Roberto Mussapi
Every beat of my heart

Keats mediterraneo

Non canta un mare inquietante e tenebroso come quello di Melville o Coleridge, il poeta inglese «che cercava l’oblio». Ma un mare che placa, che culla, qui restituito da Francesco Dalessandro, uno dei pochi autori capace di «fare poesia italiana dalla poesia di Kets»

È un mare, questo di John Keats, non canonico nella letteratura, in assoluto, e specificatamente inglese. Quello inquietante e tenebroso del Vecchio Marinaio di Coleridge, per non parlare di quello di Melville, regno del mito cavernoso del Leviatano Moby-Dick. E già alle origini il mare è nemico della quiete, in quanto ispiratore d’avventura, da quello di Ulisse a quello in cui naufraga muore Ceìce, il re marito di Alcione nelle Metamorfosi di Ovidio. Questo di Keats è un mare che placa, non da poeta inglese ma semmai mediterraneo: a volte compare, acquietante, con la luna, nei Lirici Greci, ma poi, cullante come un canto, lo sentiamo nella canzone napoletana. John Keats, il poeta malato che cercava il sonno, l’oblio, vede quel suo mare non mediterraneo come balsamico, lenitivo.
E la traduzione di Francesco Dalessandro ricrea l’incanto di questo mare keatsiano. Nel felicissimo volume da lui curato, John Keats. Fammi lezione, Musa, (edito recentemente da Il Labirinto), Dalessandro, poeta in proprio, si rivela ancora uno dei due o tre che abbiano mai saputo fare poesia italiana dalla poesia di John Kets.

 

 

 

 

 

 

 

Sul mare

D’un murmure immortale avvolge i lidi
desolati e il riflusso possente ricolma
grotte a migliaia finché l’incanto d’Ecate
le lascia al loro antico oscuro suono.
Spesso si trova in così calmo umore
che per giorni una piccola conchiglia
smuove appena da dove era caduta
quando dal cielo si scatenò il vento.
Oh voi che avete stanchi occhi irritati
appagateli sulla vastità del mare;
oh voi con orecchi assordati dal chiasso
o sazi di suoni stucchevoli, assorti sedete
all’imbocco di qualche antica grotta
finché un coro di ninfe vi faccia trasalire.

John Keats

Traduzione di Francesco Dalessandro

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