Diario di una spettatrice
La rinascita di Virzì
Il nuovo film di Paolo Virzì racconta la storia di un uomo che torna a vivere grazie al confronto con "i ragazzi di oggi". Un bell'apologo su una società che sbaglia a non aver fiducia nei suoi giovani
Il nuovo film di Paolo Virzì si può riassumere così: è la storia di un uomo che ritrova la speranza dopo che la sua vita è stata spezzata in cinque secondi. Ma è anche la storia di un padre che ritrova il senso del proprio ruolo grazie a un gruppo di ragazzi, perché prendersi cura è l’unico modo per uscire dalla colpa. Fortunatamente Virzì non ci propone temi tanto elevati con un film a tesi, ma raccontandoci una storia di rinascita con la giusta leggerezza e la giusta intensità, una storia che commuove senza concedere nulla al melodramma e di cui probabilmente abbiamo tutti bisogno in questi tempi bui.
Non mi era piaciuto il suo film precedente Un altro ferragosto, troppo datato riproporre dopo quasi trent’anni la disfida tra le famiglie Molino e Mazzalupi, stereotipato il confronto tra quella “sinistra” e quella “destra”, imbarazzante la recita degli attori sopravvissuti e invecchiati. Con Cinque secondi Virzì ritorna ai grandi temi esistenziali de La prima cosa bella e La pazza gioia grazie alla sceneggiatura co-firmata col fratello Carlo e l’amico Francesco Bruni e richiamando due interpreti da lui molto amati, Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi.
Le prime scene inquadrano il disordine che invade l’appartamento di un cinquantenne che vive come un eremita nelle ex scuderie di un palazzo nobiliare in totale abbandono nella campagna romana, Villa Guelfi: Adriano Sereni ha la barba incolta di Mastandrea in versione Clint Eastwood, i pochi capelli arruffati e sporchi, il viso scavato di chi mangia poco e male, gli abiti stropicciati di chi dorme vestito, l’odore di chi non si lava. Qualsiasi contatto lo irrita: va in paese solo per acquistare il minimo indispensabile per sopravvivere, quando la caldaia va in blocco segue le istruzioni del tecnico al telefono, non apre le raccomandate che il postino gli lascia in buchetta. Perché Sereni, che un tempo fu avvocato del celebre studio legale romano Marziali & Sereni, rifiuta qualsiasi contatto coi suoi simili e passa il tempo con lo sguardo spento e un mezzo toscano tra i denti?
Un’intrusione inattesa costringe il misantropo a uscire dalla tana: una dozzina di ventenni si stabilisce abusivamente nella villa diroccata e messa all’asta e comincia a lavorare nella vigna della tenuta abbandonata da anni. Non sono fricchettoni come pensa Adriano: sono biologi, enologi, agronomi decisi a riportare in produzione i vitigni autoctoni. A guidarli è una ragazza travolgente che il vino lo sa fare, gliel’ha insegnato suo nonno, il conte Guelfo Guelfi: la contessina Matilde Guelfi Camajani ha i capelli lunghi e biondi, lo sguardo fiero e insofferente di qualsiasi imposizione patriarcale, il sorriso ironico e l’accento toscano di Galatea Bellugi, parigina di nascita ed esperienza internazionale, scoperta dal pubblico italiano col film di Margherita Vicario Gloria! e in questi giorni nelle sale anche col film Tre ciotole.
L’incontro tra l’uomo e la ragazza, che è incinta, offre la chiave per dare una svolta positiva alla tragedia che paralizza l’esistenza del protagonista: lui è intrappolato dai sensi di colpa di un dramma familiare di cui si crede l’unico responsabile, lei si prende cura della terra che appartenne alla sua famiglia e della vita che porta dentro di sé e così dimostra all’uomo che niente è perduto, che c’è sempre una seconda occasione, che tutto può rinascere come germoglia una vigna creduta morta. Lui riscoprirà grazie a lei cosa vuol dire essere un padre, lei scoprirà grazie a lui il senso di generare una figlia e di creare una famiglia.
L’avvocato Sereni non è l’unico a custodire un segreto che gli macera la vita. Anche Giuliana Marziali, la sua socia nello studio legale, da sempre innamorata di lui, ha un segreto che Sereni non conosce. Giuliana è Valeria Bruni Tedeschi, un personaggio che ha, per dirla con Paolo Conte, “la sensualità delle vite disperate” e i momenti in cui entrambi finalmente si rivelano sono un’altra chiave importante del racconto, la chiave che apre la porta della solitudine offrendo lo spiraglio di un abbraccio. Ma è soprattutto lo sguardo pieno di fiducia del regista verso le nuove generazioni il messaggio che il film vuole trasmettere allo spettatore e non è certo un caso che Virzì lo proponga in questo momento, quando la politica istituzionale non concede spazi e ascolto alle loro sacrosante proteste. Adriano all’inizio disprezza quei ragazzi che sembrano degli scappati di casa, ma è poi grazie a loro che sfugge all’abisso del senso di colpa e impara ad accettare ciò che arriva dalla vita.
Un ultimo punto riguarda il paesaggio scelto da Virzì, che non è il classico scenario pittorico e perfetto delle tenute nobiliari tra Toscana e Lazio. La campagna è quella selvaggia di Cerveteri, anzi è il borgo di Ceri arroccato su un altopiano di tufo. Due operai all’inizio del film si lasciano scappare un “Maremma impestata!” Mi è bastato questo per sentirmi a casa.