A proposito de "Il sale dei morti"
Tempo di catastrofi
Il giallo "sciasciano" di Salvatore Falzone è in realtà un romanzo politico che rappresenta una sorta di "teatro degli inganni": quello nel quale ciascuno di noi è costretto a vivere
Nella vita tendiamo a seguire, per quanto riguarda le nostre azioni, un criterio probabilistico. Nel Krimi, ovvero del romanzo giallo, invece, si conquistano certezze. Lo scrive Bertolt Brecht in suo saggio del ’38, Sulla popolarità del romanzo poliziesco, tradotto per Einaudi in Scritti sulla letteratura e sull’arte: dove osserva che intanto il giallo appaga senza dubbio le esigenze di una vasto pubblico, ma soprattutto è legato a uno “schema” logico, tanto da diventare una “abitudine intellettuale” (non necessariamente preferibile ad altre) apprezzata dai lettori in virtù della sua struttura, regolare e se vogliamo ripetitiva; al fondo, diremmo, rassicurante. Ciò che importa sono dunque gli “schemi”, che si possono combinare a piacimento. Non è un’analisi troppo diversa se non nel tono da quella che, più o meno negli stessi anni, faceva all’America Edmund Wilson, quando sosteneva con una certa acredine che leggere i gialli, ossia leggere “ciarpame”, era un vizio (non particolarmente grave) a metà fra l’alcol e le parole incrociate: e che sostanzialmente le storie di delitti e detectives rispondessero a un intento consolatorio, in periodi così travagliati.
I due sembrano arrivare con differenti valutazioni a conclusioni simili, ma con valutazioni opposte. Brecht dimostra inoltre una penetrazione maggiore, e soprattutto fa un’osservazione interessante che potrebbe fungere benissimo da filo conduttore per la lettura di Il sale dei morti, “giallo” (tra molte virgolette) di Salvatore Falzone appena pubblicato da Neri Pozza (224 pagine, 19 Euro): che nello smisurato contesto della letteratura poliziesca italiana (e non solo) sembra spiccare per una sua originalità o autonomia.
Secondo Brecht, infatti, la nostra vita è composta sostanzialmente di esperienze “in forma di catastrofi” – a differenza di quella dei personaggi, appunto, disciplinati dalla logica dello schema. E proprio in Falzone, si direbbe curiosamente o per intuizione che va al di là dello “schema”, anzi lo violenta in una torsione di verità fantastica, il protagonista, medico ortopedico tormentato innanzi tutto dalle proprie scelte esistenziali, viene colto, in un momento cruciale della sua avventura in una paese siciliano dov’è tornato a vivere, e non certo per la prima volta, proprio “da una voglia di catastrofe: non piccola, stavolta, ma totale, immane. Ora desiderava la fine di ogni cosa e di sé stesso”.
Questa voglia di catastrofe è il segno distintivo del romanzo: accompagna e cresce, fino a una sorta di climax finale, l’avventura del protagonista, dai toni indubbiamente sciasciani (e quindi politici, problematici e in qualche modo metafisici) che si svolge in sorta di teatro degli inganni, a partire dall’assassinio molto misterioso e sulle prime inspiegabile d’un giovane poeta ospite del centro per immigrati; e dalla contemporanea proposta ricevuta da un giornale locale che pare libero e non condizionato da interessi affaristici, di candidarsi a sindaco. Solo a poco a poco scopriremo che i due eventi sono connessi – anche all’insaputa di alcuni fra i personaggi coinvolti, in un clima di malaffare politico-imprenditoriale dove personaggi oscuri e va da sé inaffidabili si muovono guerra per il controllo di una ex miniera di sale sequestrata alla mafia.
Non si salva quasi nessuno, dai magistrati al poliziotto al prefetto, tutti corrotti a vario titolo; e la verità verrà a galla grazie a un anziano politico peraltro ampiamente discusso anch’egli. Forse otterrà i suoi effetti, non lo sappiamo: ma non è il caso di addentrarci nella trama, che ogni lettore potrà delibare a piacere. Quel che è interessante sottolineare è invece non tanto l’originalità del romanzo, con le sue storie parallele abilmente incrociate, quanto la novità proprio a livello di schemi. Scriveva giorni fa su Avvenire Maurizio Assalto, a proposito del centenario di Andrea Camilleri, che lo scrittore siciliano ne ha codificato appunto uno ormai ripetuto implacabilmente, e con successo di pubblico, dai “cloni di Montalbano”: insofferenza alle regole, amore per la cucina (solo il Rocco Schiavone di Manzini preferisce fumarsi canne su canne), sottoposto fascinoso, sottoposto maldestro, faccia tosta, moralità e sicurezza di sé e un tocco di risentito umorismo.
Nel libro di Falzone questo schema è del tutto assente. Come scrisse Leonardo Sciascia nella sua Breve storia del romanzo poliziesco, il genere non è infatti (solo?) un passatempo, esiste una responsabilità dello scrittore in quanto tale, e questo ne parrebbe un valido esempio, o almeno la testimonianza di una possibilità. Che poi il giallo come genere sia, lo sostengono molti giallisti, il vero romanzo realista dei nostri tempi, ebbene, questo almeno a parer mio è assai dubbio. Si direbbe semmai un’operazione fantastica su una realtà mai del tutto afferrabile, una realtà in via di ipotesi: che può dare risultati straordinari o, molto più spesso, mediocri libretti consolatori. Come tra l’altro aveva capito Brecht.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.