Massimo Onofri
A proposito de “Il sale dei morti”

Il giallo del potere

Alla maniera di Leonardo Sciascia, lo scrittore siciliano Salvatore Falzone costruisce un giallo che "parla d'altro”: dei rapporti - sempre conflittuali - tra gli individui singoli e i poteri

Nessun genere letterario ha avuto negli ultimi anni in Italia un successo e un’attenzione così grandi come quelli riservati al giallo, l’antica, detective novel che nasce nell’Ottocento con I delitti della Rue Morgue (1841) dell’immenso Edgar Allan Poe, come sempre ricordato dagli specialisti: perlomeno a partire dal caso Camilleri, tra i campioni mondiali di vendite per molti anni. Gli storici della letteratura l’hanno ormai codificato con precisione e ne hanno più volte riscritto la storia, non senza definirne le differenti tipologie.

Alle origini – lo sanno tutti – s’impone il cosiddetto «giallo ad enigma», i cui maestri riconosciuti sono senz’altro Arthur Conan Doyle (col suo Sherlock Holmes) e Agatha Christie (con la sua formidabile detective donna, Miss Marple, ma non si può non citare anche l’indimenticabile Poirot). Migrando dall’Europa nell’America proibizionista degli anni ’30 – la Chicago di Al Capone – il romanzo poliziesco diventa «giallo d’azione»: meno concentrato, però, sulla soluzione del caso criminale, quella che aveva reso memorabili quei veri e propri supereroi del concetto, quali il già citato Holmes. È il romanzo poliziesco di Dashiell Hammet e Raymond Chandler, in pagine in cui l’identità del “colpevole” ci è nota sin da subito. Molto più importanti sono infatti le sparatorie e gli inseguimenti, la violenza gratuita, il corpo a corpo tra un investigatore spregiudicato che pare – per disvalori e disposizione – più criminale del criminale che vuole catturare: siamo dentro un mondo che, proprio per il suo feroce cinismo e la cieca e brutale efferatezza, pare rappresentare la modernità conclamata, marchiata dall’ineludibile cifra d’un nichilismo che è giù quello consumistico d’un Neocapitalismo delle merci pienamente realizzato, almeno in Occidente.

In Europa, nel frattempo, col belga naturalizzato francese Simenon, scrittore compulsivo – secondo forse soltanto al nostro Salgari – ma grandissimo, il romanzo poliziesco diventava (oh Maigret!) indagine esistenziale, scandaglio etico-metafisico. Era la via attraverso cui si generava il cosiddetto «giallo problematico», là dove la detection diventava pretesto e modo per fare altro, per parlare d’altro: nel caso di Leonardo Sciascia – per citare un italiano – con lo scopo di riflettere sui rapporti tra Verità e Potere; in quello dello svizzero Friedrich Dürrenmatt, per indagare certi terribili abissi dell’animo umano, per riflettere sul male e, magari, persino sulla malattia, quasi fosse – il giallo – l’unico modo possibile per filosofare nel tempo della morte di Dio.

Salvatore Falzone, siciliano di San Cataldo – un paese in provincia di Caltanissetta –, ha in effetti assunto Sciascia tra i suoi modelli diretti già da molto tempo: come per altro testimonia la sua bibliografia. Ancora di più la lezione del maestro di Racalmuto si fa sentire qui in questo suo ultimo romanzo, Il sale dei morti (Neri Pozza, pp. 224, euro 19.00).

Ma restiamo al giallo, ai singoli elementi che lo costituiscono in quanto tale, e cerchiamo di capire come in queste pagine si combinino: il delitto (e il contesto ove matura); la figura dell’investigatore e quella dell’eventuale protagonista, quando le due figure non coincidono; infine, la soluzione (quando c’è). E proviamo anche a vedere se questo giallo si costituisca non come fine in sé stesso, ma come mezzo per arrivare ad altro, il più democratico a disposizione per alludere, magari, a verità eticamente ardue, difficili. Ma andiamo con ordine.

