Andrea Carraro
Ancora su "Nata nell'acqua sporca"

La favola del sacrificio

L'esordio narrativo di Giuliana Vitali è un romanzo su Napoli e sulla difficoltà di crescere - e liberarsi - per un'adolescente che vive assediata dai dubbi

Il libro d’esordio di Giuliana Vitali, Nata nell’acqua sporca (Perrone, 228 pagine, 18 Euro), l’ho visto nascere, ne ho curato l’editing, via via che veniva su, per diverso tempo, forse una decina d’anni, sia pure a singhiozzo, con pause e riprese – e mi fa un certo effetto adesso vederlo concluso e stampato. Ricordo ancora quando l’autrice lo chiamava fra noi pseudo-romanzo, “ti mando lo pseudo-romanzo aggiornato…”, tanto poco ancora ci credeva. Ma poi ha cominciato a crederci, tant’è che oggi finalmente è uscito, in una accattivante edizione, con un buon editore, con una postfazione firmata da Silvio Perrella che si sofferma opportunamente sulla “carnalità” e sul “dolore”, i due poli fra cui sembra rimbalzare l’esperienza della giovane protagonista Sara, – in una Napoli, scrive il critico “dove si sono persi i colori e domina lo scurore dell’ansia e della desolazione”.

Il romanzo, molto basato sulla presa diretta, orientato a un realismo mimetico (anche nella resa del dialetto partenopeo, dosato in chiave emotiva), – ha una scrittura che costeggia in qualche pagina la forma del reportage narrativo (un genere che l’autrice frequenta da giornalista), e un po’ anche del romanzo di formazione/fuga, – una scrittura che non manca di approfondimento psicologico – nella figura chiaroscurale della protagonista, che sembra sempre sul punto di deragliare e perdersi definitivamente, come in quel prologo in cui, chiusa in bagno,  con la madre che le urla fuori della porta, accarezza, in pochi istanti, l’idea del suicidio, poi rinuncia, e si affaccia dalla finestra a vociare con qualcuno che la chiama dabbasso, dalla via. Sara è raccontata in una terza persona che è quasi un io travestito, aderente sul personaggio, sul suo parlato, sul suo vissuto quotidiano, sui suoi pensieri, sui suoi impulsi e appetiti, sulla sua esistenza borderline, fra droghe (cocaina, canne, crack…) e promiscuità sessuale, diciamo così, per farla breve, indifferentemente omo o eterosessuale, raccontata senza allure, con ruvida evidenza, come in questo breve scambio, “… sei bellissima, mi sei piaciuta dal primo momento…”. Forza, dammelo e basta. … Stai zitto che rovini tutto!, pensava, abbassandosi i jeans”. Oppure penso alla sua prima volta, brutale e impoetica, in un impasto di sangue e sperma, narrata in flashback, che si conclude con una allegorica vomitata al bagno.

C’è quasi un’estetica del brutto, direi, cui talvolta si contrappone – peraltro – un lirismo napoletano oleografico come in questo breve estratto, richiamato in controcopertina: “La Salita del Gigante era un girio di persone, che avevano in mano coppe di fritti, erba, sigarette bagnate con sopra la cocaina, Sara se ne stava seduta sulla panchina di pietra, un po’ sfasata, in mezzo agli altri ragazzi che se ne stavano zitti, e, se parlavano, lo facevano bisbigliando. Davanti alla piazzetta il buio fitto nascondeva il Vesuvio e il mare che si avviluppavano con le stelle, come amanti vogliosi”. C’è forse un rischio di poeticismo kitsch, di ricerca dell’effetto poetico che arriva dritto al cuore, per così dire, – le nostre sedute di editing si attardavano negli ultimi tempi – avendo ormai risolto i problemi strutturali del romanzo, su queste tematiche accessorie ma non marginali, fra cui l’utilizzo consapevole della cosiddetta napoletanità evitando cliché, “napoletanerie”, scorciatoie.

Ma c’è anche un misterioso candore sentimentale nella protagonista, vorrei aggiungere: lei non si sente amata dal suo ragazzo, Alessio, un tossico scapestrato con cui vive provvisoriamente la sua fuga dalla casa materna, la sua fuga d’amore (il padre assente, emigrato in Albania, che le scrive sporadiche lettera segnate dal senso di colpa, la madre troppo occupata da se stessa, dalla propria carriera di giornalista “impegnata”, per pensare davvero a lei: ma allora mi ama, ma allora non mi ama, si chiede a proposito del suo ragazzo, con struggente apprensione, piangendo (Sara piange spesso) : “ma allora non mi ama.”.

Che altro? L’alternarsi dei tempi narrativi, infanzia/adolescenza/presente mi sembra felice nel montaggio, – c’è ritmo nel flusso dei capitoli efficacemente titolati, La borsa, La fuga, La scommessa, Neve sciolta, Il crack (interferenze) ecc. Il personaggio si precisa un po’ alla volta, e mai completamente, conservando sempre un’ombra che la accompagna, qualcosa di non digerito, forse, anche nella scelta risolutamente abortista del finale, mi verrebbe da dire, “temeva di non riuscire a sbarazzarsi di quella cosa che si era attaccata come un parassita nelle sue viscere. Pensava di cadere dalle scale, di farlo sparire e strapparlo alla vita che lo attendeva, “, con quel rifiuto assoluto della maternità, in quella scelta così netta insisto, in quell’aborto semiclandestino in Spagna vissuto come una liberazione, chiedo scusa per lo spoiler brutale…, ma insomma non è un giallo, – quel rifiuto assoluto della maternità, dicevo, riflettevo, fa leggere tutta la vicenda con altri occhi, forse, come una moderna favola sul sacrificio.

E insomma, credo di aver detto non tutto ma abbastanza, sono felice che questo libro di Giuliana – mia allieva affezionata (si è sciroppata tutti i miei corsi!) –  abbia visto infine la luce, dopo una lunga, ma nutriente, gestazione.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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