Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Madri della speranza

Il nuovo film dei fratelli Dardenne, "Giovani madri”, è un inno corale al welfare state ma anche una riflessione profonda sul senso della maternità. Al di là di qualunque luogo comune

All’inizio doveva essere tutto un altro film, con una sola protagonista, una diciottenne che diventa madre, seguendo il modello collaudato delle storie che compongono da anni il “cinema necessario” dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, storie che gli hanno fatto vincere per due volte la Palma d’oro a Cannes. Ma è successo l’imprevisto, i registi hanno conosciuto le straordinarie professioniste – ostetriche, psicologhe, assistenti sociali – della “Maison maternelle” fuori Liegi che ospitava la ragazza, cioè quella struttura pubblica che in Belgio assiste madre e bambino in assenza di una famiglia, qualcosa che in Italia non c’è, una casa comunità dove le adolescenti provenienti da famiglie disastrate imparano a diventare mamme, o almeno ci provano. Così le protagoniste sono diventate cinque ed è nato il primo film “corale” dei fratelli Dardenne, anche se corale non è visto che ognuna resta al centro della propria storia.

“Jeunes mères”, Giovani madri, ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura (firmata dagli stessi registi) al festival di Cannes. E adesso spiego perché merita di essere visto.

È un film in presa diretta in tutti i sensi: senza colonna sonora, senza trucchi, senza effetti speciali, con inquadrature ravvicinate fatte spesso con la macchina a mano e un montaggio veloce che getta immediatamente lo spettatore dentro le vite di cinque giovanissime poco più che bambine, sincronizzandolo col ritmo del loro battito cardiaco accelerato dalle ansie, dalle insicurezze, dalla paura di non farcela. Perché tutte hanno appena avuto o stanno per avere un figlio. E a quel figlio non avevano pensato, non erano preparate, non l’avevano voluto, sono rimaste fino all’ultimo nel dubbio se abortirlo o tenerlo e poi si vedrà, magari si può sempre ricorrere all’affidamento.
Perla, Jessica, Julie, Ariane, Naïma non sono attrici, hanno quindici o sedici anni e i ragazzi di cui sono rimaste incinte hanno la faccia di bambini. Il film è il racconto incrociato della loro vita quotidiana all’interno della struttura che le ha accolte e che prende il posto della famiglia che non c’è. Loro sono arrivate nella Maison maternelle perché hanno scelto di averlo quel figlio a dispetto di tutte le difficoltà, a dispetto della miseria e della violenza, a dispetto dei maschi che le abbandonano, lo fanno nascere anche se vorrebbero scappare.

Perla è la mamma di Noè e cova una rabbia furiosa per Robin, il ragazzo che l’ha lasciata e con cui lei voleva farsi finalmente una famiglia. Per inseguirlo abbandona per tre giorni il figlio alle operatrici della Maison che con fermezza le insegneranno cosa significa responsabilità. Jessica non ha conosciuto sua madre che l’ha data in affidamento quando è nata, ha appena partorito Alba e si chiede perché non sente niente per la neonata. Quando finalmente ritrova la donna, le fa una sola domanda: vuole sapere perché l’ha fatto. Ariane è ossessionata dalla madre alcolizzata, perciò non vuole che sua figlia Lily viva nella miseria e nella violenza che ha conosciuto lei, meglio trovarle, anche se ha il cuore spezzato, una famiglia che la ama e le darà un futuro. Julie ha un passato di tossicodipendenza e vive nel terrore di ricadere nella droga, ma l’amore per la piccola Mia e per il suo ragazzo Dylan sono più forti e alla fine lei ce la fa, si sposeranno e metteranno su quella famiglia che non hanno mai avuto.

“Nella Maison maternelle le ragazze affrontano un percorso di consapevolezza a partire dai gesti che è necessario che compiano verso il proprio bebè”, hanno spiegato i registi. “Tutte sono accompagnate a scegliere liberamente e autonomamente tra maternità e affidamento. Stavolta sarà una loro scelta, non sarà il destino a scegliere per loro”.
Il film dei fratelli Dardenne è innanzitutto un inno al Welfare State che salva la vita alle giovani madri e ai loro bambini, e con l’aria che tira è un ottimo motivo per vederlo, anche se non è questo il focus della pellicola. Il secondo motivo: nel raccontare queste storie i registi evitano qualsiasi giudizio, sia verso le ragazze e le loro scelte, sia verso chi è parte delle loro famiglie spezzate. È l’assenza di giudizio il messaggio forte di un film che comunica allo spettatore la necessità dell’ascolto e del rispetto incondizionato per tutti. Il terzo motivo infine è la messa in discussione dell’istinto materno: la natura non c’entra, diventare madri si impara, è una relazione consapevole che si costruisce con i gesti di cura di ogni giorno. E fallire in certe situazioni è normale, certe volte scegliere per il proprio figlio un’altra famiglia è inevitabile ed è anche meglio.

Un film senza colonna sonora, dicevo. Ma una musica c’è e arriva nell’ultima scena: è il celeberrimo Rondò alla turca di Mozart. Lo suona al pianoforte l’insegnante di liceo di Julie che le farà da testimone di matrimonio. Su queste note scorrono i titoli di coda ed è come esplodesse un inno alla gioia. E allora lo spettatore capisce che nonostante tutto c’è ancora speranza.

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