Il progetto “Life Art al Teatro Borsoni”
La conchiglia pop
Brescia ospita una nuova scultura di Patrick Tuttofuoco: è una forma pura tra naturale e industriale, inserita nel contesto della periferia della città in uno spazio riconvertito alle attività culturali
Un “abbraccio nei confronti della comunità di Brescia”, come Patrick Tuttofuoco ha definito la sua Ex-statis. Ma anche/oppure una conchiglia pop, una maschera variopinta, una carrozzeria tirata a lucido. Di fatto, una forma pura tra naturale e industriale. E a due facce: l’una, policroma, protesa sulla strada mentre l’altra, specchiante, è rivolta all’interno, ovvero verso lo spazio all’aperto del teatro Renato Borsoni per la quale è stata ideata e realizzata. Quali che siano le suggestioni che l’opera di Tuttofuoco suscita nei passanti di via Milano e negli spettatori della nuova perla del Centro teatrale bresciano, certo è che questo nuovo progetto di opera all’interno di un piano di rigenerazione urbana interroga le istituzioni pubbliche italiane. E le invita, nonostante la retorica di tanti e inamovibili monumenti cittadini, a proseguire sulla strada del coinvolgimento della popolazione nell’arte. Spingendo gli artisti a partecipare ai bandi per opere da collocare negli spazi vitali della città e non, come molto spesso accade, negli svincoli stradali che le trasformano/mortificano in spartitraffico al centro delle rotonde.
Patrick Tuttofuoco ha vinto il concorso superando la concorrenza di 145 altri autori che hanno preso parte alla call indetta dal Comune di Brescia e finanziata dal colosso dell’energia A2A. L’artista milanese ha così potuto ricevere i 60mila euro del premio che ha, per la stragrande maggioranza, utilizzato per la realizzazione della sua Ex-stasis: una scultura alta più di quattro metri compreso il basamento, anch’esso in acciaio, che, a forma di T, funziona anche da sedile per i passanti. Nel ballottaggio finale, Tuttofuoco l’ha spuntata, per un voto, sul pisano Gianni Lucchesi. A giudicarli, la commissione di cui hanno fatto parte due esponenti dell’A2A e, tra gli altri, il gallerista Massimo Minini, ex presidente di Brescia Musei, l’architetto Camillo Botticini, progettista del teatro Borsoni inaugurato esattamente un anno fa (21 settembre 2024), e la critica d’arte romana Valentina Ciarallo, curatrice dell’intera operazione.
La call “Life Art al Teatro Borsoni. Energia creativa per Brescia. La tua città europea” (questo il titolo del progetto) aveva nelle premesse varie istanze, quali la relazione con il tessuto ex industriale ora riconvertito in culturale, l’inserimento nello spazio urbano a cielo aperto e nel contesto multietnico della periferia bresciana. Come password, la parola “Energia”, da coniugarsi non necessariamente attraverso la luce elettrica. La forma luminosa è stata impiegata spesso da Tuttofuoco, ad esempio in Gothic Minerva, l’installazione site specific inaugurata nel 2016 proprio a Brescia, all’interno del progetto “SubBrixia” per essere collocata all’ingresso della fermata della metro a San Faustino. Lì lo scultore lombardo ha rievocato il genius loci romano della città attraverso l’effigie della dea, il volto dell’imperatore Claudio “il Gotico” e il disegno di un capitello corinzio, per comporre un’opera al neon che pulsa come un’insegna commerciale tra il tempo lento della storia e quello sincopato della modernità.
Ora invece al Borsoni la sua tavolozza è tutta fatta di sgargianti tinte industriali e di tradizionale luce riflessa attraverso la superficie specchiante. Colori e riverberi proiettati, per lui e per gli altri artisti che si sono cimentati con la call (26 progetti sono stati esposti la scorsa primavera al museo Moca di Brescia), sul tessuto slabbrato di una ex zona industriale che, tra capannoni chiusi e fabbriche ancora in funzione, sogna adesso una nuova primavera lungo il boulevard di via Milano, nel quartiere dove vive la popolosa, operosa comunità dei lavoratori stranieri. Intanto ecco il palcoscenico intitolato all’uomo di teatro (attore, regista, direttore) Renato Borsoni (1926-2017) che in un anno di vita, ha sottolineato Camilla Baresani, presidente del Centro teatrale bresciano (Ctb), ha organizzato 62 eventi e registrato 28mila ingressi. E poi, in un contesto urbano che, ha sottolineato la sindaca Laura Castelletti, negli ultimi anni ha spesso coinvolto artisti come Paladino, Isgrò, Vezzoli a confrontarsi con l’ambiente, ecco che la fronte dell’edificio disegnato dall’architetto Botticini, con il suo caratteristico bugnato spigoloso che l’ha fatto ribattezzare “il palazzo dei Diamanti di Brescia”, da venerdì 19 settembre è animata dalla presenza dall’Ex-stasis di Patrick Tuttofuoco.
Nel braccio di ferro con gli strutturisti per ancorare a terra la sua vela variopinta, ed evitare che il vento la facesse volare via, l’artista milanese, classe 1974, ha avuto l’occasione per veder realizzare un’opera che non fosse soltanto una statua di lontana eco barocca – l’idea della forma che cita un abbraccio e il titolo dell’opera non possono non far ricordare Bernini, architetto del colonnato di San Pietro e scultore dell’estasi di santa Teresa – ma un oggetto urbano come luogo di incontro di tutti i cittadini, non esclusivamente del pubblico del Borsoni. La seduta per i passanti, pur non estesa, è assicurata. E siamo all’ombra della voluta che richiama le valve di una conchiglia e che, nel trattamento specchiante dell’acciaio, rievoca le superfici della scultura di Anish Kapoor – basti pensare alla scala monumentale utilizzata dall’anglo-indiano per Cloud Gate (18 metri per 9 di altezza) al Millennium Park di Chicago. Pur spiccando in altezza e riflettendo la luce del sole nell’interno delle sue ali, Ex-stasis (una forma che nel titolo tende a superare lo stallo per far uscire il concetto fuori di sé), rinuncia insomma alla sua veste di monumento per diventare, più prosaicamente, forma in movimento e oggetto di arredo urbano, struttura plastica al servizio, seppur minimo, della cittadinanza.
Tuttofuoco, pur adoperando un linguaggio variopinto di eco pop e postmoderna, non ha fatto calare dall’alto il suo gigante di acciaio. La facies policroma, quella che colora il traffico di via Milano, ricorda i colori porcellanati della ceramica e si erge infatti sulle ceneri della Ideal Standard bresciana. Allo stesso modo, le travi a terra, nel disegno che ricorda la prua di una barca su cui svetta lo spinnaker, sono fatte della materia ruvida, siderurgica, della vecchia economia industriale. Per quanto riguarda la faccia interna dell’estasi di Tuttofuoco, quella specchiante rivolta verso le asperità dell’austero, rigoroso Borsoni, il rischio è che diventi il palco per solipsistiche pratiche di selfie. E il pericolo che venga vissuta come scultura instagrammabile è indubbiamente molto alto. Ma è il prezzo che forse si deve pagare per attirare le persone nell’abbraccio vitale dell’arte e per condurle dalla piazza al palcoscenico.
Le fotografie sono di Christian Penocchio.