Lidia Lombardi
La collezione Piccioni ai Musei Vaticani

Da Carrà a Morandi, i “vanti” di Leone

Esposte fino ad aprile nella Torre Borgia le opere del Novecento che dalle pareti domestiche hanno accompagnato la vita del critico letterario. Donate dai figli ai “Musei più belli del mondo”, raccontano, tra arte e poesia, la sua “irrefrenabile curiosità” e le relazioni con maestri e amici

Lo ricordo, in un pomeriggio autunnale, il professor Leone Piccioni sulla sua poltrona, in un angolo del salone. Affabile come sempre (mai mancava di inviarmi un biglietto di ringraziamento quando recensivo un suo volume, un’attenzione ormai diventata rara), mi aveva dato appuntamento per un’intervista. E io posavo lo sguardo ora sui suoi occhi vivaci di ottantenne, ora sulla stanza simile a una galleria d’arte: alle pareti domestiche, in quell’interno di famiglia, tra la sala da pranzo e il living, dipinti di Guttuso, Capogrossi, Grosz, Dorazio, Carrà…

Li ho ritrovati – questi capolavori del Novecento – nei Musei Vaticani, i più belli del mondo, Sezione arte moderna e contemporanea, che fu avviata mezzo secolo fa da Paolo VI e che partita con mille opere, ora ne conta diecimila. Ed è stata un’emozione grande ritrovarmi di fronte a quei quadri che erano stati i muti palpitanti testimoni del mio incontro con Leone Piccioni, tra i massimi italianisti e critici letterari del Novecento, l’esegeta di Ungaretti, l’accademico, ma anche il propulsore di tante iniziative culturali, a partire dal suo attivismo in Rai, dove era entrato praticante nel ’46 e dove fece tutti i passi del cursus honorum, fino alla carica di vice direttore generale.

Amava la letteratura, la poesia, questo intellettuale cattolico e liberalissimo che diffuse la cultura in Italia attraverso la radio e poi la televisione con l’indimenticabile programma “L’Approdo”. Ma amava anche il cinema, la musica (dal jazz alla classica, note che risuonavano come una colonna sonora della sua quotidianità nell’appartamento di Vigna Clara). E amava la pittura: sicché anno dopo anno si era creato una sua personale collezione, non con lo scopo di accumulare oggetti preziosi, né quello di gloriarsene, esibendo il proprio status sociale. Invece era un raddoppio di quella sua consuetudine a legarsi in rapporto di stima e di amicizia a quanti frequentava come uomo di cultura. Insomma, Leone Piccioni – nato giusto cent’anni fa, con quel nome che il padre Attilio, tra i maggiori esponenti della Democrazia Cristiana, volle dargli collegandosi al papa Leone XIII, il pontefice della Dottrina Sociale della Chiesa e in questo anno centenario unito da felice coincidenza con il nuovo Capo della Chiesa, Francis Prevost, Leone XIV – Leone Piccioni dicevamo, acquistava quadri di artisti che in qualche modo erano nella sua orbita, anzi, nel suo lessico familiare e nel suo corredo di conoscenza. E infatti a introdurlo all’arte fu l’autore più indagato e frequentato, Ungaretti: il quale a Parigi fin dagli anni Dieci lo avvicinò a Modigliani, Braque, Picasso, Severini, Fautrier.

Una collezione dell’anima, insomma. Egli la chiamava «mio vanto e mio patrimonio». Una collezione così non poteva disperdersi quando la casa di Vigna Clara fosse rimasta senza Leone Piccioni – venuto a mancare nel 2018 – e la sua compagna di vita, la moglie Osanna Doni. Così gli sforzi dei due figli, Gloria e Giovanni (assorto e raffinato poeta, morto improvvisamente poco più di un anno fa) si sono orientati a poter collocare il nucleo fondamentale di quei dipinti vicino ai quali erano cresciuti in una raccolta aperta al mondo, perché bellezza e sapienza fossero accessibili a tutti, così come il padre aveva fatto, per esempio, portando a contatto con il pubblico televisivo i maggiori scrittori e artisti del Novecento, lì a recitare versi, ad aprire dibattiti, a ragionare di se stessi e della propria ispirazione davanti alla sterminata platea dell’Italia.

