’56 e i testi del ’58) è l’elemento comune tra Pinna e Pasolini. Quest’ultimo ben conosceva la periferia romana sin da quando andò ad abitare a via Tagliere, a Rebibbia, e poi dalle parti Donna Olimpia dove ambientò le prime pagine di Ragazzi di vita.

Ricorda così, con estrema lucidità il coacervo di contraddizioni di quel mondo, quando un giorno insieme a due amici bolognesi, sconvolti da quelle scene di vita, in macchina al Mandrione, vede dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni, ruzzare nel fango davanti alle loro baracche: «Correvano qua e là senza regole, si muovevano, si agitavano, come fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti…Vedendoci passare un maschietto ormai ben piantato, malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca, e, di sua iniziativa tutto allegro e affettuoso, ci mandò un bacetto… La pura vitalità che è alla base di queste anime, vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza. Malgrado tutto».

Buona passeggiata al Mandrione, oggi non ci sono più i tuguri, ma qualche tenda di nuovi disperati è stata sistemata proprio lì per cercare riparo sotto qualche arco dell’acquedotto Felice.

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