Diario di una spettatrice
Perdersi a Istanbul
Il nuovo film di Levan Arkin è un road-movie nel quale una donna e un ragazzo vanno in cerca di chi non vuole farsi trovare: un viaggio in cerca di un sogno immaginario
Dicono che Istanbul sia un posto dove la gente viene per scomparire. Siete sicuri che voglia essere trovata?
Cosa le dirai se la incontri? Le dirò che l’abbiamo delusa, che sua madre e io non abbiamo saputo proteggerla, ci siamo preoccupate solo di ciò che avrebbe pensato la gente. Le dirò che sua madre la amava molto. Le dirò che anch’io la amo molto.
In queste battute è riassunto il messaggio di un film che affronta, con le parole della poesia e le immagini del road-movie, uno dei temi cruciali della contemporaneità: la frontiera dei pregiudizi che riguardano i generi, quindi l’identità che ognuno si porta dentro. L’esergo di Crossing Istanbul, quarto lungometraggio del regista e sceneggiatore svedese-georgiano Levan Arkin che ha inaugurato la sezione Panorama della Berlinale l’anno scorso, è esplicito: nelle lingue giorgiana e turca i generi non esistono, tutto è neutro. Nella realtà le cose stanno come sappiamo: nella nostra cultura dominata dal maschile, i generi rappresentano i poli opposti e inconciliabili all’origine di conflitti drammatici e di delitti inaccettabili. Quando poi i generi sono fluidi, il pregiudizio colpisce inesorabilmente il diritto a esprimere la propria vera identità.
Lia è un’insegnante di storia in pensione, ha passato tutta la vita con la sorella in un paese vicino a Batumi, non si è sposata nonostante fosse bellissima e piena di corteggiatori. Prima di morire la sorella le chiede di ritrovare il figlio scomparso molti anni prima, di lui Lia sa solamente che è fuggito a Istanbul, ha cambiato sesso e si fa chiamare Tekla. Inizia così la storia di un viaggio, reale e metaforico, dalla Georgia alla Turchia, che vedrà la donna inseguire caparbiamente le tracce della nipote nella ressa delle strade e dei quartieri di Istanbul. Con lei c’è Achi, un ragazzo che le ha fatto credere di conoscere l’indirizzo di Tekla e che in realtà si è offerto di aiutarla per scappare dalla famiglia in cui si sente soffocare. Nel corso del viaggio Lia conoscerà Evrim, un’avvocata trans che si batte per i diritti LGBTQ+, e sarà lei, grazie alla rete delle sue conoscenze, a trovare le tracce di Tekla. Forse.
Il regista costruisce il film imprimendogli il ritmo del classico road-movie e mettendo a fuoco istantanee che fermano come in uno scatto fotografico situazioni e personaggi: il lungo viaggio nel pullman che porta Lia e Achi a Istanbul, lei che guarda il paesaggio correre nel finestrino, lui che vomita e aspira il vento con la testa fuori; lo squallore dell’albergo dove condividono la stanza e l’eco insopportabile degli accoppiamenti dei vicini; due bambini che chiedono l’elemosina suonando per strada e infilandosi tra i tavoli dei turisti e che li accompagnano nel quartiere delle trans; un compatriota giorgiano che offre a Lia e Achi la cena ma poi scappa quando la donna danza e pare volerlo sedurre; le ragazze transgender colte nell’intimità delle stanze dove vivono e dove accolgono i clienti; la danza liberatoria in cui la donna e il ragazzo si scatenano, ospiti non invitati di un matrimonio. Su tutto c’è lo stupore incantato di Istanbul immersa nel caos del suo traffico e nel pulviscolo dorato del tramonto, la città dove i gatti sono ovunque, nelle strade e nei caffè, persino negli ambulatori dell’ospedale dove consolano i pazienti che li accolgono e li accarezzano, perché Istanbul è città gatta come Venezia, come Roma.
Lo sguardo del regista “attraversa” luoghi e punti di vista ed è questa la chiave del viaggio: non a caso il titolo originale della pellicola è semplicemente “Crossing”, attraversamento. Un viaggio fatto spesso di silenzi in cui la musica turca, talvolta la meravigliosa voce di una donna, sottolinea solo i momenti cruciali di questo lungo inseguirsi e cercarsi per potersi finalmente accettare.
Alla fine Lia sembra ritrovare Tekla. Sembra perché forse è solo la sua immaginazione a ritrovarla, il desiderio struggente di abbracciarla e di accarezzarle i capelli mentre le ripete: non parto più, io resto qui con te.