Ora, perfezionato il generoso dono di Gloria e Giovanni Piccioni ai Musei Vaticani, la collezione di dipinti, stampe, sculture, disegni di Maestri del Novecento è protagonista fino al 18 aprile 2026 di una mostra di 39 opere nelle Salette della Torre Borgia, curata da Micol Forti, responsabile della sezione arte moderna e contemporanea dei Vaticani. Già il titolo scelto per la rassegna è significativo: “L’irrefrenabile curiosità”. È la citazione di un verso di Ungà che ben fissa l’interesse vorace di Piccioni per tutte le arti. E il suo porsi davanti agli oggetti d’arte riconoscendone le affinità elettive. Il dipinto che apre la mostra, per esempio: una Natura morta di Morandi. Egli la guardava in varie ore del giorno, ha rivelato Micol Forti durante l’inaugurazione della mostra, presente il cardinale Gianfranco Ravasi che l’atto di donazione ha accompagnato con perseveranza. La luce naturale modificava l’aspetto dell’opera che «diventava il contraltare visivo della sua ricerca letteraria». Come in un’altra Natura morta di Morandi, nella quale per Piccioni «le celebri bottiglie del pittore bolognese sono come le parole da combinare» in una poesia.

Ecco una marina rarefatta di Carlo Carrà, emblematicamente chiamata La marina dell’approdo, che Piccioni scelse per la copertina del primo numero dell’omonimo programma tv. Ecco le Combustioini 1-6 di Burri, che Piccioni andava a trovare in Costa Azzurra e con il quale guai a parlare di arte, di politica, «conversava soltanto di calcio», ironizza il critico letterario. Fiori di Mario Mafai risplende nel suo sfondo azzurro lapislazzulo che, scriveva Ungaretti a Piccioni «è una delle invenzioni pittoriche più straordinarie che si possano vedere». E poi i pittori del cenacolo intellettuale e goliardico di Forte dei Marmi, dove Piccioni conobbe e s’innamorò di Osanna: Rosai, Maccari e quel Mario Marcucci del quale tra l’altro è esposto Giovannino, l’allegro e vivido ritratto di Giovanni Piccioni bambino, il cappelluccio a righe marinare e gli occhi nerissimi che bucano l’osservatore, una premonizione dei versi dello stesso Giovanni diventato poeta: «Fu una folata di vento / ad aprirmi il cuore, / a sedare il tormento / a togliere via un velo dagli occhi: / tornò vigile la sensibilità, / mi vidi riessere».

La rete di relazioni si allarga alla Scuola Romana, Afro, Ceroli, Capogrossi con un assertivo bianco e nero, Giosetta Fioroni che firma un ritratto di Gloria Piccioni. E quel Mario Schifano a favore del quale, accusato di far uso di droga, Ungà testimoniò in Tribunale. Amici e Maestri, dunque. E quando Piccioni prendeva artisti non conosciuti, sceglieva quelli che veicolano un messaggio sociale. Il reduce di Grosz è una china su carta del 1922, protagonista un soldato mutilato della Grande Guerra. Il maniscalco di de Pisis e il Viandante a Parigi di Viani parlano della fatica del lavoro e della solitudine in povertà.

Ha detto il cardinal Ravasi: «Tutti i giorni penso a Leone Piccioni. La figlia Gloria mi ha regalato un suo piccolo Crocifisso di Venturino Venturi». Poi evoca le parole di San Paolo. «Dio ama chi dona con gioia».

© Mag 1861, pubblicato il 19 novembre – Per gentile concessione

Nelle immagini, dall’alto: Mario Mafai, Fiori, 1958; Giacomo Manzù, Ballerina, 1966; Ottone Rosai, Il muro, 1953; Carlo Carrà, La marina dell’approdo, 1952; Afro, Lo sbalzo, 1968

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