Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Le scimmie di Eddington

I QAnonisti e i Maga, Trump e i woke, il movimento Black Lives Matter e il covid: nel nuovo film di Ari Aster con Joaquin Phoenix c'è tutta l'America di oggi. Ce n'è anche troppa...

Chissà se Ari Aster, quando ha deciso di inventare il luogo in cui si sarebbe svolto il suo nuovo film presentato in concorso a Cannes, ha scelto di chiamarlo Eddington per via di Arthur Eddington, l’astrofisico inglese che all’inizio del Novecento studiava la teoria della relatività. La relatività non c’entra niente, ma il regista poteva avere in mente lui per quella frase demenziale che l’ha reso celebre, la “teoria della scimmia infinita”: “Se un esercito di scimmie battesse per un tempo sufficiente sui tasti di macchine da scrivere, produrrebbe prima o poi tutti i libri del British Museum”. In certi momenti la sceneggiatura del film Eddington pare scritta davvero da una scimmia impazzita. Ma è un fatto che questo western grottesco, violento e decisamente scorretto ci racconta senza giri di parole le paranoie dell’America di oggi e più in generale del mondo in cui viviamo. Che non assomiglia per niente al British Museum.

Il luogo è dunque Eddington, cittadina nel New Mexico al confine con i pueblo indiani, una main street fra case basse, bar e negozi polverosi e intorno deserto che più deserto non si può. Il tempo è la fine di maggio 2020, ce lo ricordiamo tutti, le strade vuote, le mascherine e il distanziamento e le file al supermercato, in Italia eravamo in pieno lockdown da covid e pure a Eddington. C’è uno sceriffo che si chiama Joe Cross e ama le maniere forti e le pistole – Joaquin Phoenix ovviamente bravissimo, biascica le parole con il respiro corto di un uomo asmatico e deve aver faticato non poco a recitare così essendo quasi sempre in scena per 145 minuti – e c’è un sindaco che si chiama Ted Garcia (Pedro Pascal), che indossa sempre la FFP2 e tenta con modi bruschi di far rispettare le regole, ma alla fine risulta antipatico a tutti. Invece lo sceriffo con la gente ci sa fare, non mette mai la mascherina, dice che il virus è una balla e che comunque a Eddington non c’è, se ne va in giro col suo pick-up a cercare di tenere la situazione sotto controllo e la sera torna a casa dalla moglie Louise (e dalla suocera), la moglie cuce bambole strane che lui fa comprare di nascosto ai suoi amici, anche la donna è strana e rifiuta di farsi toccare dal marito (Emma Stone in una parte molto sacrificata che avrebbe meritato ben altro approfondimento).

Sceriffo e sindaco sono ai ferri corti non solo per le mascherine. Il primo è convinto che il secondo abbia avuto una storia con sua moglie, peggio, che l’abbia stuprata e messa incinta anche se è un’evidente bugia, perciò decide di sfidarlo nella corsa per l’elezione del nuovo primo cittadino. Uno scontro classico tra due visioni inconciliabili dell’America nell’era trumpiana che sembra offrire al film un filo conduttore plausibile. Ma dopo le scene iniziali piuttosto noiose e prevedibili, lo spettatore viene catapultato dentro una pellicola che si fa beffe del politicamente corretto e deraglia a ritmo travolgente con l’entrata in scena di ben altre varianti molto più rabbiose e violente di quelle del virus: ci sono i QAnonisti che sostengono la teoria del grande complotto e sono schierati con Trump e il suo “Make America Great Again”; i “woke”, cioè quelli svegli sempre in allerta contro tutte le ingiustizie che manifestano nelle strade americane, quindi anche a Eddington, dopo il caso Floyd; e ci sono i terroristi del movimento Black Lives Matter che alimentano il caos in un paese in cui le case sono imbottite di armi. Tutti a contendersi followers sugli stessi social network e che il regista maltratta con uguale ferocia senza schierarsi con nessuno, per cui si capisce perché questa pellicola non sia piaciuta né a destra né a sinistra.

Non racconto la storia che si consuma nel finale con i colpi assordanti di un fucile mitragliatore, mi limito a segnalare che il punto di svolta è l’uccisione del barbone alcolizzato e certamente contagiato dal covid che compare nella scena di apertura.

Cosa c’è che non va nel film di Ari Aster? È un piatto con troppi ingredienti, a Masterchef verrebbe bocciato perché il cuoco non ha saputo individuare il sapore dominante e ci ha pure messo troppo sale. La sceneggiatura si ingarbuglia e straborda per troppi stimoli, troppe suggestioni, troppa rabbia. Eppure la satira feroce di “Eddington” che non fa sconti a nessuno ci racconta le cose come realmente sono in tutta la loro imperfezione e incoerenza. E alla fine lo spettatore scopre di aver visto uno di quei film che pochi hanno il coraggio di fare oggi, in Italia non ce l’ha nessuno. Perciò andate a vederlo, se possibile in versione originale per non perdervi le parole biascicate e ansimanti di Joaquin Phoenix che ci racconta la fine della nostra illusione: dopo il covid non saremmo diventati migliori e niente andrà bene.

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