Sergio Buttiglieri
Al Verdi Off di Parma

L’opera immobile

Damiano Michieletto ha realizzato una installazione ispirata a Macbeth di Verdi: «La rappresentazione di uno stato d'animo, anzi di un delirio di onnipotenza»

In occasione della venticinquesima edizione del Festival Verdi e del decennale del Verdi Off, quest’anno Parma ha invitato Damiano Michieletto e il suo prezioso staff a fare una installazione alla Galleria San Ludovico di Parma. Abbiamo chiesto a questo famoso regista, presente in maniera davvero innovativa in tanti importanti teatri d’opera italiani ed europei, (non perdetevi il suo Don Giovanni di Mozart al Teatro Carlo Felice di Genova in prima nazionale il 3 ottobre prossimo) e al suo staff (Paolo Fantin e Leonardo Cruciano) il significato della loro ultima creazione artistica quanto mai attuale. Perché Macbeth, a parer loro, è oggi il ritratto dell’umanità affondata nelle proprie ossessioni che conducono all’isolamento e al dolore psichico.

Macbeth è la sintesi shakespeariana della condizione universale dell’uomo che ha interrotto ogni contatto con l’altro, precipitato in un abisso dove nessuno sembra avere la possibilità di avvicinarsi.

DAMIANO MICHIELETTO. Ringrazio Parma perché le cose nascono in questo caso da un invito. Senza l’invito non ci sarebbe stato il progetto. Quindi i meriti sono da condividere da questo punto di vista anche con Saverio Clemente, (responsabile di InArt) che ci ha fatto conoscere e che come ha giustamente ricordato la curatrice di Verdi Off Barbara Minghetti, ci ha aiutato a creare il collante per realizzare questo progetto e sulla natura di questa installazione che ha collegato Shakespeare a Verdi.

La tua installazione ha particolarmente colpito per la sua intensità il pubblico parmense che, con grande emozione, è riuscito ad assistervi. Ci racconti perché hai voluto mettere in scena questo tuo nuovo lavoro qui a Parma?

DAMIANO MICHIELETTO Il Festival, appunto, è dedicato a Shakespeare, quindi abbiamo scelto un’opera di Verdi che fosse tratta da un testo di Shakespeare. Ci sembrava la cosa più semplice ed è stato scelto Macbeth da cui siamo partiti per creare una visione. Poi lascio a Paolo Fantin di raccontarvela assieme a Leonardo Cruciano nel dettaglio più tecnico con il suo lavoro di hyperrealistic art. Il titolo è: Il sonno uccidestiun verso del libretto che rappresenta la pena che Macbeth subisce. Sembra una pena innocua all’inizio, non c’è spargimento di sangue, uccisione, però questo è una sorta di goccia, come dire, che lo porta alla follia, all’impossibilità di non riconoscere più il giorno dalla notte e l’impossibilità di ritrovare una quiete, un riposo. In cui non puoi più riposarti, non puoi più trovare un equilibrio e quindi ciò lo porta sull’orlo di una follia e della sua distruzione. E il monologo finale di Shakespeare, appunto, racconta come non esiste più un domani, e la vita è solo una storia raccontata da un idiota piena di rumori di strepiti, ma non significa niente, quindi la sua. Continuerà a fissare il vuoto e vedrete poi in che modo questo si realizza con il suo sguardo fisso.

Ci racconti il tuo team?