Il tempo è il nostro: i bombardamenti su Kiev, le alte colonne di fumo, i corpi tra le macerie ce lo ricordano. E ci troviamo in Sicilia, quella dell’interno tarlata dalle miniere oggi tutte dismesse – la Sicilia di Ciaula che scopre la luna – che ha dato alle nostre lettere scrittori di non poco rilievo. Il paese è quello di T., in cui Ernesto Vassallo – quarantanovenne –, il medico protagonista del romanzo è nato, e dove dopo molto tempo (trentun anni) è tornato per esercitare la professione di medico: con alle spalle un grande amore perduto che gli inibisce qualsiasi altro rapporto emotivamente vero.

Nel 1986, ancora studente, ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale (quasi sicuramente non accidentale, scopriremo più avanti) ed è stato così affidato allo zio che gli farà da padre, lo zio Pietro. È come volontario, ora, che presta servizio in un centro per immigrati, dove conosce Youssef Chadli, un giovane marocchino giardiniere e poeta: niente di meglio – questa l’idea che lo raggiunge subito – che assumerlo per occuparsi delle sue piante, le sue profumatissime begonie. È sorprendente come i due, così lontani e diversi, riescano a raggiungere velocemente un’intesa profonda: sino al punto da indurre Youssef a sussurrargli, mentre gli consegna il pacco delle sue poesie, di avere «paura». E questo qualche giorno prima di essere ritrovato cadavere sulla strada per la miniera di sale abbandonata, luogo del loro primo incontro: non sarà, Youssef, il primo morto. Vassallo vuole capire cosa sia accaduto: mosso da quella che si rivelerà presto come una vera e propria ossessione. Si potrebbe aggiungere che Vassallo, quanto a detective improvvisato, ci potrebbe ricordare il professor Laurana di A ciascuno il suo (1966), ma senza le goffaggini sentimentali e la grande ingenuità.

Un detective istituzionale però qui c’è ed è subito il suo deuteragonista: il commissario Lacagnina. Poco importa che – lo scopriremo a metà del romanzo – si tratti d’una figura inquietante e collusa, con non poche e gravi responsabilità. Molti sono i personaggi che s’affollano in queste pagine. Tra i tanti: Klara, la segretaria Cristina, Fabrizio Naro il direttore di La dinamite, il ristoratore Filippo Carrubba, il pastore Tirrito, il preside Pignatone, l’ingegnere in aria di mafia Raimondo Cammarata, Antonio Lauricella, il geologo presidente del Tribunale dei diritti del malato, Palmira, il medico legale («la “scapolona”, come la chiamavano»), il sostituto procuratore Tarquinio, e tanti altri ancora. Già Klara: «capricciosa e distratta, dispotica e disinibita, si rintanava nelle chiese, pregava tra le rovine greche e aveva un’insospettabile pulsione verso il matrimonio». Ce lo chiediamo en passant: qual è il senso vero di quel suo «misterioso turbamento», «quando a cena le aveva parlato di Praga»?

Il romanzo vive di due momenti – due situazioni e un doppio ordine del discorso – che si declinano l’uno nell’altro acquistando reciprocamente nuovi significati: l’omicidio di Youssef (con sullo sfondo la questione più generale e dolorosa dell’accoglienza degli immigrati); la candidatura imprevista di Vassallo alle elezioni per il sindaco del paese, che va evidentemente a scompaginare i piani dei notabili locali. E che si carica subito di implicazioni inquietanti: se è vero che Lauricella, impegnato nella campagna per la bonifica della già citata miniera, riceve «una busta con due cartucce da caccia e una lettera di minacce». Che rapporto c’è, insomma, tra il delitto e la campagna elettorale? Già s’allunga l’ombra della mafia. Mentre appunto s’accampa un’idea del Potere – profondamente sciasciana – come concatenazione mafiosa. Ma anche l’ombra dei politici dell’antimafia. È proprio Lauricella, infatti, a essere scelto come candidato della Sinistra, trascinata dagli eventi a correre da sola alle elezioni: «Il suo abbigliamento era di un giovanilismo ostentato: jeans, camicia bianca e maglioncino fucsia sulle spalle». Il minacciato Lauricella si era subito precipitato in Procura per incontrare il procuratore capo. Ernesto non può non meditare sulle sue dichiarazioni rilasciate a un quotidiano, in un articolo grondante di retorica («Retorica, ovunque retorica. Il mondo sarebbe finito a causa della retorica, non delle bombe»): «Qui la gente muore di tumore e i bambini nascono deformi. Da presidente del Tribunale dei diritti del malato rivolgo un forte plauso alla magistratura, le cui indagini si stanno sviluppando su due filoni: traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Attendiamo i numeri del registro tumori e i risultati delle analisi ambientali eseguite dall’Agenzia per l’ambiente».

