Paolo Puppa
Una storia sulla paura

Il nipote

«E se fosse davvero violento? Ha visto di recente in una cronaca del Tg locale l’omicidio di una vecchia ad opera di un killer, assoldato proprio da un nipote, già, un nipote. Ma Enrico, anche se non lavora, anche se non studia, il suo Enrico no...»

Non è riuscita a chiudere occhio per tutta la notte. Ha provato persino ad abbassare il riscaldamento, scelta insolita per lei. Verso le due, ha cambiato le federe pulite ai cuscini, spiegando l’insonnia improvvisa con l’odore stantio che le arrivava da quelle parti. In precedenza, verso mezzanotte, l’ora in cui di solito spegne la luce, si è versata sul bicchiere dieci gocce di Brozozapan, rispetto alle cinque abituali, bevute in un solo sorso. Niente, tutto inutile. Si è alzata all’alba, ha acceso il grande schermo televisivo sul comò di fronte, tormentando il telecomando. Alla fine si è trascinata al bagno, non appena ha sentito le grida dello spazzino in azione nella calle di sotto. Ha provato a guardarsi, mentre le mani le tremavano in modo fastidioso. Poi, s’è immersa nella vasca colma fino all’orlo d’acqua, dopo avervi sciolto almeno mezzo flacone di Orchidea nera, shower gel proveniente dall’Amazzonia. E lei crede a quanto scrivono sulle etichette. Sui capelli, prima della tinta biondo paglierino, lo shampoo rigenerante Dercos, cui è affezionata, e poi la lozione che dovrebbe rallentare la spaventosa diminuzione degli stessi. A lungo ha sfregato le ascelle con il delicato ma efficace sapone marsigliese acquistato nel negozio della Stazione, dove le fanno piccoli ma preziosi sconti.  Vuole essere fragrante, lontana dai cattivi odori dell’età. Perché lui sta per arrivare. Ha preparato polpette alle verdure, con finocchi, zucchine e uova, che gli piacciono. E un pacchetto ben sigillato, che ora sta in freezer, con il prediletto amato polpettone, ricolmo di prosciutto e ricotta. Se il ragazzo vive davvero solo, come dice la madre velenosa, dovrebbe durare almeno una settimana, preso con modiche porzioni quotidiane. E ha tutto pronto per un risotto agli scampi. Basterà il tempo di cottura del riso. Un pinot grigio a raffreddarsi in frigo. Non gli chiederà niente sulla sua vita privata, anche se il non sapere nulla su di lui la distrugge. Ma se quello intende parlarne, lei è disposta ad ascoltarlo. E ovviamente non gli darà consigli. Non gli darà nemmeno ragione, in caso. Sua figlia Anna, prolissa e aggressiva come sempre, l’ha chiamata il pomeriggio di ieri, demonizzando il ragazzo. Uno sfogo interminabile, la voce ansante per l’indignazione. Certo, se è vero che lui l’avrebbe spinta sul muro con violenza, i pugni alzati sulla faccia antipatica dell’avvocata (sempre stata antipatica sua figlia, lei deve ammetterlo), il gesto non andrebbe sottovalutato. Ma quella è enfatica e colorisce i fatti. E del resto ha ammesso di averlo chiamato poco prima “viziato e porco” e di avergli giurato sul muso che la cassa per lui era chiusa, sigillata.  Lei non ci può credere. “Non sai prenderlo”, aveva ribattuto. In ogni caso, si sente ancora più felice, dopo l’episodio. Tant’è vero che, mentre sistema le arance e i mandarini nelle due coppiere d’argento al centro tavola, le scoppia il cuore gustando l’arrivo imminente dell’incriminato. Mancano ormai pochi minuti. Enrico viene presto, per andar via poco dopo, ha assicurato, solo un salutino, e invece lei saprà trattenerlo col cibo. Lo prenderà alla gola. Sì, ora ha ventidue anni e fa il misterioso. Ma quando era un fagotto, ospitato a casa sua (la figlia faceva praticantato in uno studio lontano, a Ferrara), se piangeva di notte lei si affrettava a toglierlo dalla cameretta per portarselo nel lettone, provocando le proteste del marito. Ma lei se lo stringeva addosso, gli accarezzava il petto fino a sentirne il respiro tornare normale e assistere con gusto al suo graduale sprofondare nella pace del sonno. E quella volta, avrà avuto due anni, che frignando e con la goccia al naso si era lamentato confessando con vergogna “nona, cacca dosso”. E lei aveva provato una gioia selvaggia immergendo le mani nelle abbondanti deiezioni. Il fatto era che avevano da poco abolito i pannolini, e il bambino era ricaduto nella fase precedente. “Nessuna colpa, Enrico bello, lo capisci amor mio”, aveva ripetuto a lungo, spargendogli dappertutto un gradevole borotalco alle rose. Ma non era chiaro se la creatura avesse già elaborato il concetto di colpa. Erano passati quasi vent’anni da quell’aneddoto. Vero o sognato? Nel frattempo, le è morto il marito, liberando il letto matrimoniale. La figlia, divenuta avvocato di successo, ha voluto divorziare dal coniuge architetto, pieno di donne e di vizi, a partire da un rapporto insistito con il whisky, destinato a morire di cirrosi. Un giorno la figlia l’ha chiamata per dirle che quel disgraziato non ha lasciato niente al figlio, se non la frequentazione di bacari e di osterie. “E ha superato il padre. Perché si droga anche. Tutti i miei soldi vanno là. Ma adesso basta”. E lei trema pensando se davvero la figlia toglierà a Enrico il mensile, come farà il ragazzo a mantenersi e a pagare il monolocale in cui vive rintanato, “senza far niente tutto il giorno se non andare a scrocco”.  