Cronache infedeli
Dollaro e bastone
La vittoria di Javier Milei in Argentina dà la misura della nuova politica imperialista nordamericana in America Latina. Un ritorno alla strategia di assoggettamento violento di Theodore Roosevelt
Ora che in Argentina ha di nuovo vinto – stravinto – quello della motosega, bisognerà davvero affrontare la desolante realtà, bisognerà davvero non chiudere gli occhi davanti al panorama di macerie in cui è ridotto un intero continente. “Grazie!” urla Javier Milei davanti alla piazza in delirio, poi si lancia in una corsa forsennata tra due ali di folla: bacia, stringe le mani, canta e saltella. La misura, la gravitas non è mai stata una dote del presidente ultra-liberista, venuto dal nulla a mettere a soqquadro l’eterno pendolo tra retorica e spreco, miseria e crisi, esaltazione e depressione, di questo grande infelice Paese.
Contro tutti i pronostici, le elezioni legislative di metà mandato segnano una netta vittoria per il partito inventato letteralmente da quest’uomo senza misura: La Libertad Avanza (Lla) ottiene il 40,8 per cento dei voti a livello nazionale, e sconfigge l’opposizione della sinistra peronista Fuerza Patria, che si ferma al 24,50 dei suffragi. Un altro dato merita riflessione: l’affluenza al voto si è fermata al 67,8, il minimo storico dal ritorno alla democrazia nel lontano 1983. “Oggi – dice il vincitore – comincia la costruzione della grande Argentina”. Sono bastati due anni per avviare e consolidare una nuova narrazione. Nel 2023 Milei ha ereditato un Paese ridotto allo stremo dal peronismo kirchnerista, quello che l’outsider di destra definì “la casta politica parassita e ladra”. Nel corso del suo mandato il nuovo presidente è riuscito a ridurre l’inflazione dal 290 al 30 per cento: un risultato significativo per l’economia nazionale. Sul fronte opposto, le sue politiche di austerità – con tagli lineari in settori come sanità e assistenza alla disabilità – hanno ulteriormente impoverito gli strati più miseri della società argentina.
Nell’ultimo appello prima dell’apertura dei seggi, il presidente aveva chiesto al Paese di “sconfiggere il comunismo”, e l’Argentina ha risposto con un drammatico cambio di direzione: i poveri hanno disertato le urne o votato a destra, mentre la classe media ha abbandonato il peronismo in cerca di una inedita collocazione politica. Ma sarebbe riduttivo leggere questa vittoria – e la contemporanea amara sconfitta delle forze di sinistra – in termini puramente economici. Anche in Argentina spira potente il vento della destra populista e sovranista che arriva dalla grande madre norteamericana. La vittoria di Milei è soprattutto la vittoria di Donald Trump, che nelle ultime settimane aveva aperto una massiccia linea di credito di 40 miliardi di dollari per Buenos Aires. Con una postilla: se non vince lui, noi ce ne andiamo. E non è un caso che dopo la vittoria, il messaggio di congratulazioni più entusiasta arrivi dalla Casa Bianca. “Il presidente MIlei – scrive Donald Trump – sta facendo un lavoro straordinario! La nostra fiducia in lui è stata confermata dal popolo argentino!”. Punti esclamativi a parte, tutti i rappresentanti della destra mondiale si mettono in fila per magnificare questa vittoria: da Netanyahu (“mio caro amico”) a Victor Orban, dal leader spagnolo di Vox Santiago Abascal, a Viktor Orban, fino a Matteo Salvini.
L’Argentina non è un’isola. La vittoria confermata di un presidente di destra sulle sponde del Rio de la Plata viene dopo subito dopo la sconfitta annunciata della sinistra alle elezioni presidenziali in Bolivia, che hanno visto la rovinosa caduta del Mas, la formazione libertaria e indigenista fondata dall’ex presidente Evo Morales. La debacle di questo “esperimento politico e sociale” che per venti anni è stato protagonista della vita politica boliviana, e che ha rappresentato un esempio e una speranza per tanti altri Paesi del continente si è consumata nel modo più indegno: tra scissioni, accuse reciproche, violenze di strada, ridicoli tentativi di colpo di stato. Il caudillismo – malattia endemica della politica latinoamericana – ha divorato sé stesso, con il risultato di annichilire la presenza della sinistra nel parlamento boliviano e di ricacciare nel ghetto sociale ed economico le comunità indigene del paese. La sconfitta è bruciante e disonorevole, e oggi l’ex presidente Morales – il mitico Evo – è ricercato con accuse infamanti, finora protetto nel suo estremo fortilizio della regione cocalera del Chapare.
