Sergio Buttiglieri
Al Maggio Musicale Fiorentino

Le perle di Wenders

Approda a Firenze “Les Pecheurs de perles” di Georges Bizet con la regia di Wim Wenders, uno spettacolo da non perdere che esalta la musica con un potente corredo di immagini

La mirabile regia di Wim Wenders dell’opera di Bizet Les Pecheurs de perles ha incantato tutto il folto pubblico del Maggio Musicale di Firenze presente alla prima. Questo celebre regista cinematografico, che tutti ricordiamo per Paris Texas o Il Cielo sopra Berlino, ha per la prima volta affrontato il mondo della lirica mettendo in scena una delle opere di Bizet che lui amava particolarmente da sempre, anche se era raro vederla nei teatri d’opera d’Europa.

Daniel Barenboim, racconta Wenders, «mi lasciò libero di scegliere l’opera che più amavo e io gli proposi di mettere in scena con la sua direzione musicale Les Pecheurs de perles di Georges Bizet»opera in tre atti su libretto di Michel Carrè ed Eugene Cormon. La prima mondiale con la sua regia debuttò a Berlino nel 2020. Anche per Barenboim fu la prima volta che affrontò questa preziosa composizione giovanile di Bizet, che l’autore mise in scena a soli 25 anni, nel 1863, al Théatre Lyrique di Parigi. Opera che fu aspramente criticata dai musicologi dell’epoca perché ritenuta poco avvincente, banale e priva di originalità.

La storia, ci racconta il regista, è composta da soli tre personaggi: «una donna sorprendente Leila, la bravissima Hasmik Torosyan, soprano armeno di indubbia fama, (che ha già cantato nei maggiori teatri europei, e a breve vedremo in scena nella Bohème al Teatro Massimo di Palermo, nella Turandot al Teatro San Carlo di Napoli, e nel Tancredi e Petite Messe solennelle all’Opera di Roma) metà sacerdotessa o suora, metà amante coraggiosa. E poi due amici che si conoscono fin dall’infanzia: sono molto speciali. Dopo aver promesso di lasciare la donna che entrambi adoravano – proprio per preservare la loro amicizia – uno di loro, Nadir, interpretato magistralmente da Javier Camarena (uno strepitoso tenore messicano che ha fatto scoppiare lunghi applausi dalla platea al termine del suo celebre assolo caratterizzato dal suo timbro caldo e dai suoi acuti brillanti: nel 2021, non a caso,  aveva ricevuto il prestigioso riconoscimento agli International Opera Awards come cantante maschile dell’anno) è andato per il mondo per dimenticare il suo amore. L’altro Zurga, restituitoci con grande impatto da Lucas Meachem, (anche lui molto applaudito a scena aperta, è un notevole baritono americano che ha reso perfettamente la sua parte in contrapposizione all’amico Nadir) è diventato un politico, per così dire, e governatore di questo piccolo popolo di pescatori. Anche lui ha ucciso il suo amore, ma fino in fondo. Ora non prova più sentimenti ed è terribilmente annoiato.

È qui che inizia la storia con tutti e tre i personaggi che si ritrovano insieme nello stesso luogo. E, rapidamente, tutto quello che si era stratificato dopo la loro separazione viene alla luce: Nadir non ha mantenuto la parola data e ha incontrato segretamente questa donna che si è innamorata perdutamente di lui, nonostante i suoi voti, e che il nuovo datore di lavoro è proprio Zurga, che non sa nulla di nulla. Nel suo paese, sulla sua spiaggia il destino fa il suo corso. Su questa grande spiaggia di perle vivono anche i nostri pescatori, o meglio “il coro”, inteso in termini musicali o drammatici, sono colpiti da tutto ciò che accade d’ora in poi, nel vero senso della parola.

La regia di Wenders ci immerge in un vuoto di rara bellezza che attraverso la sua magistrale gestione delle immagini ci riporta in un enorme mare virtuale che dialoga con il Coro sullo sfondo. Non c’è nulla sul palcoscenico. Solo le persone e la luce. E tanto più rilevante è il suo ruolo: dalla luce scintillante del sole al tramonto, alla notte più profonda e all’alba del mattino successivo. Le scene minimali sono curate con estrema cura da David Regehr. Attraverso il suo lighting designer Olaf Freese Wenders ha trasformato la spiaggia in una sorta di “radura” in una “tenda” e infine «in un luogo di esecuzioni capitali».

Con l’ausilio della costumista Montserrat Casanova il regista ha creato dei costumi che non sono contemporanei, ma piuttosto senza tempo. Che comunque caratterizzano i rispettivi personaggi.

Anche il Coro del Maggio Musicale di Firenze diretto da Lorenzo Fratini – ci racconta Wim Wenders – non doveva restituire un’immagine folkloristica di un popolo di pescatori, ma mostrare una folla in qualche modo indifesa di persone curiose, lacerate, arrabbiate, agitate e, in definitiva, sia vittime che carnefici. E anche un po’ esotiche. Il regista ci evidenzia giustamente che i librettisti allora non sapevano molto di questi pescatori di perle. Ma Wenders non voleva nemmeno trasformarli in turisti sulla spiaggia di Maiorca.

Il desiderio del regista è stato quello di “esporre” la storia il più possibile e di raccontarla in modo così semplice di indurre o incoraggiare lo spettatore all’ascolto attraverso tutti i suoi mezzi. «Ho visto spesso opere in cui c’era sempre qualcosa da vedere, così che guardare diventava più importante che ascoltare». Forse suona strano detto da un regista cinematografico che si occupa principalmente di linguaggio visivo: «Non voglio che usciate ricordandovi di aver visto qualcosa di grandioso ma che abbiate scoperto questa musica soprattutto, che sia stata la musica a raccontarvi la storia. Bizet ha creato con la sua musica un mondo a sé. e grazie al nostro direttore musicale Jérémie Rhorer che ha saputo evidenziare con successo il rapporto di Bizet con più pagine pucciniane, vi abbiamo condotto in questo mondo con grande virtuosismo». In Bizet c’è una spontaneità dell’invenzione melodica che si riscontra in pochi compositori, in una linea che da Rameau corre fino a Bizet e si estende nel XX secolo con Bernstein.

La grande capacità di Wenders si esplicita nei flashback verbali contenuti nel libretto che lui ci ha restituito con fascinosi mezzi cinematografici. Per il regista, poi, è stato molto stimolante interagire con i tre solisti, uno più affascinante dell’altro. E lavorare con il Coro è stato per lui il compito più complesso, quello per cui era meno preparato: «Non paragonabile con qualsiasi altra esperienza che avevo fatto in precedenza come regista. Avere di fronte 86 persone, che a volte cantavano con una forza monumentale, era come essere in balia di leoni in una gabbia di predatori. Un corso del genere è un animale terrificante. Ho dovuto per prima cosa trovare il coraggio di mettermi davanti ad esso, per non parlare di poterlo dominare».


Le fotografie dello spettacolo sono di Michele Monasta.

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