Diario di una spettatrice
Finzione nucleare
Il nuovo film di Kathryn Bigelow racconta l'arrivo della fine del mondo. Ma senza empatia, senza emozionare lo spettatore. Forse perché la realtà è già andata ben oltre l'immaginazione
Il mondo è una casa fatta di dinamite che può esplodere da un momento all’altro per un niente, basta una folata di vento che arriva improvvisa non si sa da dove, una porta che sbatte e viene giù tutto. Ma noi fingiamo di non saperlo, le guerre sono sempre le guerre degli altri, fortunatamente noi viviamo sicuri e in pace, i genocidi che ci portano nelle piazze succedono in situazioni che sono così da sempre, insomma ci riguardano ma anche no. Invece siamo tutti appesi a un filo e non abbiamo il coraggio di ammetterlo.
Questo è il messaggio esplicito di A House of Dynamite, dodicesima pellicola della regista, sceneggiatrice e produttrice statunitense Kathryn Bigelow, presentata in concorso alla Mostra di Venezia. Vale la pena ricordare che Bigelow è stata la prima donna a vincere nel 2010 l’Oscar alla regia con The Hurt Locker (letteralmente l’armadietto del dolore) e questo è certamente un buon motivo per vedere il suo nuovo film. Una casa di dinamite rientra apparentemente in un genere caro al cinema statunitense, il thriller politico-militare in chiave catastrofista. Ma vedendolo oggi, con gli occhi che ogni giorno guardano l’apocalisse prossima ventura, vengono in testa altri pensieri, uno su tutti: questa non è fiction, potrebbe succedere anche domani.
La trama del film si racconta in poche parole. I radar della base militare di Fort Greely in Alaska intercettano un missile nucleare proveniente dall’oceano Pacifico che punta diritto su Chicago. I vertici politici e militari americani non hanno idea di chi sia stato a lanciarlo, non sono stati i russi e neanche i cinesi, forse i coreani. L’unica cosa certa è che ci sono solo 19 minuti per evitare che dieci milioni di persone vengano uccise e che inizi la fine del mondo.
E qui si vede la bravura della regista. Che costruisce con ritmo serrato e attenzione maniacale ai dettagli un film di quasi due ore dividendolo in tre capitoli che propongono allo spettatore altrettanti punti di vista: ciò che succede nella base militare; quello che avviene ai vertici dell’esercito che devono riuscire in una manciata di minuti ad abbattere il missile, come a dire “colpire una pallottola con una pallottola”; infine alla Casa Bianca con il Presidente e il Segretario di Stato che devono decidere il livello della reazione, se e dove rispondere al fuoco. Tutto si incastra alla perfezione: le battute dei dialoghi, i tempi e il ritmo delle scene, le inquadrature fatte con le diverse telecamere e l’interazione tra i personaggi. Ogni capitolo si chiude con un taglio netto in nero senza dissolvenza, una scelta che è più esplicita di qualsiasi commento.
Bigelow ci racconta che la fine del mondo arriva mentre tutti stanno facendo ciò che fanno abitualmente, non sapendo che sono gli ultimi momenti della vita, e quando lo capiscono reagiscono come probabilmente faremmo tutti: c’è chi chiama la mamma fingendo che vada tutto bene solo per riascoltare la sua voce, c’è chi chiama la figlia con cui non parla da anni solo per dirle che la ama e chi nell’ultimo istante afferra la mano dell’amico che gli è seduto accanto.
Ma c’è un problema, anzi un paradosso: questo film non produce nello spettatore nessuna emozione. Almeno è quello che è successo a me, ho guardato i personaggi e le loro vicissitudini con il distacco con cui si guarda una fiction che ha tutti i requisiti del prodotto perfetto (non per niente lo distribuisce Netflix che lo porterà sulla piattaforma dal 24 ottobre), ma cui manca l’ingrediente fondamentale di un grande film: l’empatia.
Forse perché ci stiamo inconsciamente abituando a considerare la catastrofe finale come un esito ormai scontato e vederlo in un film ha il sapore del déjà vu. O più probabilmente perché chi ha visto La voce di Hind Rajab sa che la realtà è già andata oltre la sua rappresentazione cinematografica, per quanto perfetta essa sia.