Alle Officinenove di Roma
L’arte non-definita
Una mostra ospita i "gioielli" di Monica Pirone e la loro rappresentazione fotografica di Roberto Cavallini: un modo per cercare di svelare il mistero della creatività
Ti accoglie la foto a grandezza naturale di una donna a testa in giù: è adagiata, quasi contratta tra le pieghe di un telo bianco, una mano a trattenersi il ventre, l’altra a schiacciare il suolo, i piedi sbilenchi, volti a spingere il soffitto, a sfondarlo, e i capelli botticelliani sparsi simmetricamente ai lati, come a celare lo spazio, un ventaglio, una tenda, che ci proiettano negli occhi profondissimi. E il punto di fuga, il punto di fuga è un medaglione, un chiodo dalla testa larga, il fuoco dell’ellissi in cui è racchiuso il corpo dell’artista, colto nell’attimo in cui sta per ruotare.
Entri nello spazio espositivo e immediatamente sai che sarai spiazzato, risucchiato e specchiato nei volti, nei corpi, negli occhi e nei gioielli dnaturalei Monica Pirone.
Questa è Anima svelata?, la mostra-incontro tra il fotografo di lungo corso, Roberto Cavallini (che i lettori di Succedeoggi ben conoscono) e l’artista Monica Pirone, che si inaugura oggi a Roma alle Officinenove (Via del Casale Galvani, 9, 18-20.30 dall’11 ottobre al 5 novembre). Oltre ai ritratti di Cavallini, sono esposte le opere di Pirone, che vanno da gioelli realizzati con materie di recupero, a grattacieli di cartone da imballaggio a Barbie riqualificate e ridefinite in un ruolo sociale.
L’arte di Pirone più che poliedrica è politropa, come l’Odisseo “dalle mille svolte”: ti invita in un labirinto di riflessi e di residui, di rifiuti dei consumi e di respiri scartati, ti intrappola in una dimensione che rende dramma la noncuranza. Monica Pirone usa i giocattoli perduti e dà loro nuova morte, immortalandoli in tragedie seducenti. Ti costringe a un gioco di ruoli, dove è continuo il cozzo del femminile con la realtà dell’esclusione, del confinamento, della non appartenenza.
Spiccano i gioielli, a cui Roberto Cavallini, dedica più di una foto, concrezioni di ritagli di risulta, micromagmi, cammei di soldatini di plastica, madreperle fasulle. Ogni singolo pezzo esplode in una denuncia politica e poetica, oscilla tra il tragico e il raffinato, apre mondi e inquietudini.
Ed ecco che Cavallini, nel fotografarli in bianco e nero, sottrae loro dimensione e crea vortici, apre portali verso gli Inferi. Inferi e non inferni: è proprio una discesa iniziatica, orfica, misterica, quella a cui ci invitano, un varco verso lo svelamento dell’anima di Pirone. Non si rimane indifferenti sulla soglia, si salta con una mano sulla gola e l’altra a tastare il buio di fronte a sé; ci si avventura bendati in terra incognita, ma accogliente, in caverne umide e tiepide, dove si coglie la sfida degli occhi di Pirone come una carezza appuntita.
Questo sguardo che si moltiplica sulle pareti, occhi che eruttano malinconia e malìa, tele iridescenti di aracnide in arazzi frastagliati, racconti suggeriti e abortiti; le foto ti catturano nella gabbia degli infiniti specchi, degli infiniti doppi, dove il corpo dell’artista è una rivoluzione consapevole, un interrogativo la cui eco si replica in un calcolo infinitesimale: sono io questa? O, per parafrasare l’Elena di Euripide, è l’immagine di me che non sono io? Nella foto in cui Pirone impugna lo smartphone come lo specchio di Narciso, l’artista sembra cercarsi, volere conferma della sua identità e sfuggire allo scavo dell’altra macchina che la sta fotografando, quella nelle mani di Cavallini.
Cavallini fotografo accarezza con rispetto il corpo dell’artista, vuole andare al di là della sua oggettivazione in immagine, al di là del frame che blocca l’attimo perché è bello. Più che lo svelamento, cerca lo scivolamento nell’ombra, lavora sulle pieghe, sugli incisi della pelle, sull’amore/distacco dell’artista per la sua opera: Pirone sembra voler confortare i suoi modellini di grattacieli e sembra volerli distruggere, quasi fosse Godzilla in un film giapponese degli anni ’50, si cela a vantaggio del gioiello, ma così esalta la sua presenza/assenza.
Questo coglie l’obiettivo di Cavallini, un’anima alla ricerca di una sua non-definizione, che sfugge timida e penetrante, che trova la sua ragione di esistere in un vento, in quel ruach ebraico, che è vento di creazione. Non assistiamo a una creazione, ma veniamo noi stessi creati e definiti dallo sguardo dell’artista, che ci racchiude nella sua visione, nei suoi gioielli, nei suoi grattacieli di cartapesta, nelle sue bambole afasiche, nel punto interrogativo di “Anima svelata?” che mette a nudo noi più che sé stessa.
Le fotografie sono di Roberto Cavallini.