Il geologo, poi, non mancava di citare «le propalazioni di un pentito, datate ma attendibili, e i racconti anonimi di quanti avevano notato uno strano viavai notturno di camion nei pressi della miniera». E non aveva dubbi: «l’area andava protetta, bonificata e valorizzata». E che dire della foto in basso che lo ritraeva «assieme al procuratore al tavolo di un convegno»? Senza citare le parole del procuratore, che «rilevava la suggestiva coincidenza che la miniera fosse anche la scena di un crimine». Ecco: «Perché il procuratore tirava in ballo Youssef? Qual era il legame tra la sua morte, la faccenda delle scorie e le minacce a Lauricella»? Quella di Ernesto è ormai «una crescente e indefinita sensazione di minaccia»: «per la prima volta gli venne il pensiero che l’avere scaricato il cadavere di Youssef davanti al cancello della miniera di sale non fosse una circostanza priva di significato». A Ernesto manca soltanto di constatare un dettaglio apparentemente insignificante, ma cruciale, e cioè la collocazione dei manifesti elettorali del candidato di centrosinistra e di centrodestra: «accanto al manifesto elettorale del geologo Lauricella, visto il giorno prima, era stato affisso quello di Luca Anzalone, il candidato dell’onorevole Mastrosimone. I tratti dell’uno sembravano travasare in quelli dell’altro, confondendosi». Ormai è tutto chiaro: il contesto – uno sciasciano contesto – è finalmente tratteggiato. Poi tutto precipiterà: fino all’inquietante e ambiguo epilogo.

Già, Sciascia. C’è un terzo e importante dato, infatti, su cui occorrerà concentrarci per darci ragione di queste pagine: la disposizione metaletteraria del romanzo. Che è clamorosamente esibita nel dialogo carico di risonanze etiche e filosofiche tra Ernesto Vassallo e don Gaetano, che pare ricalcare – quanto a disposizione intellettuale – quello in Todo modo (1974) di Sciascia tra il pittore protagonista e il prete dallo stesso nome, un sacerdote colto, intelligentissimo, intenditore d’arte ed esteta raffinato: uno che, come Mallarmé, ha letto tutti i libri, epperò recita nelle pagine sciasciane il ruolo consapevole d’una sorta di anticristo, d’un vero e proprio metafisico del crimine. I due stanno parlando del senatore Francesco Russo, una volta potentissimo e amico dell’amatissimo zio Pietro, bollato da Nino Martorana, l’imprenditore antimafia, come un «simbolo del marcio e di una stagione finalmente sepolta». Così su Russo il don Gaetano di Falzone: «Si è avvicinato dopo avermi sentito predicare gli esercizi spirituali. E da allora, di tanto in tanto, ha bisogno di me». Il prete, del resto, non ha dubbi: «la politica è un mezzo formidabile per guadagnarsi il paradiso».