In più, Anna ha riferito una frase di lui, crudele, a parere della figlia. Con lui, che dopo un pessimo liceo, ha presto interrotto ogni rapporto con la facoltà di legge, “l’ascensore sociale torna a scendere, in una decrescita felice”.  Insomma, lei non sopporta più la figlia, così decisa, sprezzante, vincente, capace solo di fare il vuoto attorno a sé. E nondimeno trema al pensiero di dover aiutare Enrico con la modesta pensione del marito, insegnante di scuola, oltre alla sua piccola di impiegata per pochi anni all’Inps, rientrata a casa in anticipo per l’asma. Perché teme soprattutto che il ragazzo le chieda all’improvviso dei soldi. Lei non ne ha, se non una cifra misera. Risparmia sull’euro. Anche quel pasto, dovrà pagarselo con qualche rinuncia per almeno una settimana. Potrebbe però donargli il disegno di Viani o il quadro di Tancredi, entrambi in camera da pranzo, donati da un amico al consorte buontempone. Ma cosa potrebbe ricavarne il ragazzo? E se fosse davvero violento? Ha visto di recente in una cronaca del Tg locale l’omicidio di una vecchia ad opera di un killer, assoldato proprio da un nipote, già, un nipote. Ma Enrico, anche se non lavora, anche se non studia, il suo Enrico no. Certo, mai una volta, con tutti i regali che gli ha fatto, e le mance continue, mai una volta che si è lasciato andare a dire in faccia alla nonna di volerle un po’ di bene, ma lei è sicura comunque del suo affetto. Lo sente dentro di sé, quando lo guarda dritto negli occhi, che quello non abbassa. Buon segno, questo. Non ha una ragazza, mai avuto una ragazza. “Magari è gay”, un giorno è sbottata Anna e lei le l’ha supplicata di controllarsi, di piantarla con quelle frasi spietate. Se anche lo fosse, poi?  Deve essere la sua generazione a giustificare le differenze, a mostrare tolleranza, e non la figlia di trent’anni più giovane? Perché Anna si è pure dilungata nei particolari e aggiunto una frase significativa del ragazzo, che aveva orrore del “su e giù, come un martello pneumatico”. “Mi sa che vede film porno, il debosciato”. Ma come si può arrivare a parlare così del proprio figlio, di uno che è uscito piangendo dal tuo ventre? Ha mai provato la sapientona a immedesimarsi in Enrico, per capirlo nel suo intimo? Sarebbe una madre, quella? Lava intanto l’insalata e sistema con un tocco di eleganza una coppetta di peltro con i pinoli e le olive, e sotto il suo bravo merletto. Non è sicura gli piacciano i pinoli. Si elenca gli argomenti da cui partire. Se va ancora allo stadio a vedere il Venezia, se tifa l’Inter come da ragazzo. Se ha seguito qualche bella serie. Tutte cose insignificanti, che non dovrebbero agitarlo o turbarlo. Alto com’è e magro. Da chi ha preso se lei e Anna sono piccole e in carne, e padre e nonno anonimi nel peso e nel resto. “Figlio di nessuno”, gli ha gridato una sera l’Anna furiosa. Figlio suo, allora, lei direbbe gongolando. Figlio della nonna. Se avesse soldi, lo adotterebbe. Perché no? In fondo, potrebbe vivere ancora qualche anno. L’ultimo controllo al sangue mostrava pochissimi asterischi, e valori alterati di poco. E l’asma cronica sotto controllo. E il marito non romperebbe più le scatole la notte, se mai il ragazzo si mettesse a piangere. Sì, quasi grida, darebbe la vita per quello spilungone, pallido e silenzioso. Figlio unico di figlia unica. Nessuno in fondo l’ha mai allevato alla socialità. Sempre solo, come lei adesso. Volendo, potrebbe dormire nella camera degli ospiti. Non nella camera matrimoniale, con lei. E qui, arrossisce senza ragione. Ma sarebbe un sogno, portargli la mattina la colazione a letto, i croissants soffici all’albicocca come tanti anni fa. Ma come si fa? Frequenta brutta gente? Non oserebbe mai domandarglielo, seguendo le insinuazioni malevoli di Anna. Ha fatto, per dessert, anche il tiramisù senza il caffè, conoscendo i suoi gusti. Ecco, è il momento di un controllo ulteriore dallo specchio dell’ingresso. Può andare per una che ha settantadue anni. Poi, all’improvviso, si mette a tremare. E non per la notte insonne. Poi, guarda dalla finestra la calle silenziosa che si snoda in verticale. Enrico ha accettato il suo invito dopo essere stato oltre un anno senza rispondere alle sue telefonate ansiose. Il cellulare come morto. Proprio adesso che è in “collasso economico”, ripetendo le parole astiose di Anna, e che è disperato, senza alcuna prospettiva. “Vengo, nonna, calma”. Queste le sue ultime parole. Ma adesso lei ha paura.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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