Domenico Calcaterra
A proposito di "Suicidi imperfetti"

Esercizi d’ammirazione

Il libro più recente di Fabrizio Coscia è un catalogo di ritratti rovesciati dove il soggetto è colto nel suo momento più emblematico e drammatico: il suicidio

Tornare a scrivere di uno scrittore che si conosce e di cui s’è letto praticamente tutto (inediti compresi), è sempre un assai strano esercizio di equilibrismo, a fronte dell’altissimo rischio di ripetersi, di non aver altro da aggiungere. Il trucco potrebbe essere quello di trattarlo già alla stregua di un classico, riservargli un approccio onnicomprensivo, tentarne l’ennesimo ritratto. Nel corso degli ultimi dieci anni, Fabrizio Coscia è stato uno dei pochi autori che abbia anche maturato un chiaro progetto di letteratura, concretizzatosi nella direzione della bella collana di non-fiction “S-confini” dell’Editoriale Scientifica di Napoli, e per il quale è uscito, dopo l’esordio in collana con Nella notte, il cane (2021), il suo libro più recente, Suicidi imperfetti (2024, 193 pagine, 15 Euro).

Si tratta di una raccolta di “esercizi d’ammirazione”, in cui realizza un repertorio di vite illustri, epperò scegliendo di illuminarne il senso attraverso il cono rovesciato del suicidio, grimaldello conoscitivo rivelatore dell’intera parabola esistenziale di questi personaggi del cuore. O, più semplicemente, Coscia dà corpo al racconto di una sua ossessione, convinto che in qualunque modo avvenga o da chiunque sia compiuto, il suicidio, nella sua “imperfezione”, “parla anche a noi, parla anche di noi”. Ché scrivere per lui, sin dai tempi di Soli eravamo (2014), è sempre stata una questione di amore e morte. E scrivere degli artisti per motivi diversi più amati, magari a partire da una deriva tematica cui appigliarsi, non è che occasione (penso a libri come La bellezza che resta o a Sentieri delle ninfe) d’intrecciare il racconto critico sì con l’autobiografia, ma per farne risultare il dato comune (trauma, psicosi, complesso irrisolto), nell’ottica d’una risemantizzazione il più possibile condivisa col lettore.

Ancora: se in Nella notte, il cane il rapporto tra letteratura e vita appariva volutamente sbilanciato a favore dell’esistenza, con la ricerca di una esemplare nitidezza di dettato, nei diciannove ritratti confluiti in Suicidi imperfetti il vissuto dello scrittore rimane sottotraccia, mentre l’intento da critico dell’esistenza è quello di connettere i particolari casi della vita dei singoli artisti alla loro opera (“la creatività si nutre, quasi sempre, del lato oscuro della vita”). Così l’amore disperato di Cesare Pavese per l’attrice americana Constance Dowling non fa altro che metterlo ancora di più dinnanzi alla sua arresa nudità e, per farla ritornare in Italia, s’impegna nella scrittura di fallimentari soggetti cinematografici che non riescono a trovare realizzazione. Eppure, in quei soggetti per il cinema mai divenuti film, Pavese non ha fatto altro che far confluire tutte le sue ossessioni di uomo e di scrittore. Mentre l’originale concezione dello spazio fotografico della giovanissima Francesca Woodman, luogo di intrappolamento e segregazione, non conduce a nessuna epifania se non all’esplorazione dei limiti del nulla, per cui l’unico gesto che rimane da compiere è “l’uscita dalla cornice”.

Talvolta, il suicidio può essere frutto di una banale catena di coincidenze, come nel caso del musicista Enrique Granados: di ritorno dagli Stati Uniti, in un viaggio fatto di ritardi, coincidenze, tortuosi tragitti, si trova insieme alla moglie a bordo della nave Sussex che da Dover salpa nel pomeriggio dell’11 marzo del 1916 per Dieppe; scambiato per una imbarcazione militare, il piroscafo viene silurato e affondato da un sommergibile tedesco. Granados, nonostante non sappia nuotare, viene issato su una scialuppa di salvataggio, ma quando vede la moglie in balia delle onde, non esita a rigettarsi in mare. Dalla casualità alla scelta consapevole di un destino: morire insieme alla moglie. In perfetta coincidenza di arte e vita, “El amor y la muerte”, la ballata ispirata al decimo Capriccio di Goya assomiglia in tutto e per tutto al suo destino: mai tragica, e tuttavia pervasa dal calco malinconico della fine, di quel salto nel vuoto.

