Sul fascismo di Ungaretti /2
«Come un cristallo»
Una relazione di Leone Piccioni a un convegno incentrata sui rapporti tra il poeta e il regime fascista. Dove è resa nota per la prima volta una lettera di Ungaretti a lui indirizzata e allora inedita, in cui vengono descritti, senza nulla oscurare, i rapporti con Mussolini
Lo scritto di Leone Piccioni che qui di seguito pubblichiamo è conservato in forma dattiloscritta nel suo archivio. È il testo di un suo intervento a un non meglio precisato convegno su Ungaretti, uno dei tanti dedicati al poeta a cui Piccioni ha partecipato. Ne proponiamo un brano, rimandando a un altro intervento del critico, sempre sullo stesso tema, pubblicato in Atti del Convegno Internazionale su Giuseppe Ungaretti, Urbino 3-6 ottobre 1963, (edizione 4venti), in cui Piccioni dà pubblica lettura della prefazione di Benito Mussolini – 18 righe in tutto – all’edizione del Porto Sepolto del 1923.
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Rendo note a questo Convegno due lettere scritte a me da Ungaretti nel maggio 1969 da Harvard dove era ospitato da quella Università per lezioni e letture. Sono, dunque, di date ravvicinate, ma una (timbro postale dell’8 maggio) è una sorta di ricapitolazione della sua vita in ordine specialmente ai rapporti con Mussolini e con il Fascismo; l’altra, già edita, è un resoconto divertito e vitalissimo (Ungaretti aveva 81 anni) di una serata passata a New York in piena esperienza giovanile.
Questi passaggi di umore in Ungaretti – dall’indignazione, come nella lettera dell’8 maggio, al divertimento – erano assai frequenti in lui e rendevano benissimo i lati del suo inimitabile carattere.
Sui rapporti di Ungaretti con il Fascismo e con la politica, ho scritto ampiamente nella raccolta Ungarettiana (Vallecchi, 1980).
Ma basti qui ricordare qualche dato di fatto: nel 1936 Ungaretti, per poter far conto su uno stipendio decente che gli consentisse di mantenere la famiglia, emigrò in Brasile, accettando di insegnare nella erigenda Università di San Paolo. Prima di decidersi a questo grave passo, con due figli ancora piccoli, si era rivolto qua e là per ottenere almeno un incarico in Italia: l’unica offerta ricevuta fu di insegnare italiano al Conservatorio di musica (scuola parificata – su per giù – alle elementari o post-elementari) di Palermo.
Prima di allora, non avendo i mezzi necessari per vivere a Roma, si era stabilito, come si sa, a Marino. Adoperava quattro volte al giorno (due andate e due ritorni) il trenino dei Castelli. Gli amici, francesi e italiani, che andavano a trovarlo, notavano che nella stanza in cui si intratteneva con loro, c’erano diverse catinelle sparse per terra per raccogliere l’acqua che filtrava dal tetto quando pioveva.
Ecco, dunque, come Ungaretti approfittò del Fascismo!
Si pensi poi che la prefazione di Mussolini alla rara edizione del Porto Sepolto del ’23 non fu mai riprodotta nelle altre edizioni ungarettiane.
I casi sono due: o Mussolini non lo consentì, prendendo le distanze, o Ungaretti riuscì a evitarlo.
Per non dire, ancora, delle varie volte in cui Ungaretti fu arrestato (dal ’28, tornando da Subiaco, al ’38 – in una delle sue visite a Roma dal Brasile) per quello che diceva del “regime”, e poi della campagna contro gli ebrei. Quando era trattenuto in arresto, se riusciva a far sapere a Mussolini del suo stato, veniva rilasciato immediatamente.
E tuttavia Ungaretti subì vari processi di epurazione dopo la guerra, sempre assolto perché “nulla” risultava a suo carico. Fu tenuto in bilico per parecchio tempo per la cattedra universitaria di Roma e fu salvato da Guido Gonella (allora ministro dell’Istruzione) insieme a De Robertis, perché – respingendo le richieste di un Consiglio Superiore dominato da De Ruggero, con crociani e azionisti al suo seguito – Gonella si rimise al voto della Facoltà di Lettere di Roma, per Ungaretti, e di Firenze, per De Robertis.
E così fu ancora possibile andare a lezione – laureati o no – da lui!
Infine: dico, senza tema di smentita, che per motivi politici (e cioè il suo preteso “fascismo”, e forse la sua professione di cattolico) gli fu negato il seggio di Senatore a vita, e forse, come altri hanno detto anche in questo convegno, ci furono interventi politici italiani molto autorevoli anche per sviare l’Accademia di Stoccolma dall’idea, probabilmente maturata, di assegnare a Ungaretti il Premio Nobel.
Ed ecco, dunque, la lettera dell’8 maggio – e si capirà il perché del tono indignato e di sofferenza, con qualche libertà sintattica e qualche imprecisione di memoria: ma è scritta di getto, in grande – si vede – rapidità:
«Caro mio Leone,
perché dovrei nascondere qualche cosa della mia vita? È pura come un cristallo, coraggiosa come quella d’un leone.
Dunque si faccia la nota sulla prefazione[1] di Mussolini di quell’orribile Porto Sepolto curato, a quei tempi – non più come quelli del primo Porto – in modo perfettamente cretino, illustrazioni, carta e prefazione. «Ho conosciuto Mussolini ai tempi che era ancora direttore dell’Avanti e collaborava a «La Voce». Non so perché, ma gli ero apparso, e anche dopo, come un mito del disinteresse, della credulità, se si vuole, o d’una sincerità negli slanci dell’animo senza mai calcoli, in nessun senso.
