Giuseppe Grattacaso
A proposito dei dati di vendita e lettura

Paradosso libro

Il mercato del libro è nell'occhio del ciclone: più volumi si stampano, meno se ne leggono. E più i festival letterari impazzano in tutta la Penisola (schierando soprattutto divi televisivi). Non sarà che gli editori non sanno più scegliere?

In Italia si pubblica troppo, si legge pochissimo. Paradossale, ma è così. Quando i fatti si presentano sotto forma di paradosso, bisogna farsi delle domande e soprattutto cercare le risposte. Nel nostro paese escono trecento nuovi libri al giorno, quindi circa novantamila l’anno, per una platea di lettori che è al terzultimo posto in Europa. Peggio di noi solo Cipro e Romania. Questo vuol dire che molti libri, anche dei maggiori gruppi editoriali, non arrivano mai in libreria, il che risulta paradossale, anche dal punto di vista semantico, oltre che economico. Cioè le case editrici stampano ogni anno migliaia di libri che venderanno poco o nulla, probabilmente decine di migliaia che non avranno nessun lettore.

L’Italia è il Paese dei festival culturali. Ce n’è uno in ogni città, nei paesi di mare, in quelli di montagna. In molti di questi festival si parla di libri e di letteratura, in ogni caso si invitano autori (quasi sempre i soliti, e con un notevole appeal di matrice televisiva, c’è da dire, ma questo è un altro discorso), che presentano il loro ultimo lavoro editoriale. Oggi parte la kermesse italiana forse più antica tra quelle che vedono protagonisti scrittrici e scrittori, il festival della letteratura di Mantova. Negli ultimi anni queste manifestazioni sono cresciute di numero in maniera esponenziale. I festival dove si discute di libri crescono, i lettori calano. Paradossale, ma è così. È da credere che molti dei frequentatori dei festival non siano lettori forti (dodici libri l’anno), ma nemmeno deboli o debolissimi. Basta la presenza, bearsi della notorietà del relatore o della relatrice e usufruire del compendio del contenuto del libro. Insomma invece che leggere i Promessi Sposi si ascolta l’audiolibro del Bignami che ne offre il riassunto (paragone che possono comprendere quelli della mia generazione).

Negli ultimi anni proliferano le scuole di scrittura e sono diventati iperattivi gli editor. Ci sono scuole, molto frequentate da giovani aspiranti scrittori, dove si insegna a costruire un romanzo, dando particolare importanza allo sviluppo della storia. Il processo si chiama storytelling, che significa in pratica disporre di una tecnica del racconto che possa emozionare, coinvolgendo profondamente il lettore. Coinvolgere il lettore, senza affaticarlo molto però, offrendogli un meccanismo e un linguaggio che in fondo già conosce, è l’obiettivo primario degli editor e delle scuole di scrittura. Sono nate scuole di scrittura dedicate alla narrativa di ogni tipo, genere e sottogenere, con particolare riguardo a gialli e noir, romanzi storici, romanzi di argomento mitologico, più di recente romanzi (con forte contenuto autobiografico) di soggetto familiare. Da qualche tempo crescono anche le scuole di poesia. Poesia che, come è ormai noto, gode di pochi lettori, ma può vantare un numero spropositato di scrittori. Il risultato è che circola tanta narrativa banale, ben confezionata ma di nessuna personalità, e che cresce anche la produzione di libri di poesia, di collane e di editori specializzati (la poesia non vende, per statuto, ma evidentemente per gli editori non è un gran problema), con un moltiplicarsi di testi tutti uguali, piuttosto incuranti degli aspetti formali, ispirati spesso a un vago sentimentalismo di dubbio valore. Più scuole, meno stile e originalità e dunque meno qualità. Paradossale, ma è così.

Di fronte all’eccessivo vitalismo del settore c’è un lettore spento e apatico, che non riesce a orientarsi tra la miriade di titoli. Ce lo dice sul Corriere della Sera di martedì 2 settembre Gianluca Foglia, che è direttore generale Polo Contenuti del gruppo Feltrinelli (non so bene cosa significhi, riporto dalla pagina della Governance, sic, del sito del Gruppo), Amministratore delegato di Idee editoriali Feltrinelli, società che raccoglie le sigle editoriali Gribaudo, Apogeo e Crocetti, e lavora da oltre venticinque anni nell’editoria. Secondo Foglia inoltre non riescono a orientarsi nemmeno i mediatori, cioè stampa, influencer (ahi) e librai. Lo lascia intendere anche Antonio Franchini, scrittore e editor per i maggiori editori italiani, che nell’ultimo numero di Tuttolibri lamenta una “brama di riconoscimento” e di “sovraesposizione” da parte dei giovani scrittori, evidentemente tale da distrarli dalla vera sostanza del loro lavoro. È singolare che chi ha contribuito sostanzialmente a creare il sistema, ne denunci ora gli aspetti calamitosi. Paradossale, ma è così.

Calano sensibilmente in Italia anche i lettori forti, cioè i veri lettori (gli altri in percentuale ampia sono solo acquirenti), evidentemente demotivati dall’incremento dell’offerta e dal calo qualitativo dei prodotti. I lettori forti probabilmente riescono a mantenere il loro standard di lettori forti, del quale difficilmente si riesce a fare a meno, rileggendo autori usato sicuro, recuperando i volumi dalla biblioteca di casa o reperendoli da quelle pubbliche. Non c’è un’indagine statistica in tal senso, ma andrebbe fatta e credo darebbe risultati significativi.

In fondo, se gli editori negli ultimi anni hanno pubblicato tanto, vuol dire che hanno operato poche scelte, privilegiando testi conformi a modelli prestabiliti, più vicini possibile a uno standard tendente verso il basso, tale da non spaventare il lettore, con lo scopo di rivolgersi a un pubblico di massa. Il problema è che il pubblico di massa, almeno in questo settore, non esiste, con la conseguenza che si va disaffezionando anche il pubblico non di massa, cioè l’unico esistente, che nel caso dei lettori è formato da donne e uomini che vorrebbero che le opere di letteratura (e i saggi, certo) tentassero ancora di dire com’è fatto il mondo. Ogni autore con la propria testa e con il proprio linguaggio. Senza mai riuscirci pienamente del resto, come è sempre stato.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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