C’è chi, come Stefan Zweig, sulle orme dell’amato Kleist, progetta al contrario nei minimi dettagli il suicidio suo e della moglie Lotte, annunciato con diverse lettere a familiari e amici. Coscia parla addirittura di “riscrittura” del medesimo abisso vissuto da Kleist, che Zweig aveva voluto approfondire nella biografia dedicatagli anni addietro. L’unica consolazione per i coniugi Zweig è Eva, l’amata nipote che riescono a far salvare con la fuga negli Stati Uniti, ma che rinunciano a prendere con loro, forse per risparmiarle la totale assenza di speranze che sembra assediarli. Stanchezza della vita che ritroviamo trasposta nell’ultima ambigua opera, La novella degli scacchi, chiaro retablo autobiografico del senso di scacco che dovette provare Zweig e che lo indusse, come Kleist, a proporre la soluzione del suicidio alla giovane moglie. La teatralità, scrive Coscia, non toglie veridicità al gesto compiuto.

Sarah Kane, nell’ultima sua opera teatrale, il monologo intitolato 4.48 Psychosis, descrive nei minimi dettagli ciò che sarà da lì a poco il suo tentato suicidio con un potente cocktail di antidepressivi e sonniferi: salvata dal solerte intervento di un vicino, morirà tre giorni dopo impiccandosi con i lacci delle scarpe nel bagno d’una camera d’ospedale. Un teatro rivoluzionario quello della Kane, senza veli o infingimenti, senza tentate seduzioni: soltanto uno sguardo dritto sul mistero del vivere e del morire. A sondare questo mistero si dedicò anche Rachel Bespaloff, la cui vita fu segnata da due stimmate ineludibili: l’origine ebraica e il nomadismo. Da autodidatta, lei che proveniva dal mondo della musica, dopo il folgorante incontro a Parigi con Sestov, comincerà a scrivere articoli e saggi dedicati ai principali scrittori e filosofi del suo tempo. Scampata all’olocausto, finirà per vivere la condizione della sopravvissuta come una colpa. Nel 1938 uscirà uno dei suoi libri più amati, Sull’Iliade, in cui riflette sulla centralità simbolica nel poema omerico del duello fra Achille ed Ettore. Quest’ultimo diviene infatti il “custode delle felicità periture”, l’eroe della resistenza, l’alfiere di ciò che rimane di più caro e umano nella tragedia della guerra. Un emblema di speranza che Rachel tentò di tenere vivo anche nella sua esistenza, fino a quando tutto si spense con il suicidio il 6 aprile 1949 nella sua camera al Mount Holyoke College di South Hadley, Massachussetts. Già in Soli eravamo, a chiusura del capitolo che porta il titolo di quest’ultimo suo libro, “Suicidi imperfetti”, si chiedeva il perché degli stivali di gomma indossati dalla Woolf prima di buttarsi nell’Ouse o delle cialde accanto ai sonniferi nella camera d’albergo in cui si tolse la vita Pavese, segni forse di un “ripensamento tardivo”, sulla soglia della morte.

Per entrambi, la Wolf e Pavese, il suicidio coincide con una rinuncia alla scrittura: la difficoltà di essere all’altezza del proprio fallimento, di non avere più risposte da offrire; come per lo sventurato Salgari, il cui suicidio viene da Coscia connesso allo sforzo di tutta una vita di dare corpo e sangue a una “biografia immaginaria”, frutto del drammatico iato tra realtà e scrittura, e che non fa che rivelare la condizione borderline, tipica degli scrittori. Le vite degli artisti amati, chiosate con instancabile e chirurgica precisione da Fabrizio Coscia, sono accomunate dal fluttuare in quella pianura proibita del difficile passaggio verso la propria sparizione. E mentre lo scrittore convoca sulla pagina i suoi fantasmi, a noi che leggiamo rimbalza all’orecchio l’atmosfera onirica e rapsodica di How to disappear completely dei Radiohead, con il suo ipnotico refrain cantato da Tom Yorke: “I’m not here / This isn’t happening”.

domenico.calcaterra@gmail.com

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