Diario di una spettatrice
Retorica del pastore
Il nuovo film di Riccardo Milani è dedicato alla Sardegna e al conflitto fra le tradizioni e la potenza del soldi e del cemento. Una bella storia appesantita da troppa enfasi
Si sa, nella vita non contano quanti passi facciamo, contano le impronte che lasciamo. Le impronte che ha lasciato Ovidio Marras, pastore di Capo Malfatano, comune di Teulada, Sardegna sud occidentale, scomparso nel gennaio del 2024 a 93 anni (quasi giovane nell’isola dei centenari), devono essere molto profonde se a raccontare la sua storia è arrivato un regista come Riccardo Milani, che le storie le azzecca sempre e il pubblico lo sa e premia i suoi film al botteghino. La vita va così che ha aperto la Festa del Cinema di Roma appena uscito è già in testa. Anche se sono innegabili i limiti di questa pellicola che fra poco segnalerò. Ma in tempi tragici e cattivi come quelli in cui viviamo, certamente fa bene al cuore la storia del pastore che si oppose in totale solitudine all’arroganza di un colosso immobiliare dietro cui stava il gotha del mattone italiano.
Il pastore protagonista del film – interpretato da Giuseppe Ignazio Loi che è un pastore vero, lo si capisce dalla faccia e dalle mani, pare si sia messo in testa di fare l’attore a oltre ottant’anni, del resto ha già sfilato a Milano per lo stilista Antonio Marras – nella finzione si chiama Efisio Mulas ed è un uomo antico come un nuraghe, tenace come una quercia, cocciuto come un mulo, eloquio monosillabico in campidanese stretto e un’unica passione: i pomodori secchi. Le sue giornate trascorrono nel silenzio della sua casa semplice, “sa domu mia”, e con le mucche che porta a pascolare nella macchia mediterranea della spiaggia di Tuerredda, un paradiso di bellezza abbagliante che è da sempre la sua terra. La moglie e la figlia Francesca (Virginia Raffaele) non lo sopportano, vorrebbero si trasferisse in paese ma lui non ne vuole sapere, “sa domu est sa domu”. Ed è proprio l’attaccamento tenace a quelle mura e a quella spiaggia che è all’origine della storia.
Milani porta sul grande schermo ciò che avvenne davvero all’inizio degli Anni Duemila, quando un gruppo di imprenditori immobiliari, riuniti sotto la sigla Sitas, decise di costruire un resort di lusso da oltre 150mila metri cubi a Capo Malfatano, un complesso alberghiero con ville, piscine, giardini privati e campo da golf sul modello del vicino Forte Village. Non sorprende che dietro la Sitas ci fosse il gotha del mattone italiano: il gruppo Benetton, il gruppo Toffano, Toti-Lamaro e la Sansedoni, braccio immobiliare della Banca Mps, che aveva all’epoca Francesco Gaetano Caltagirone come vicepresidente. E chi avrebbe dovuto gestire il resort? La Mita di Emma Marcegaglia e Andrea Donà delle Rose, gli stessi gestori del Forte Village.
Nella finzione i “cattivi” sono impersonati da due simpatiche canaglie: Diego Abatantuono nelle vesti dell’immobiliarista milanese Giacomo, pronto a giocare al rialzo fino a offrire cifre astronomiche pur di piegare la resistenza del pastore, e Aldo Baglio nei panni del capo cantiere siciliano Mariano, che guida la carica dei caterpillar e delle scavatrici che assediano la piccola casa del pastore e sbarrano il viottolo che la collega alla spiaggia per impedire il fastidioso passaggio delle mucche. A decidere le sorti della contesa che approda in sede giudiziaria sarà la giudice Giovanna (un cammeo della sempre brava Geppi Cucciari, che evidentemente non ha dovuto studiare il campidanese come Virginia Raffaele) che si farà guidare dalla giurisprudenza e dalle sue origini per rendere giustizia al pastore.
La sceneggiatura mette in evidenza la solitudine di Efisio che si ritrova suo malgrado in guerra contro tutti, non solo contro gli invasori milanesi: contro di lui sono gli amici di una vita, il prete e il farmacista, il sindaco e i carabinieri, il figlio e la nuora fino al vescovo, una comunità intera che attende la manna dei posti di lavoro e dei turisti che verranno, tutti increduli che Efisio rifiuti la montagna di soldi che gli piovono dal Nord. E questo fa riflettere su come sono andate le cose nella storia secolare della Sardegna, con la svendita delle sue coste ai potenti che le hanno cementificate, dall’Aga Khan in poi, con la complicità degli amministratori locali e la benedizione degli stessi sardi.
Se questa è la storia, il film la racconta con alcune pecche evidenti, che rendono la pellicola meno riuscita rispetto alle precedenti di Milani, Un mondo a parte e Grazie ragazzi!. Pecche secondo me riconducibili a quello che credo sia un errore in questo caso del regista, ma più in generale di tanto cinema italiano: aver bisogno ogni volta di enfatizzare una storia che non richiederebbe alcuna enfasi, alcuna sottolineatura, basta la verità. Da qui la lunghezza eccessiva (due ore), la colonna sonora disturbante, e quella scena finale sulla spiaggia per rappresentare un immaginario “embrassons-nous” tra il pastore, la sua famiglia e tutto il paese che risulta terribilmente artificiosa.
Il vero finale scorre con i titoli di coda, quando tutti, protagonisti e comparse (i veri cittadini del paese) si muovono finalmente insieme al ritmo martellante di un ballo sardo. Ajò!