Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Chi è Mamdani?

Ritratto di Zohran Mamdani, il giovane democratico che "rischia" di diventare sindaco di New York da posizioni radicali di sinistra. Due passaporti, passione per la musica e nessun "doppio gioco"

Se solo due anni fa avessero menzionato il cognome Mamdani, avrei certamente pensato a Mahmood, professore di antropologia, di scienze politiche e di studi africani alla Columbia University, studioso del pensiero postcoloniale e autore nel 1996 di Citizen and Subject: Contemporary Africa and the Legacy of Late Colonialism e di un altro saggio molto interessante del 2005 Good Muslim, Bad Muslim. America, the Cold War and the Roots of Terror tradotto in Italia da Laterza con il titolo Musulmani buoni e cattivi. La Guerra fredda e le origini del terrorismo. Ma certamente non avrei mai pensato al figlio Zohran Mamdani che poco più di un anno fa si è presentato alle elezioni per diventare sindaco di New York. Questo giovane politico di 34 anni è inoltre figlio della regista indiana Mira Nair autrice degli acclamati film Mississippi Masala del 1991 e di Monsoon Wedding del 2001 che vinse nello stesso anno il Leone d’oro alla mostra del cinema di Venezia. Dunque natali importanti e difficili da scrollarsi di dosso.

Eppure questo candidato democratico che si dichiara socialista vicino alle posizioni del senatore Bernie Sanders e della deputata Alexandria Ocasio-Cortez e che forse qualcuno prenderà in giro perché lo considererà semplicemente un esponente della gauche caviar newyorkese, parte di una sinistra alto borghese alla Woody Allen (che peraltro voterà Cuomo), in contraddizione con le sue posizioni di estrema sinistra, è in netto vantaggio rispetto ai suoi avversari democratici e repubblicani in vista delle elezioni di domani, 4 novembre. Infatti ha vinto le primarie che lo hanno incoronato candidato democratico alla corsa per sindaco della grande mela, battendo avversari del calibro di Andrew Cuomo, ex governatore dello stato di new York, dimissionario per l’accusa di molestie sessuali e l’ex sindaco della città Eric Adams accusato di corruzione. I quali si presenteranno come indipendenti. Mamdani sembra inoltre in netto vantaggio anche rispetto al candidato repubblicano Curtis Anthony Sliwa, un attivista conservatore, ex-conduttore radiofonico e tenace oppositore di Black Lives Matter.

La carriera di Zohran Mamdani è relativamente breve, data la sua giovane età. Comincia con il volontariato nella comunità locale dove ha lavorato come consulente abitativo per la prevenzione dei pignoramenti e prosegue con l’elezione all’Assemblea dello Stato di New York per il 36° distretto. Ha inoltre una laurea in studi africani al Bowdoin College in Maine. Ma è la sua storia personale complessa, ancor più del suo programma elettorale a rappresentare una ventata di novità. Un vero prodotto dell’America multiculturale e transculturale, quella stessa che Trump sta cercando di smantellare e che costituisce la sua era ricchezza.

Mamdani è nato a Kampala in Uganda da dove viene suo padre; a cinque anni è emigrato con la famiglia in Sud Africa che poi ha lasciato a sette anni per andare negli Stati Uniti di cui è diventato cittadino nel 2018. Il padre, in maniera simile al personaggio descritto nel film della madre, Mississippi Masala, è originario dell’India ed emigrò, come molti da quel paese, per andare in Uganda di cui ancora oggi è cittadino anche se dopo l’elezione di Idi Amin gli indiani furono considerati persona non grata nel paese e lo dovettero lasciare, forzatamente. In molti casi, come il film racconta, persero anche le loro proprietà che vennero confiscate. Mahmood si trasferì, dopo varie tappe, negli Stati Uniti dove la sua carriera accademica si è definitivamente stabilizzata.

Zohran che lo ha seguito in queste sue peregrinazioni, ha una doppia cittadinanza, quella ugandese e quella statunitense, e conosce bene, per averlo vissuto in prima persona il problema dello spaesamento che ha vissuto chiunque abbia identità plurime. Si considera africano e indiano insieme ed è stato anche accusato di servirsi di questa sua doppia appartenenza per conquistare i voti dei neri, in quanto africano e degli indiani a causa delle sue origini. Come se questo fosse una colpa, non lo rendesse abbastanza americano, invece di costituire un asset transculturale in più. A tutto ciò si deve aggiungere il suo essere di religione islamica e il suo essere socialista che lo rendono per alcuni assolutamente pericoloso. Un vero anticristo. E soprattutto un outsider. La verità è che la sua condizione è quella non facile di un cittadino di tre continenti, capace di parlare diverse lingue, che parla ad altri cittadini di differenti estrazioni, razze e culture e, a quanto pare, è anche molto ascoltato. Infatti ha una capacita oratoria non indifferente e un grande carisma, particolarmente difficile da trovare in chiunque debba superare il peso di genitori cosi ingombranti. E questo deve avere dato molto fastidio anche dentro il partito democratico se l’appoggio dei big a partire dalla governatrice di New York, Kathy Hochul, succeduta a Cuomo, a Chuck Schumer e Hakeem Jeffrey, rispettivamente leader al Senato alla Camera, è arrivato molto tardi e quasi obtorto collo in conseguenza dei risultati schiaccianti delle primarie. Forse il suo programma di giustizia sociale dai trasporti pubblici gratis, al calmieramento degli affitti, al progetto di nuove costruzioni a equo canone, all’assistenza medica gratuita ai bambini li mette in difficoltà. La sua ricetta di tassare di più i ricchi e le grandi corporation li spaventa. Il suo volere rendere New York una citta vivibile anche per i meno abbienti li preoccupa a dir poco. O forse è il suo non prestare attenzione agli equilibri interni del partito quello che li terrorizza. Anche perché Mamdani parla chiaro e non le manda a dire dietro. Inoltre ci eravamo disabituati a sentir parlare di riforme sociali. Contro di lui non sembrano valere neanche le accuse dei suoi avversari democratici come Cuomo che gli rimproverano di non avere mai avuto un lavoro o alcuna esperienza amministrativa. Ma certo non ha accuse né di molestie sessuali né di corruzione!

È stato cantante rap con lo pseudonimo di Mr. Cardamom (spezia che si usa nel tè in Afghanistan in India, in Siria) e ha venduto i suoi cd anche nei parcheggi dei taxi a Kampala in Uganda: “Una cosa – ha affermato – che mi ha abituato al rifiuto”. Ha un grande senso dell’umorismo ed è un beniamino dei giovani tra i 18 e i 34 anni non solo per un fatto di età, ma anche per le sue dichiarazioni a favore di Gaza e dei palestinesi. Insomma, che si sia d’accordo o no con il suo programma, rispetto ai colleghi democratici, rappresenta una novità eclatante: più interessato al bene comune che all’”utile particolare”, più alla giustizia sociale che alle alchimie all’interno del partito. “What you see is what you get”!

E se non dovesse vincere, cosa che sembra improbabile, visti i sondaggi, è sperabile che il partito democratico si faccia finalmente alcune domande, questa volta senza eluderle come ha fatto dopo l’elezione di Barack Obama, dimostrando di non capire il significato di quel traguardo senza precedenti della storia americana. E aprendo la strada a un personaggio come Donald Trump. Non è una questione di quote, di numeri, di alchimie tra correnti, ma di struttura, di obiettivi a largo raggio e soprattutto di capacità di ascoltare i cittadini e i loro bisogni. Solo ciò che potrà rendere questa forza politica di nuovo appealing. Altrimenti continuerà a perdere!

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