Danilo Maestosi
Alla Galleria Edarcom di Roma

Visioni romane

Una bella mostra rende omaggio a Maria Rosaria Stigliano: nei suoi quadri c'è Roma con la sua realtà e i suoi fantasmi. Un palcoscenico che rispecchia ansie e persone

Urbis Somnia. È il titolo della mostra in cartellone fino al 5 novembre nella Galleria Edarcom di via Macedonia 12, a Roma, con cui Maria Rosaria Stigliano, 52 anni, pugliese, presenta una trentina di lavori recenti. Tutti o quasi dedicati a Roma, la città dove vive e ha costruito la sua solida carriera di pittrice. Un omaggio battezzato da un richiamo alla natura sfuggente dei sogni che strizza l’occhio al visitatore ma rischia di dirottarlo verso una ambientazione impropria.

No, la Roma che rappresenta ha in comune col sogno solo il suo modo di invadere lo spazio della notte, ma non nasce dal riposo spiazzante della ragione e non rimanda messaggi cifrati di dolori e traumi rimossi. Troppo scolpiti i suoi fondali, anche senza aiuto di didascalie potresti riconoscere, dare un nome, una collocazione in pianta, a piazze, monumenti, strade di quartiere, abitudini collettive di chi la popola. Poi certo è un paesaggio urbano di visioni sfumate e di stati d’animo che sembra simulare un universo di fantasmi, ma sono spettri delicati generati ad occhi aperti, sprazzi di confessioni e riflessioni di cui l’autrice ci invita a fare tesoro e bagaglio, con le citazioni letterarie che lei stessa ha voluto aggiungere ad ogni quadro per indicarci il suo punto di partenza, liberi noi di trovare il nostro punto d’arrivo.

Il vero salto creativo di Maria Rosaria Stigliano sta nello stato d’innocenza che il suo immaginario custodisce e preserva, dote davvero rara per un artista in questo tempo d’oggi cosi inquinato dal calcolo e dalla seduzione delle merci. Qualcosa di molto simile agli umori e allo sguardo bambino con cui Alice attraversa il Mondo delle Meraviglie in cui il genio ribelle di Lewis Carroll l’ha precipitato. Non a caso una delle personali in curriculum più riuscite della Stigliano era proprio dedicata a questo libro, scelto come vangelo di formazione e di vocazione.

Cosa di più vicino all’innocenza e al pudore che fa scudo all’affetto di quell’ombra di cane al guinzaglio con cui l’autrice si ritrae a passeggio davanti a Castel Sant’Angelo nel quadro Tenera e la Notte? Due ombre a passeggio tra quinte di riflessi e di luci trasfiguranti bloccate in un fermo immagine da cinema puro. Ma rese da un artificio pittorico, da una scelta formale precisa e ricorrente che esalta – a volte anche troppo – l’intelligenza e l’autorità del pennello, imprimendo all’immobilità dell’inquadratura la frenesia di un moto perenne. La tela preparata da un fondo di graffi su cui poi il colore si stende a sfiammature di oli e di smalti. Effetti che ricordano la frenesia dissonante dei quadri futuristi, ma con intenti capovolti. In Russolo o Balla l’esaltazione della velocità come profezia di esaltante progresso, nella Stigliano una registrazione dolente di spossessamento e malinconia.

Persino nei quadri che evocano la febbre romana della movida, come nella fascinosa ripresa del viavai di nottambuli di Campo dei Fiori, un girotondo di ombre attorno a un’altra riconoscibile ombra, la statua di Giordano Bruno, dilatato da un altro trucco di scena che ritorna in continuazione nelle opere della Stigliano. Quel pavimento che sembra imprigionare come una spugna e uno specchio di rifrazioni le tracce e i rimbalzi di una pioggia recente e il passaggio ingannevole di ogni forma di vita: persone o macchine o moto che sfrecciano via. Un qui e ora di istanti e fondali, traiettorie senza un dove: grande merito dell’autrice registrare i sintomi contagiosi di un malessere ma non erigersi a giudice. l’Arte vera sta nel porre domande. Guardarsi come possibilità. Ogni sguardo un bivio e un dubbio di scelta Può essere un tunnel che d’improvviso ti si pare davanti. O il silenzio traslucido di un monumento, un relitto di questa Roma che veglia sulla sua storia, nelle ore in cui dovrebbe cedere al sonno.

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