Al Teatro Ivo Chiesa di Genova
Elettra nostra contemporanea
Davide Livermore riporta in scena un grande classico del primo Novecento: "Il lutto si addice a Elettra" di Eugene O'Neill. Un'Orestea intrisa di psicoanalisi che ammalia il pubblico anche grazie alle prove di Elisabetta Pozzi e Linda Gennari
Inizio di stagione strepitoso quello che ci ha offerto il Teatro Nazionale di Genova diretto da Davide Livermore. Lui ha portato in scena al Teatro Ivo Chiesa una dei lavori più famosi di Eugene O’Neill, Il lutto si addice ad Elettra. Questo, che è uno dei capolavori del Novecento (debuttò a New York nel 1931), prende spunto dalla trilogia eschilea per indagare le inquietudini e le violenze del nostro tempo.
Attraverso un cast notevole Livermore ci ripropone in tutt’altra maniera un testo che aveva già affascinato Luca Ronconi nel 1997. Per Ronconi, O’Neill convertiva «il mito in storia portando in scena l’impraticabilità dell’Orestea», mentre per Livermore questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca.
O’Neill ricalca i tre drammi di Orestea con tre pièce (Il ritorno, L’agguato, L’incubo) animato dalla precisa volontà di proporre sé stesso come il vero fondatore di un teatro statunitense “regolare”: la sua trilogia, infatti, è ambientata nella Nuova Inghilterra subito dopo la fine della Guerra di Secessione.
I personaggi di O’Neill sono davvero abbandonati, distrutti, soli di fronte al proprio destino; come ci racconta la grande applauditissima Elisabetta Pozzi (che nella edizione di Ronconi impersonava la figlia Lavinia) nel perverso ruolo di (Clitennestra) Cristine Mannon, moglie di Ezra Mannon (interpretato magistralmente da Paolo Pierobon). Cristine, aiutata dal cugino di lui Adam Brant, un perfetto Aldo Ottobrino, (che poi scopriremo anche amante di lei) riesce a far fuori il il marito. Al ritorno di (Oreste) Orin Mannon (fantastico Marco Foschi), (Elettra) Lavinia Mannon – superlativa Linda Gennari – lo convince a uccidere Adam Brant. Orin, dopo essersi rinfacciato con Lavinia le rispettive infelicità – entrambi sono reduci da un lungo viaggio nei mari del sud – cade in ulteriore depressione e si suicida come farà pure Christine. Lavinia, rimasta sola, si rinchiude nella casa vuota, come una sepolta viva finché non si renderà conto che non può scampare ai fantasmi, tormentata dal dilemma: “perché non possono morire i morti?”.
I nomi dei personaggi naturalmente ricalcano quelli greci: le azioni sono le stesse ma il sentire no. I nostri sono personaggi del XX secolo, penetrati da Freud e dal primo Jung, attanagliati in sequenze che lasciano gli spettatori senza fiato. E Davide Livermore ci è perfettamente riuscito. Anche grazie alla sua magica scenografia tutta a pareti sghembe, pervase da colorazioni simboliche che di volta in volta, delitto dopo delitto, punteggiano gli innumerevoli drammi psicologici che devastano questa famiglia. Contribuiscono a questo risultato anche gli arredi d’epoca di poltrone sedie e tavolini, compreso un vecchio mobile radio da cui uscivano spezzoni sonori dell’opera a suo tempo curata da Ronconi.
Tre ore dense di emozioni che hanno profondamente colpito il pubblico che gremiva il Teatro Ivo Chiesa curioso di vedere la rilettura di questo grande, profondo testo di Eugene O’Neill. Scoprendo ancora una volta come il buon teatro sa scavare dentro l’animo umano lasciando il segno.
Le fotografie dello spettacolo sono di Federico Pitto