All'Accademia di San Luca di Roma
Il fulmine di Puppi
Daniele Puppi ha costruito un percorso di videoinstallazioni (con rimandi da Giorgione a Velázquez) rimodulando la grande tradizione della pittura da museo
Per quanto lontano tu possa andare, di là dai confini geografici e stilistici, ad esempio oltre i limiti del linguaggio pittorico ossia portando la tua macchina da presa digitale nel paesaggio californiano, l’arte ti riproporrà sempre un sicuro rientro a casa, alle origini del fare. Che per Daniele Puppi, di Pordenone, ma con uno studio a Cormons e da due anni un piede a Los Angeles, a Roma adesso significa un ritorno al museo, alla pittura di genere (nudo e paesaggio), al mito e alla storia. Nelle sale al piano terra dell’Accademia di San Luca l’artista friulano si è accasato attraverso un trittico di video installazioni realizzate apposta per palazzo Carpegna e che, secondo il suo modus operandi, sono nate in (o si sono adattate a) questo luogo carico di storia e memoria. Eppure l’accesso alla mostra lungo il corridoio d’entrata alla gilda degli artisti, in asse con la prospettiva visiva che conduce al fastoso festone borrominiano, è segnato da un cartone animato rielaborato nel 2021, The Chain, che per il visitatore è un vero uppercut in faccia. Rumori assordanti, immagini di violenza simulata (le botte che il gatto di Tom e Jerry rifila a un cane incatenato che è andato a svegliare e provocare), la reiterazione all’infinito di suoni e movimenti ossessivi. Tutto ciò ci immette immediatamente in una dimensione che, per quanto altra e manipolata rispetto al disegno animato made in Hollywood, è specchio lucido della realtà che viviamo quotidianamente, nostro malgrado, e in ogni latitudine.
Marco Tirelli – ex direttore dell’Accademia di San Luca e curatore di Eh, lampu! (questo il nome della personale di Puppi, inaugurata il 26 settembre e aperta fino al 6 dicembre negli ambienti di piazza dell’Accademia di San Luca 77; ingresso gratuito) – scrive nel libro che accompagna la mostra: “Riflettendo sul lavoro di Daniele, mi accorgo come la parola chiave sia proprio limite e la sua continua ridefinizione. Se la scienza, l’arte, le esplorazioni sono avvenute proprio nel nome del desiderio di rompere e superare i limiti, è anche nel nome di questa energia, di questa forza motrice che si sono sopraffatti popoli e distrutti ecosistemi”. Dunque, un limite al linguaggio e un limite alla storia – con il presente sempre uguale condannato a reiterare errori e orrori del passato – che Puppi sonda e tocca con un altro lavoro proposto nella città, Roma, che dagli anni Novanta del secolo scorso lo ha accolto. Si tratta del Lancio del Sasso, opera nuova realizzata riprendendo però un video del 1995 nel quale l’artista stesso si fece riprendere di spalle mentre raccoglieva sassi sul greto di un fiume in secca e li lanciava senza sosta verso l’orizzonte lontano, come a cercare di infrangere quella distanza spaziale o di colpire il volto di un nemico invisibile. Al David di trent’anni fa, allora impegnato nella lotta con un Golia immaginario, Puppi sovrappone ora la sua scelta adulta di ritmare la scena con stacchi sonori, shock uditivi e visivi che, come un gong, riportano il movimento sempre al ciak iniziale, al punto di partenza di un gesto antico come quello dello scagliare all’infinito la prima pietra.
Lancio del Sasso (nella foto accanto al titolo) si trova nella sala di destra dell’ambiente tripartito in cui Puppi, nel 2017 autore di Respira per la Galleria Borghese, ha collocato i giganteschi schermi che ospitano – come i giganteschi teleri della tradizione veneziana, o l’immensa Marina di Sartorio appesa lungo lo scalone dell’Accademia di San Luca – i suoi lavori creati grazie a videoproiettori, monitor, sincronizzatori, altoparlanti, mixer audio. Al centro dell’ideale trittico composto da Lancio del Sasso e, nella stanza di sinistra, da Coyote Venus (2023, nella foto accanto), c’è il lavoro più recente di Puppi, frutto dell’esperienza americana, ossia Downtones Tunes. La inquadratura è fissa, dall’alto di una collina, sullo sterminato paesaggio urbano di Los Angeles. E il passaggio dal giorno alla notte non avviene attraverso il graduale trascorrere dei minuti. Ma tramite cambi repentini, schiocchi di frusta, flash assordanti, che segnano il cambio di atmosfera, l’avvento delle luci del giorno su quelle della notte, sul tessuto immoto della metropoli californiana. Dettagli, come il passaggio di un elicottero o l’avvicinarsi dei clienti a un supermercato, popolano – ma non animano – il paesaggio immobile. Subito risucchiati dal ritmo assordante e indiavolato dei cambi di scena di un regista che, dietro le quinte, si muove come fosse un boxeur, un asso del knock down.
Il lampo evocato nel titolo della mostra (scritto secondo il dialetto sardo: Eh, lampu!) ci riporta alla Tempesta di Giorgione, con il fulmine che scuote il cielo e la quiete del paesaggio bucolico. Però, la scarica elettrica che segna e ritma il tempo dei i tre sunnominati lavori dell’artista che, a Roma lavora con la galleria Magazzino d’arte contemporanea, non si scatena nel nudo monumentale della sala di sinistra. Coyote Venus è un video di poco più di 7 minuti in cui non avviene nulla, se non fosse che i capelli della modella immobile sono mossi dal vento e appaiono così simili, nella loro sottigliezza, ai rami degli sterpi che spuntano nel paesaggio desertico sullo sfondo. In primo piano, c’è solo lei, Venere, con il corpo nudo adagiato, ma non su morbide coltri, come la Venere allo specchio di Velázquez (il capolavoro del 1648 della National Gallery di Londra), bensì sull’aspra roccia, peraltro spaccata proprio all’altezza del bacino. Davanti ai pochi minuti della posa, e nel tempo infinito del loop, non accade nulla. Si sente solo, in lontananza, il latrato di un coyote, che restituisce ferinità a questa immagine feriale, arcaica e classica al contempo. Così simile, nella posa aulica e nelle forme popolari, alla modella di Pierre Subleyras (accademico di San Luca dal 1740) nel nudo-capolavoro di Palazzo Barberini. E il ritorno al museo di Puppi si tinge così di eros.
Le fotografie delle opere sono di Andrea Veneri.