DAMIANO MICHIELETTO Si, questo è il lavoro di un team, ed è un lavoro di qualità con specifiche diverse fra cui Alessandro Carletti light design e Michele Braga, che ha  fatto il sound design e il loro lavoro si sposa perfettamente  nel progetto. Quindi, penso che, in questo periodo storico in cui la creatività è spesso egoriferita, il nostro approccio sia profondamente diverso. Penso anche alle archistar – ma ai registi stessi, tra i quali mi ci metto anch’io – che cercano sempre di voler in qualche modo mettere il nome su una cosa. Credo invece che occorra riuscire a ragionare condividendo un progetto, sapendo l’importanza irrinunciabile del rapporto che altri sguardi riescono a offrire. Ritengo che diffonderli insieme sia la cosa più bella, e per me più appagante. Ad esempio, anche il grande artista Maurizio Cattelan è, purtroppo, in causa con le persone che lavorano con lui, perché lui non riconosce il lavoro dei suoi collaboratori e quindi, è come se in questo progetto Leonardo Cruciano non fosse seduto qui…

Chiediamo allora, a Paolo Fantin curatore di questo progetto artistico (già vincitore del premio Awards per il Rigoletto e il Gianni Schicchi con la regia di Michieletto ed è di nuovo candidato a questo prestigioso premio per il 2025) di raccontarci come lo abbia ideato con te.

PAOLO FANTIN Spesso ci chiedono: da quando tempo lavorate assieme? Io collaboro con Damiano da ormai vent’anni. Quindi, la verità è proprio quella che ha detto Damiano: non siamo gelosi ciascuno del proprio lavoro: ci completiamo a vicenda, e ci interroghiamo a vicenda. Per cui avviene questo lasciarsi sempre, o anche contraddirsi, o mettere dei punti di domanda, ognuno all’altro. Invece per quanto riguarda questa installazione, che io avrei chiamato Stato d’animo tridimensionale, è frutto sicuramente del nostro lavoro di teatro, per cui ovviamente noi portiamo dentro quello che facciamo a teatro dentro questa opera. È come se noi facessimo un’opera: tu hai una storia, dei personaggi, c’è qualcosa che va avanti, una durata, una continuazione, e racconti un ciclo. Di quest’opera abbiamo fatto come una fotografia, appunto, uno stato d’animo. Il tentativo è proprio quello di “fare una foto”, di immobilizzare un momento. Però quel momento è uno stato d’animo che ha dentro molte sfaccettature, quindi quello che cerchiamo è soprattutto la connessione tra lo spettatore e il personaggio. Ma poi, ognuno poi si porta a casa quello che vuole da un’esperienza, e la chiamo esperienza, perché è appunto immersiva nel senso che all’interno troviamo tante arti. Tra cui, appunto, la scenografia, l’iperrealismo, le luci, il suono – uno studio sul suono, qualcosa di abbastanza innovativo per quanto riguarda il suono, trasformato in forma visibile. Ecco perché parlo di uno stato d’animo tridimensionale. Come una scultura a tutto tondo. Macbeth ci sembrava oggi lo strumento giusto per una riflessione sul delirio dell’onnipotenza. Questo voler per forza essere, di cui ha parlato Damiano, si trasforma in un’immagine che rappresenta la cattedrale di cristallo che Macbeth si è costruito, ma che poi si è distrutta.

Chiediamo a Leonardo Cruciano che prima voi avete più volte citato, il suo ruolo assolutamente speciale, specifico e speciale in questo impressionante lavoro.

LEONARDO CRUCIANO Io qui sono “l’ultimo arrivato”: li conosco solo da tre anni. Io arrivo dal cinema e tutti noi lavoriamo spesso con Video, con immagini: siamo immersi in un mondo che va in uno schermo o più di uno schermo, o in un cellulare. Qui invece l’idea è di trovarsi a contatto con qualcosa che ti cattura per uno stupore fisico che poi diventa emotivo e infine diventa un coinvolgimento molto più profondo. E ci stai dentro davvero fisicamente. Come spazio, come luci, come suoni, questo forse per me è un senso molto più alto della parola immersiva, termine che oggi viene spesso utilizzato non sempre a proposito. Non si tratta di mettere un caschetto, o degli oculos, sugli occhi o giocare a una playstation, ma dire che in uno spazio come questo potrebbero accadere delle cose incredibili e semplicemente stando ad osservare, sentire, farsi coinvolgere ed entrare nel mondo che ti evoca questa percezione.


Le fotografie dell’installazione sono di Roberto Ricci.

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