Il mondo del Jazz
Il fuoco di Sanders
A tre anni dalla morte, tornano due album "dimenticati" di Pharoah Sanders, il grande jazzista "visionario" che ha raccolto lo scettro di John Coltrane
Settembre 2022. A Los Angeles si spegne Pharoah Sanders, aveva 81 anni. Con lui sembra chiudersi un portale verso dimensioni sonore che nessuno aveva mai attraversato prima. Per chi non aveva visto John Coltrane dal vivo, Sanders era stato l’unico legame vivente con quel fuoco sacro. Eppure, il paradosso della storia vuole che proprio nell’ultimo anno di vita Sanders sia diventato popolare tra ascoltatori che forse ignoravano chi fosse Coltrane. Promises, la sua collaborazione con Floating Points e la London Symphony Orchestra, ha venduto come un disco pop, è stata candidata al Mercury Prize, è finita nelle playlist delle riviste di moda. Un anziano sassofonista jazz di ottant’anni che soffia note rarefatte su tappeti elettronici minimali diventava un improbabile profeta del futuro.
Sanders non è artista da stanche commemorazioni. In questi mesi sta riemergendo in documenti che lo restituiscono nel pieno della sua potenza visionaria: l’Lp Izipho Zam (My Gifts), registrato nel 1969 e dimenticato per decenni, e Love Is Here, doppio album dal vivo registrato a Parigi nel novembre 1975 e rimasto sepolto negli archivi della televisione francese.
Ma facciamo un passo indietro. Ferrell Sanders nasce nel 1940 a Little Rock, Arkansas. Comincia con la batteria in chiesa, poi passa al clarinetto e infine al sassofono tenore. Negli anni della segregazione suona dietro una tenda: la musica dei neri poteva essere ascoltata, purché i neri restassero invisibili. Nel 1962 arriva a New York senza un dollaro. Dorme per strada, vende il proprio sangue per mangiare. Ma intanto suona con Sun Ra, Ornette Coleman, Don Cherry, insomma, il laboratorio dove il free jazz sta riscrivendo le mappe del possibile.
Poi, nel 1965, la chiamata decisiva. Coltrane lo vuole con sé e Sanders entra nel suo ultimo quintetto e lì il suo sax sfida il maestro non emettendo semplici note ma scariche elettriche, urla telluriche, multifonici che sembrano registrazioni di terremoti. Qualcuno scriverà: “Un vento folle che stride attraverso le cantine dell’Inferno”. Non era una metafora, era una diagnosi.
Alla morte di Coltrane nel 1967, Sanders diventa il custode del fuoco. Se Coltrane aveva aperto le porte verso India e Africa, lui le spalanca del tutto: il jazz diventa veicolo di guarigione planetaria, spiritualità in azione. Tra il 1966 e il 1974, per la Impulse!, registra undici album che ridefiniscono il concetto stesso di jazz. Karma, con il brano fluviale The Creator Has a Master Plan, è una liturgia sonora lunga trentadue minuti: un rito collettivo che scivola perfino nelle radio FM, contaminando la controcultura rock.
Nello stesso periodo, Sanders incide per la Strata-East Izipho Zam (My Gifts) – “i miei doni” in zulu -, un lavoro incandescente e comunitario in cui il free diventa trance collettiva. Un classico del genere. È jazz come cerimonia, evocazione e catarsi.
Nel novembre 1975, a Parigi, registra il concerto ora pubblicato col titolo Love Is Here: The Complete Paris 1975 ORTF Recordings. Qui Sanders non urla più, proclama. L’intensità è intatta ma disciplinata, quasi mistica. I suoi omaggi a Coltrane, da I Want to Talk About You a Moment’s Notice e Lazy Bird, rivelano un musicista che ha attraversato il caos per ritrovare la melodia e la grazia. È come se dicesse: dopo aver distrutto il linguaggio, ora posso ricomporlo.
Da lì si apre la sua fase più lirica, oggi finalmente rivalutata grazie al monumentale box The Complete Pharoah Sanders Theresa Recordings, pubblicato dalla Mosaic Records. Raccoglie sei album registrati tra il 1979 e il 1987 per la piccola ma visionaria etichetta californiana Theresa, oggi rimasterizzati con splendida nitidezza. È il Sanders maturo, che trasforma la furia in luce, l’estasi dionisiaca in introspezione.
Il primo disco, Journey to the One (1979), mette in campo una sezione ritmica formidabile (John Hicks, Ray Drummond, Idris Muhammad) e alterna esplosioni modali a momenti di pace assoluta. Rejoice (1981) amplia lo spettro ritmico con Elvin Jones, Billy Higgins e Bobby Hutcherson: una festa spirituale dalle venature africane. In Heart Is a Melody e Shukuru, la dimensione mistica si fa più intima. Sanders riprende due classici, Naima e Body and Soul, con una dolcezza quasi ascetica, lasciando che il tempo si dilati fino a dissolversi.
Infine, A Prayer Before Dawn (1987) chiude il cerchio con la voce roca e tenera del profeta ormai pacificato: Living Space di Coltrane, Midnight at Yoshi’s, perfino The Greatest Love of All diventano meditazioni sull’amore come forza universale. Non più il grido dell’anima, ma il suo respiro.
Queste incisioni, spesso liquidate come “minori”, oggi appaiono come la fase conclusiva di un viaggio spirituale, non un ripiegamento, ma una riconciliazione. Dopo aver incendiato il linguaggio del jazz, Sanders lo addomestica senza addolcirlo, lo riconduce all’origine blues e alla purezza del canto. È come se avesse trovato finalmente la quiete dentro il suono.
Cinquant’anni dopo quel concerto parigino, la sua musica non ha perso un grammo della sua urgenza. Anzi, forse solo ora possiamo davvero capirla. Il free jazz ambient, il nuovo spiritual jazz, le contaminazioni elettroniche: Sanders li aveva già sognati tutti. E mentre le sue note continuano a risuonare, da Karma a Promises, da Love Is Here alle registrazioni Theresa, il suo messaggio resta intatto: che ogni soffio, ogni grido, ogni preghiera può diventare musica – e che nella musica, come nell’universo, tutto è uno.
La fotografia di Pharoah Sanders accanto al titolo è di Tim Dickeson.