In seguito, ai tempi del Fascismo, non m’iscrissi a quel Partito, non ne conobbi i gerarchi, nemmeno uno, e con Groethuysen – un filosofo di primissimo ordine e di straordinario acume, scrittore di eleganza finissima, l’autore d’un libro esemplare per il contenuto, Le Bourgeois, che aveva insegnato all’Università di Bonn fino all’avvento del Nazismo, che aveva per compagna Alix Guillain, redattrice ardente dell’«Humanité», l’amica più intima di mia moglie da lunghi anni prima di conoscerci, e sempre – con Paulhan e con Michaux e con Church, diressi fino allo scoppio dell’ultima guerra, quando cessò le pubblicazioni, «Mesures» che fu, allora, la principale rivista di letteratura internazionale. Vi collaboravano Joyce, Kafka, Pasternak, Rilke, il principe Mirski, divenuto zelante propagatore del bolscevismo, e ne erano insomma collaboratori assidui quanto c’era di meglio in tutti i paesi – e viveva a quei tempi. Quando andavo a Parigi ero ospitato da Groethuysen.
Quello che ho fatto, per quella specie d’incanto che una volta avevo prodotto su Mussolini e in lui permaneva, fu di ottenere che fosse liberato dal confino uno dei miei più vecchi amici, il comunista Gigi Salvatori, e fu che fossero messi in libertà tanti altri antifascisti, fu che chiudessero un occhio quando feci scappare dall’Italia e dal certo arresto Andrea Caffi, e che gli ottenessi un posto di precettore. Furono mille altri atti dello stesso genere.
Ottenni per Caffi, perché potesse vivere a Parigi e farci a suo agio l’affermazione dei suoi convincimenti, il posto di precettore dei figli della Principessa. La mia famiglia ed io, sino all’esilio in Brasile, si viveva in quegli anni, principalmente utilizzando con parsimonia imposta, quei pochi denari che mi venivano prima da «Commerce» e poi da «Mesures».
Durante il Fascismo fui arrestato moltissime volte, perché usavo gridare a quell’epoca, in luoghi pubblici, caffé o strade, che tutto quello che si faceva in Italia allora era pessimo. Poi, ero subito liberato. Mussolini è stato, l’ho già detto, sempre debole verso di me, qualsiasi atteggiamento osassi assumere.
Quasi sul finire della guerra, con i professori italiani che insegnavano con me, fondandola, all’università di filosofia, scienze e lettere di San Paolo, fummo costretti a ritornare in Italia, il Brasile essendo entrato in guerra con gli alleati.
Fummo imbarcati su una vecchia nave, che avevamo ribattezzato chiamandola il Bagé, ma non aveva più navigato da cinque lustri. Tutta arrugginita com’era, andava avanti peggio d’una lumaca, si fermava ad ogni poche miglia, e così, a gocce, arrivammo a Oporto, e da Oporto in Italia.
Gli Ebrei italiani rifugiati in Brasile avevano consegnato a mia moglie – donna francese che m’insegnava il coraggio, sebbene non dicesse mai una parola contro l’Italia, ma considerasse Mussolini e il Fascismo la peggiore sciagura che potesse capitare ad una Nazione – oggetti e lettere per le loro famiglie, Ad una ad una, con mia moglie, visitammo le loro case romane, vi ci fermammo a sedere con loro, li considerammo cari fratelli, come sempre ho considerato tutti gli uomini.
Durante l’occupazione, ospitai Ebrei in casa mia. In quel periodo quando incontravo militari nazi non riuscivo a impedirmi di gridare “assassini” e gli amici che mi accompagnavano mi facevano poi lunghe e vane prediche per dimostrarmi che il coraggio è anche prudenza e avevano ragione.
Mi pare che basti per quelli che arricciano il naso per una prefazione che non dice nulla, salvo che era stato un uomo singolare nella sua vita e che vivevo d’un povero lavoro di spoglio di giornali francesi per un bollettino del Ministero degli Esteri, lavoro che mi era stato affidato ai tempi di Sforza. Basta?».
Questa nota, che correggerò sulle nuove bozze, venga integralmente pubblicata.
Ho conquistato gli Stati Uniti. Sono un Principe, l’unico Principe, nonostante i porconi, e credo, ne sono sicuro, che il più porcone….
Sto bene. Sono diventato l’idolo di Harvard e del New England. Mi faranno l’anno venturo dottore Honoris causa, come mi farà la Sorbona, e l’avrebbe già fatto senza i moti degli studi.
Ho fatto il giro dell’Università, ovunque accolto come il primo dei poeti oggi viventi – accolto come tale, senza l’ombra d’un dubbio.
Ho letto poesie mie, prima lette tradotte da Wylie, una traduzione bella quanto l’originale.
Sarà un’edizione di Harvard. A momenti mi portavano in trionfo.
Basta. Ti voglio bene. Non ho nulla da nascondere…
Ti abbraccio forte, forte, forte,
il giovanissimo Ungà»
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Ma la rabbia impotente in Ungaretti – s’è detto – durava poco: tornava presto il sereno e tornava anche un’accorata malinconia.
(…)
E proprio così, col «pianto dentro» e l’ironica «allegria» non ce lo scorderemo mai!
[1] Com’è riportato nella nota di che appare nel volume G. UNGARETTI, L’allegria è il mio elemento – Trecento lettere con Leone Piccioni, a cura di S. Zoppi Garampi (Oscar Mondadori, 2013), in cui la lettera è contenuta, la nota trascritta da Ungaretti in questa lettera non fu riportata, mentre la prefazione di Mussolini fu riportata nell’edizione Vita di un Uomo – Tutte le poesia, a cura di L. Piccioni, “Meridiani” Mondadori, 1969.
© Si ringrazia l’erede di Ungaretti per la gentile concessione alla pubblicazione della lettera.