Sulle rovine della sinistra indigenista, il presidente eletto del centro-destra – Rodrigo Paz – ha conquistato sei dei nove dipartimenti regionali, compresi gli altopiani andini della Bolivia occidentale e la vasta regione di Cochabamba, produttrice di coca, votato da ampie fasce della popolazione indigena Aymara e della classe operaia boliviana che fino a ieri costituivano la base del Mas di Evo Morales. Il presidente eletto promette “capitalismo per tutti”, e nel discorso della vittoria – proprio come Milei in Argentina – esprime la sua gratitudine per il sostegno offerto dagli Stati Uniti e si inginocchia davanti a Donald Trump.
Il re-presidente americano è ormai uno spettro che si aggira minaccioso in tutto il continente. O se volete, il “fantasma di Banquo” che chiede vendetta contro i latinos scellerati che si affollano alle porte dell’impero. Il cambio di passo nella politica estera nord-americana è preoccupante: dopo la lunga bonaccia diplomatica tra Nord e Sud e i buoni rapporti consolidati negli ultimi decenni, la linea di contatto tra Washington e tutta l’America Latina torna a fibrillare come ai tempi della guerra fredda. Peggio: siamo in presenza di una riedizione grossolana e volgare – e quindi più pericolosa – della politica del “grosso bastone” teorizzata e perseguita dal presidente Theodore Roosevelt nel primo decennio del Novecento.
Washington utilizzò allora la politica del “grosso bastone” (accanto, una vignetta del 1904) in ogni rapporto diplomatico con gli Stati a sud del Rio Grande, e soprattutto durante la cosiddetta crisi del Canale: la ricerca spasmodica di un passaggio marittimo che collegasse l’Oceano Atlantico al Pacifico. Sia il Nicaragua che Panama – all’epoca parte integrale della Colombia – furono coinvolte in incidenti diplomatici dettati dalla politica imperiale di Washington. Corsi e ricorsi della storia: la pratica di una politica estera aggressiva e armata non impedì a Roosevelt di ottenere nel 1906 il premio Nobel per la pace.
“Parla gentilmente e portati dietro un grosso bastone”, teorizzava l’antico presidente americano. Donald Trump non conosce la gentilezza, e lo ha dimostrato nelle ultime settimane, quando ha inaugurato a freddo una violenta contesa con il presidente colombiano Gustavo Petro, definito “un delinquente legato ai Narcos. Un caporione del narcotraffico illegale che incoraggia la produzione massiccia di droga nel suo Paese: un leader schifoso, un uomo cattivo, un mascalzone”. Il presidente americano usa le stesse identiche parole per descrivere il presidente venezuelano Nicolas Maduro. Colombia e Venezuela non potrebbero essere più diverse: la prima è una Repubblica democratica governata dalla sinistra dopo una regolare prova elettorale, l’altra una dittatura che ha costretto alla fuga otto milioni di cittadini, affama il popolo, trucca le elezioni e riempie le carceri di dissidenti. A Trump non interessa; e forse egli nemmeno conosce la differenza tra una democrazia e una dittatura: nella violenta narrazione del capo Maga, Bogotà e Caracas sono perfetti capri espiatori per rigettare a sud – oltre frontiera – la pesante e complessa responsabilità della diffusione di droga negli Stati Uniti, tra produzione, commercio illegale, importazione, diffusione capillare e consumo. Dollaro e bastone: nella pratica e nella teoria di Donald Trump – se mai l’uomo ha una teoria – l’intero continente latinoamericano torna ad essere “il cortile di casa” dell’Impero del Nord: protagonista e vittima di una nuova guerra fredda senza la vecchia Unione Sovietica. Ovunque – dalle convulsioni del Perù alla difficile transizione boliviana – la cronaca quotidiana corre sul filo della violenza. Al largo delle coste venezuelane incrociano da settimane navi della marina militare americana. Un incidente – la politica del grosso bastone insegna – può sempre capitare.
Forse ancora più preoccupante è lo scenario politico generale che si delinea nel prossimo futuro. Tra meno di un mese si vota in Cile, dopo l’esperienza generosa ma contraddittoria del giovane presidente di sinistra Manuel Boric, e nella primavera dell’anno prossimo va alle urne la Colombia. Nei due Paesi la situazione politica e sociale è molto complicata, caratterizzata da una radicalizzazione estrema e con candidati di destra molto aggressivi, galvanizzati dall’esplicito sostegno della Casa Bianca. In Brasile, un leader ottuagenario spende gli ultimi spiccioli della sua antica popolarità, mentre alle porte della residenza presidenziale di Plan Alto abbaia la muta inferocita dei seguaci di Bolsonaro, assetati di vendetta e pronti a mettere di nuovo le mani sul futuro del colosso latinoamericano. Il rischio – avverte il giornalista Alfredo Luis Somoza – è che l’esperienza di Javier Milei in Argentina diventi un modello di esportazione in tutto il Continente latinoamericano.