Paolo Petroni
A proposito di “Qualcosa che brilla”

Romanzo del disagio

Il nuovo libro di Michela Marzano ricama una storia romanzata intorno alla drammatica realtà del disagio giovanile: un mondo che tutti, colpevolmente, cerchiamo di "dimenticare"

“La sofferenza psichica non è mai uno stato, è una storia. Una storia che si può raccontare” ed è su questa base che lo psichiatra Mauro Rolli ha creato il centro La Ginestra per adolescenti in difficoltà e che Michela Marzano costruisce il suo romanzo Qualcosa che brilla (Rizzoli, 286 pagine, 19 Euro) a più voci, quelle di chi frequenta il centro cercando appunto di far luce sulla propria storia.

Un libro corale si potrebbe dire in cui echeggiano i malesseri dei giovani di oggi che si esprimono in prima persona e vanno da Noemi, con i suoi disturbi alimentari, a Clara che è inesorabilmente cleptomane, Mauro che si droga per placare la sua ansia, Luca che ha tentato il suicidio ed è colpevolizzato per la sua omosessualità e così via, tra chi si taglia e chi si chiude in casa, in un catalogo di disagi e confessione di sofferenze che si scontrano con la superficialità dei famigliari nell’affrontare le situazioni, sicuri di aver dato ai figli sempre tutto quello di cui avevano voglia o bisogno e pensando che si tratti di stati di malattia da curare medicalmente, evitando di mettersi in gioco personalmente e cercando concretezza in quello che è invece un teatro di ombre.

Chi invece si sente in gioco è il dottor Rolli ed è questa la bella trovata narrativa della Marzano che lo vede rispecchiarsi nelle difficoltà dei suoi pazienti e annaspare, finendo anche lui per riscostruire la propria storia di chiusure, di difficoltà di rapporti, specie con le donne. A fargli un po’ da specchio c’è la sua prima paziente, Arianna, conosciuta quando lavorava in ospedale e riuscì a salvarla dallo psichiatra vecchia maniera di cui era aiuto e il cui modo di affrontare le cose era già nella chiusa solidità del suo nome, Quadro.

Arianna cresce e riappare nella vita di Rolli proprio presentandosi alla Ginestra ormai laureata in psicologia, apparentemente risolta, brava e bella con quegli occhi azzurri in cui il dottore inizia a perdersi. Il problema è che “c’è sempre qualcosa che resta in sospeso. Non ci si può aspettare che un giorno tutto vada bene per magia”, quindi le ricadute sono quasi inevitabili, ma magari si è imparato a gestirle. Marzano affronta così e ci coinvolge costruendo con abilità un racconto a più voci delle riunioni collettive dei ragazzi con Rolli, cui riesce a dare una nota di verità, in cui riecheggia la cronaca dei nostri giorni. Scopriamo così tutti gli aspetti dei loro malesseri, non malattia ma sintomi di qualcos’altro, di un dolore non affrontato, negato, che poi esplode e avvelena tutto, magari sino a quando si diventa grandi. E torna allora a proposito il Lavoisier imparato a scuola di nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si modifica.

“Non è che siccome non sono malata come intendono tutti – sbotta Sara – allora sono io all’origine del mio disagio. Perché poi il problema è proprio questo: siccome non hai niente che, oggettivamente, non va, allora la colpa è tua”. Ci si sente in colpa per qualcosa che non si capisce: “non c’è mai un evento preciso, un’esplosione che segna l’inizio di tutto. I sintomi non nascono da un giorno all’altro, crescono piano, a forza di trovarsi immersi sempre nelle stesse dinamiche. In visibili, inascoltati, trasparenti. E’ questo il muro contro cui si scontrano oggi i ragazzi: l’invisibilità!” spiega Rolli che in questo bel libro aiuta a far capire ai lettori, specie adulti e magari genitori ma anche ai giovani, che questi vanno “non giudicati o curati, ma visti e ascoltati” anche quando si chiudono senza parole, aiutandoli “a scoprire che dietro il disagio c’è una speranza”.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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