Daniela Matronola
A proposito di “Restitutio Ad Integrum”

La favola delle cose

Nelle poesie di Margherita Rimi l'attenzione si concentra sulla ricerca di una lingua adatta a esprimere insieme sia i corpi sia le emozioni

Nel volume Restitutio Ad Integrum (Marsilio, 140 pagine, 19 Euro) che raccoglie la poesia di Margherita Rimi composta tra il 2015 e il 2024 udiamo “la voce poetica della medica”. Qui, in questa sintesi formulata nella gentile dedica dall’autrice in persona, potrebbe già concludersi la recensione al libro. A volte in una recensione, o in un saggio breve di critica letteraria, non si resiste alla tentazione di sciogliere in analisi puntigliose e pedanti ciò che chi scrive ha faticosamente asciugato in una sintesi significativa. È il demone del critico, una devianza diabolica.

Ma il recensore, forse critico, risponde a un’urgenza.

Fatto salvo l’incarico esterno, che in questo caso non c’è, il recensore/critico, lettore affilato, non può sopprimere il desiderio di dare conto a sé e agli altri del proprio carotaggio da palombaro o speleologo (sto visibilmente usando il maschile come genere neutro cioè plurivoco) nelle pieghe e nelle profondità del dettato poetico quando con mezzi dopotutto comuni riesce a cogliere l’intricata qualità della scrittura, il vasto cielo del volo poetico e il funambolismo del poeta tutto sorretto e spinto da una portanza robusta benché acrobatica: la tendenza al volo radente e ai tuffi in picchiata, senza rete e senza paracadute. Il volo franco. Generoso. Audace. Che è proprio, e non solo in questo libro, di Margherita Rimi.

Margherita Rimi è stata fino a ieri neuropsichiatra infantile del sistema sanitario nazionale ad Agrigento. In tutta la sua vita professionale si è occupata di bambini. Occuparsene ha richiesto ascoltarli e osservarli. Curarli o meglio prendersene cura, per quanto in un ruolo pubblico e professionale. Il suo pallino è, com’è sano e civile, segnalare che esiste un popolo dei bambini (come recita il titolo di una sua raccolta recente) che soggiace a logiche adulte spesso avvelenate dal buon senso e di fatto coercitive e ottuse, com’è della cecità borghese.

Ascoltare i bambini, osservarli, curarli cioè prendersene cura, passa necessariamente per la traduzione del loro linguaggio, da intendersi come intreccio di significanti e significati, segni e morfemi senza limiti – che si fa lingua della poesia, cioè creazione di un codice e un mondo che è l’infinito senziente e sensibile infantile, premessa di ogni sviluppo in età adulta cioè in fase successiva.

The Child is Father of the Man, invocava William Wordsworth, cioè è l’infanzia a porre le basi dell’adulto, e non è una carineria romantica (una posa travestita di belle parole, una formula efficace perché suona bene, o un atteggiamento di comodo), che qui, nella poesia di Rimi, è, tra le altre eredità letterarie e non solo, contestata. È una diagnosi secca, ineludibile come ogni sentenza clinica. Un termine a quo per un corretto sviluppo ad quem.

Ma qui non siamo in una cartella clinica, non siamo nel testo di una registrazione di sintomi e sindromi. Qui siamo nel campo aperto, nella libera prateria della poesia, di un linguaggio che non c’era e ora c’è. Qui Margherita Rimi, medico, parla da poeta.

Trova una struttura grafica che passa per monoversi distici terzine e lunghe pause nel mezzo. Passa per enunciati ellittici. Passa per un racconto del mondo nell’unica lingua che, come nel discorso della montagna, riesca a farsi intendere da qualunque occhio/orecchio attento: il plurilinguismo.

È ciò che scorgevamo in Robert Walser, e in Milan Kundera (che anzi difendeva la duttilità linguistica, e sottolineava che non è qualunquismo culturale ma è modellabilità, shape-ability ecco, molto amata ad esempio da James Joyce – che cominciò come poeta con Chamber Music ben prima di finire nel dolce naufragar di FinneganS Wake). Ogni lingua, invece di divenir tremando muta, si scioglie e tende a gettarsi acrobaticamente nelle braccia dell’altra, con un affidamento a corpo morto che è tipico delle menti e dei cuori agili, appunto.

