Giuliano Capecelatro
Il ritorno di un classico

Ossessione Moby Dick

Il recupero editoriale di un saggio di Charles Olson e di un testo teatrale di Orson Welles riportano l'attenzione su “Moby Dick” e la sua complessa metafora del mondo

Ismaele! Ancora risuona forte il suo appello. Subito dietro la sua sagoma, sulle onde del Pacifico si staglia l’ominosa massa bianca, in una catastrofe di spume omicide tra legni, ferri, corpi. Moby Dick. Perfida incarnazione. Malvagità cieca che si abbatte sugli uomini. Li terrorizza. Li sbaraglia. Solo il fosco Achab si erge a sfidarla. Due demoniache nature in lotta.

In contemporanea potrebbe dirsi, riemergono due testi all’incirca ottuagenari che affrontarono da prospettive del tutto diverse il capolavoro di Hermann Melville, Moby Dick o la balena. Pubblicato nell’agosto 1851, quasi due secoli fa. Vendite disastrose. Postumo il successo che ne fa uno dei classici più citati e, forse, letti.

Due cavalli di ritorno. Due purosangue. Sul fronte della critica, il saggio dell’americano Charles Olson, del 1947, che nel titolo replica l’ormai celeberrimo incipit del romanzo (Chiamatemi Ismaele – Uno studio su Melville, minimum fax, traduzione di Nereo Contini, pagg. 159, euro 15).

Dalle quinte di un vecchio teatro londinese, Duke of York’s Theatre, la rielaborazione scritta nel 1955 da quel genio dello spettacolo che fu Orson Welles (Moby Dick – Prove per un dramma in due atti, Italo Svevo edizioni, traduzione di Marco Rossari, pagg. 128, euro 16). Adattamento per la maggior parte in versi sciolti, viene precisato.

Archeologo, poeta. Non era un semplice critico, Olson. Il suo saggio si impone anche per qualità letteraria. Uno stile fiammeggiante che veicola concetti pregnanti, suggestioni, immagini, avvenimenti con cui ricostruisce la complessa genesi del capolavoro.

Melville fu marinaio. Nato nell’agosto 1819, più che sotto il segno del leone si potrebbe dire sotto quello della baleneria. Pochi giorni dopo la sua nascita una baleniera, la Essex, fu colpita e affondata da una balena di ventisei metri. Ne seguì una storia raccapricciante di angosciose peregrinazioni sul mare e cannibalismo. Lo scrittore avrebbe conosciuto uno degli ufficiali di quella nave.

Non fu l’unico episodio del genere. In quegli anni la caccia alle balene era diventata una fiorente attività commerciale, uno dei traini economici della giovane nazione. E il primo sostrato dell’opera è una puntigliosa rassegna di quel settore produttivo.

Ma prima ancora delle balene c’erano gli Stati Uniti, freschi di dichiarazione di indipendenza (1776), animati dallo spirito di

conquista, di espansione verso ovest. «Considero lo SPAZIO il fatto centrale per un uomo nato in America», osserva Olson. Nelle pianure primeggiava Walt Whitman, cantore dello spirito di frontiera. Melville spostò i confini, si inoltrò nel mare, nel Pacifico, West equoreo.

E poi… chi ha letto Moby Dick lo sa benissimo… e poi Shakespeare. Intinta negli sgargianti dialoghi e folgoranti monologhi del Bardo, la prosa di Melville raggiunge il diapason. Diventa grandiosa, magniloquente. Incalzante. Teatro puro, là dove il teatro è fucina incessante, trionfo di parole. Teatrali sono certi stacchi, certi passaggi. Teatrali certe figure.

Achab in testa, si capisce. In cui confluiscono tratti dei personaggi più famosi. Re Lear, Macbeth. E la luciferina volontà di Riccardo III. «Ho scritto un libro empio, ma mi sento innocente come un agnello», confessava lo scrittore all’amico Nathaniel Hawthorne. La sua ossessione era la Verità, annota Olson; e la Verità che lui scorgeva era empia.

Ancora l’America. Paese che scopriva la democrazia e si pavoneggiava in panni democratici. «I marinai sono ciò che noi crediamo la democrazia», annota Olson. Di fronte si staglia Achab, l’autorità, il despota, il cui tono di voce tagliente non ammette repliche: alla cuccia, Stubb. Democrazia in cui si incuba un destino. E qui le considerazioni del critico assumono quasi valore profetico: «Poiché l’americano ha del mondo il senso romano. È suo, perché ne faccia quello che vuole. Lo percorre, lo possiede. È di sua proprietà». E getta luce livida sul presente: «L’americanizzazione del mondo: Chi altri è signore?».

E quindi il grande uomo di spettacolo, Orson Welles, che Shakespeare conosceva benissimo e amava trasporlo a teatro e cinematograficamente. Non ci sono prove, ma c’è da credere che Welles abbia letto Olson e ne abbia tratto spunto per il suo lavoro. Non sarà l’unica volta che l’opera di Melville calcherà i palcoscenici. Anche in Italia molti attori e registi si sono cimentati col mostro bianco.

Welles appronta una riduzione in due atti, dove l’opera di Melville si intreccia significativamente con Re Lear. L’attore, nel Moby Dick filmato da John Huston, aveva interpretato padre Mapple, personaggio emblematico che appare in un capitolo all’inizio del libro. Figura intellettualmente e fisicamente debordante, qui si assegna tre ruoli: l’impresario della compagnia teatrale, ancora padre Mapple e, non poteva essere diversamente, Achab.

La compagnia ideata da Welles, impegnata la sera nella rappresentazione del Re Lear, nel pomeriggio prova il Moby Dick rivisitato, in un contesto spoglio. Nell’introduzione, Paolo Mereghetti racconta come Welles si rifacesse all’insegnamento del teatro epico di Bertolt Brecht, «per “sorprendere” lo spettatore e costringerlo a non adagiarsi nel semplice piacere per la pura prova attoriale».

A Londra andò bene, e Welles raccolse gli elogi della critica. Un recensore, ricorda sempre Mereghetti, scrisse addirittura: «Con questo spettacolo il teatro torna un luogo magico». Ma quando anni dopo, nel 1962, lo spettacolo fu portato in scena a New York, all’Ethel Barrymore Theatre, con Rod Steiger nei panni che erano stati di Welles, fu un fiasco, e dopo undici giorni fu tolto dal cartellone.

Quel 16 giugno 1955, a Londra, restò un momento memorabile. Intervistato da Peter Bogdanovich, che poi farà confluire il materiale raccolto nel volume Io, Orson Welles, l’attore-regista disse: «Quello spettacolo è stata l’ultima pura gioia che il teatro mi ha dato».

Quasi due secoli. E la voce di Ismaele, negletta al suo esordio, riecheggia forte in tutto il pianeta. Come con il canto delle sirene, difficile, per chi la oda, sottrarsi alla magia di quel richiamo, all’incanto della parola, ed evitare di chiamarlo, come lui chiede, per seguirlo nel suo folle volo.

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