S’arriva così a una riflessione sugli ex potenti. Ernesto: «La solitudine è il destino degli ex potenti». La risposta di don Gaetano, filosofeggiante come il sacerdote sciasciano, non si fa attendere e volge l’intuizione storico-antropologica del medico in metafisica della vita: «La solitudine è il destino di tutti». Inutile aggiungere che anche per il riferimento a quella lettera minatoria arrivata a Lauricella il nostro pensiero non può non andare di nuovo a Sciascia, quello di A ciascuno il suo (1966). E c’è pure – ça va sans dire – un procuratore capo che si chiama De Roberto. Ma si potrebbe continuare.

Mi verrebbe da dire adesso di quella tramatura simbolica del romanzo – il quarto livello – che ha a che fare con la sua cifra di luce e lutto (oh Bufalino!). La luce: che avvampa e dilata le cose, violenta e penetrante («fin dentro la sua immaginazione»), coi suoi risvolti di tenebra, come quella accecante e meridiana, che trovammo nelle primissime e intense pagine di Paolo il caldo (1955) di Vitaliano Brancati. Il lutto continuamente conclamato: considerato l’alto numero di occorrenze di parole come «morte», «tomba», «cimitero». L’attrazione di Ernesto per il «regno dei morti» è forte, ma non si dovrà tacere la sua volontà di non accettare quell’evento supremo, proprio come accadde a Elias Canetti, l’unico scrittore del Novecento che non si rassegnò mai all’idea di morire: «Comunque non aveva la più pallida idea del perché Youssef fosse stato ucciso. Una morte assurda, la sua. Ma c’era poi una morte che non fosse assurda?». Un livello – questo simbolico – che ci consegna la verità araldica del romanzo: nel senso d’una araldica dei segni e dei sogni, che è quella dell’autore stesso, prima ancora che dei personaggi. Sentite qua: «Ernesto era caduto in preda a pensieri turbinosi, vivide fantasticherie e sogni spezzettati». E poi: «Tra questi, però, uno si ripeteva in modo ossessivo. Lui si trovava all’inizio di un corridoio molto lungo e stretto, aperto sul vuoto e camminava inesorabilmente verso quel vuoto chiedendosi in continuazione se si sarebbe salvato». Si tratta di quelle falle sulla pagina ove avvertiamo il momentaneo ritorno del libro alla vita dell’autore, là dove ci sovvengono le pagine che Giacomo Debenedetti dedica al personaggio-uomo. Quando appunto, tramite Ernesto, è proprio lo stesso Salvatore Falzone a venirci incontro, mostrandoci il risvolto della giacca dove, su una placca, è inciso a caratteri d’oro un motto inequivocabile: «Si tratta anche di te». Perché, se è senz’altro vero che l’opera – lo affermò perentoriamente Proust all’inizio del secolo scorso – vive d’una sintassi sua propria in nulla riconducibile alla vita dell’autore, è altrettanto vero che continua a valere con la medesima perentorietà, secondo il magistero ineguagliabile di Sainte-Beuve, il concetto che non si possa dare altra vita dei personaggi d’un romanzo se non la stessa che l’autore sperimentò vivendo la propria. Rimane il fatto assai interessante che, proprio nella patria della morte dell’autore (e dell’autonomia trascendentale del testo), ovvero nella Francia dell’egemone Teoria della Letteratura, Charles Mauron ci mostrò – era il fatidico 1963 – come fosse possibile condurre un’analisi delle «metafore ossessive» ricorrenti nelle opere di uno scrittore per arrivare a determinarne infine il «mito personale».

Ecco: se una psico-critica è in qualche modo plausibile, lo è altrettanto quella ricognizione sui testi che ci porta dritta all’eventuale ritratto di chi li ha scritti. Non c’è vera critica letteraria che non si traduca, in effetti, anche in arte del ritratto. E nulla sarebbe la letteratura se non fosse pure la storia degli uomini in carne ed ossa che ne sono stati protagonisti, se insomma il mondo da loro restituitoci non fosse in qualche modo riducibile anche a quello abitato dai lettori. Ecco: quanta consanguineità c’è tra Ernesto Vassallo e Salvatore Falzone?


Accanto al titolo, la miniera Trabonella di Caltanissetta. Fotografia di Vincenzo Santoro.

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