La raccolta conta due sezioni: quella che dà il titolo all’intero libro, Restitutio Ad Integrum, e una seconda sezione, più breve e strepitosamente illuminante, Restitutio Memoriae.

Il dato comune e basilare, la base elementare che genera e nutre tutto il libro, è una semplice osservazione: è enunciata nel testo Pour que tu ne te perdes pas (Perché tu non ti perda, in altre parole, dietro a Antonio Capuano rivolto al suo discepolo Paolo Sorrentino, Non ti disunire). Al centro, il corpo: fonte e termine di ogni cosa che possa registrarsi come esperienza umana. Il corpo è il nostro laboratorio, l’arengo del nostro inesausto sperimentare. L’uomo (anche qui uso il maschile per intendere il genere neutro cioè plurivoco), come ogni essere vivente è prima di tutto corpo (tema leopardiano dopotutto): è la macchina da cui non si può scendere, il macchinario a cui nessuno può sottrarsi. È fonte di ogni cosa anche della poesia ch’è lingua e intelligenza.

Per questo ci vuole un poeta: per questa cosa che è vivere sperimentare sentire capire, e proprio per questa ragione, proprio per riportare e, riportando, osservare e intendere. Così è supremazia del capo sulla mente. E passo dopo passo, a metà del guado, al centro del libro, ecco la parte centrale, molto incisiva, sull’identità sociale che tuttavia è anche o meglio prima di tutto identità interiore, dimensione individuale/personale, da non disperdere in una massa comune indistinta, che è come morte in vita (penso a Teoria familiare o a Stereo-tipi). Dunque al plurilinguismo, che è tratto significativo del dettato di questa raccolta, va affiancata anche una giocosità combinatoria e una semantica agile (insisto su questo aggettivo) che dà il vero senso della ricca intricatezza (altri dice: complessità) del testo.

Il gioco acrobatico della sintassi non è un numero a effetto – è un palinsesto, il palinsesto del sentire che articola più compiutamente la logica (non la logica ferrea o il ferreo ragionare, lucido e freddo, ma lo strutturarsi del sentire, del calore che agita tutte le cellule come palline): sicut / in cerebro // sicut in / corde – si legge a un certo punto. Questa poesia rivendica il diritto a non stare solo dentro le righe, a essere disturbi/disturbati.

La medicina tra fisiologia e anatomia è il grande atlante poetico, il ponte della scrittura che tiene e trasporta questa poesia sulle proprie spalle. Le spalle della poeta, che è medica, poeta, e donna-bambina. Perché il mondo come termine e come fonte è sempre a partire dal– e finire nel– bambino.

Viene posto spesso il tema cruciale della corrispondenza: di una lingua all’espressione, di un codice ai suoi oggetti, di un corpo all’identità. È un tema simbolista, baudelairiano. È un cardine poetico che qui viene discusso e smontato. Questo è uno dei tratti più avvincenti di questa poesia e della voce di questa poeta: una ribellione/ribelle poetica.

Emerge il dramma interno di Margherita Rimi poeta. L’idea di integrazione. L’idea di restituzione. Dettame sociale che pretende (o almeno vi tende) di spianare ogni ricchezza personale che non voglia allinearsi e sia diagnosticata come stranezza. Come medico dello Stato ha affrontato le intemperanze cliniche dei bambini con il compito di classificarle indicarle sanarle e, con intento protettivo/ribelle. prendersene cura, mentre come poeta è vicina al non-allineamento che non è vera patologia, è ribellione irriducibilità non riduzione. Allora dietro al titolo Restitutio Ad Integrum aleggia l’idea comune e condivisa di reductio ad unum.

Restitutio Memoriae, la seconda parte, più breve, è il coronamento di questa poesia: qui scivoliamo nella lingua intima dell’infanzia, del legame con la madre, del lessico famigliare. Fin qui la poeta ha articolato in molte lingue collaterali la sua diagnosi poetica del mondo – adesso deflagra da lei quel serbatoio di sogni e favole, la sua stessa infanzia, che bussa e preme con la lingua materna, proprio la lingua della madre, in una poesia che è, per la voce poetica di Margherita Rimi, anche un manifesto di sé.

Nota: / la bambina disturba i compagni / […] / E grida. Ecco, quale migliore clausola? Perché leggere questa poesia è sorridere alle sue pagine, e se chi legge sorride a ciò che legge è segno che è DENTRO LA POESIA, nella sua dimensione immensa e locale di sogno e favola.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso

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