A proposito di “My Life Matters”
Ritmo di resistenza
Il nuovo disco del batterista Johnathan Blake è come un'opera jazz: una testimonianza in musica della condizione afroamericana, sospesa tra ferite aperte e possibilità di rinascita
Un colpo di rullante, un frammento di voce campionato da una radio gracchiante, un respiro trattenuto. Così si apre My Life Matters, e già si intuisce che Johnathan Blake non vuole offrire soltanto un disco di jazz, ma una testimonianza in musica della condizione afroamericana, sospesa tra ferite aperte e possibilità di rinascita.
Figlio del violinista classico John Blake Jr. e oggi tra i batteristi più stimati della scena jazz internazionale, Blake ha suonato con artisti come Pharoah Sanders, Tom Harrell, Ravi Coltrane e Maria Schneider. La sua musica unisce rigore e libertà, tradizione e coscienza civile, come se ogni suono fosse un modo per tenere viva la memoria della comunità afroamericana.
Terza uscita per la storica etichetta Blue Note, My Life Matters è strutturata come una suite di quattordici episodi che alternano forza collettiva e confessione individuale. Al centro c’è la batteria di Blake, motore ritmico ma anche, per così dire, voce narrante. Ogni colpo di tamburo e di piatto è insieme gesto e parola, ogni pausa un momento di ascolto. È un disco che non si accontenta della forma musicale, ma vuole dire qualcosa, parlare al presente, anche attraverso frequenti spoken word.
Fin dal primo brano, Broken Drum Circle for the Forsaken, si percepisce la volontà di fondere linguaggi diversi: suoni campionati, giradischi, frammenti di cronaca, ritmi tribali e improvvisazione convivono in un flusso che ricorda quanto il jazz sia, da sempre, anche una forma di resistenza. In Last Breath, dedicata a Eric Garner, un nero soffocato a New York da un agente bianco durante un tentativo di arresto, la voce che ripete “I can’t breathe” diventa ritmo, respiro trattenuto e, ancora una volta, grido della memoria collettiva.
Accanto a Blake, suona un gruppo di musicisti che condividono la sua visione: Dayna Stephens ai sassofoni, Fabian Almazan al pianoforte, Dezron Douglas al contrabbasso, Jalen Baker al vibrafono. Insieme costruiscono una musica dialogica, dove ogni strumento sembra rispondere all’altro come in una conversazione ora calma ora concitata. Nei brani più estesi, come My Life Matters e Can Tomorrow Be Brighter, il suono si apre in spazi ampi, lirici, quasi orchestrali, dove si intrecciano energia e meditazione, rabbia e dolcezza.
Tra un brano e l’altro compaiono brevi interludi – monologhi strumentali, piccoli frammenti poetici – che funzionano come respiri tra un’emozione e la successiva. Un assolo di batteria, un dialogo tra elettronica e sassofono, una voce che affiora e subito scompare: sono passaggi che tengono insieme l’intimità e la coralità, che fluttuano tra la storia personale e quella di un popolo.
Il tema della famiglia, centrale nella comunità nera, attraversa tutto il disco e ne amplifica la dimensione emotiva. In I Still Have a Dream, la figlia di Blake, Muna, recita una poesia di Rio Sakairi: la voce infantile si intreccia al contrabbasso di Douglas, trasformando il ricordo di Martin Luther King in una promessa di continuità, in un sogno che non si è spento. E la voce di Bilal, presente in due brani, aggiunge un registro più spirituale, un po’ preghiera un po’ blues, come se il dolore stesso potesse diventare canto.
Nato da una commissione della Jazz Gallery di New York già nel 2017, My Life Matters è maturato nel tempo fino a diventare oggi un’opera significativa del jazz contemporaneo. Il titolo, che riecheggia volutamente il movimento Black Lives Matter, non è un semplice slogan, ma un atto di affermazione: dire che “la mia vita conta” significa ricordare che l’arte può ancora opporsi all’indifferenza e che ricordare sia una forma di giustizia alla quale la musica può dare il proprio contributo.
La fotografia accanto al titolo è di Jimmy Katz.