Paolo Puppa
Un dibattito a Venezia

Invecchiare stanca

La qualità della vita degli anziani e la possibilità di scegliere tempi e modi della propria morte sembrano argomenti tabù, nel nostro paese. Eppure entrambi incarnano un problema sempre più drammatico e pressante...

Giorni fa, in un negozio Acqua e sapone veneziano del centro, ho scorto una coppia molto anziana (lei al solito più sveglia di lui) mentre armeggiavano nel reparto dei pannolini e/o pannoloni. Alla fine, lui si è rivolto ad una commessa per chiederle ragguagli sui secondi materiali, quelli appunto con la lettera o, riservati alle età grandi, non alle piccole. Lo faceva, ha precisato tossendo, per un suo amico. Al che la ragazza ha chiesto imperturbabile le misure di questo amico. E il vecchio è rimasto incerto. Fissava la sua compagna e non osava confessare che forse si trattava di lui. Ho guardato la scenetta, risucchiato dal suo fascino, nel senso etimologico, di orrore che attrae e seduce. Perché in fondo de me fabula narratur, una proiezione del mio prossimo futuro.

Perdere il controllo dello sfintere viene visto come una vergogna medusea, un marchio di regressione e di fine anticipata. Si torna bambini, ma in maniera oscena non accattivante, un po’ come l’impotenza sessuale in cui a poco a poco si scivola. Da vecchi ci si sporca di continuo e non si copula più. Già. Io credo invece sia da arrossire di più davanti al genocidio a cielo aperto fatto a Gaza (i nazisti il loro lo facevano di nascosto), in cui ci limitiamo alla funzione di ambiguo voyeurismo, da naufragio con spettatore, parafrasando il celebre libro di Hans Blumenberg del 1979.

Abitualmente, si lascia la pulizia delle parti così dette basse, se demandate ad esterni, agli infermieri. Una mia zia aristocratica e un po’ stupida li chiamava in dialetto “netacui”. Ricordo quando andavo a trovare mio fratello malato o mio padre negli ultimi mesi della sua vita. Ad un certo punto ci si allontanava per decoro dalla stanza dell’ospedale per non assistere a quella operazione.  Ma dalla merda nascono le rose. E merda viene invocata prima di uno spettacolo, rievocando i fiacres ottocenteschi davanti ai teatri gremiti delle prime. Gli adulti si nascondono durante l’evacuazione, e la pulizia affidata ad estranei è segno dell’abdicazione irreversibile dell’io. Una forma di Alzheimer, che colpisce le funzioni corporali primarie, l’evacuazione quotidiana del cibo ingerito.

Aggiungete la perdita del compagno/a di vita, intimità solidale e abitudine di convivenza, al posto della passione iniziale, trauma vissuto in modo stordente. Il dramma si fa totale. E, magari, l’uscita dalla casa, cui ci si riduce se non si è in grado di pagarsi una badante. Finire in una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) diviene allora l’anticamera della morte, tant’è vero che il soggiorno in media vi dura sette mesi, secondo dati recenti, ricovero effettuato nella fase terminale dell’esistenza. Questa assistenza, rivolta a cittadini non autosufficienti o parzialmente non autosufficienti, si realizza in Strutture Residenziali con differenti livelli di specializzazione, come ci viene sottolineato sul web. Un’assistenza medica, infermieristica, riabilitativa e “alberghiera”, erogata in base alla specifica natura di bisogno assistenziale dell’utente. Ebbene, l’aspetto di tali ambienti, nelle soluzioni più standard (quelle a cinque stelle indorano la pillola, ma non evitano lo sconforto di fondo) ricorda in qualche modo un grazioso gulag, mi si passi l’ossimoro. La puzza infatti dei corpi moltiplicata, la desolazione delle facce e delle sagome, tutto concorre a configurare un girone dantesco, infernale o purgatoriale che sia. Quando ci si entra, a trovare qualcuno, non si vede l’ora di uscir fuori.

Viene da pensare che la casa, qualunque casa, sia meglio di un simile ambiente depressivo e avvilente. Ma non sarà possibile restare, nella propria abitazione, sempre e in ogni circostanza. Perché occorre qualcuno che ti assista, motivato e pagato. Di fatto, solo pochi privilegiati possono permetterselo. Ma anche scorgere negli occhi di chi ti accudisce o viene a visitarti, la luce crudele che attende la tua morte per riposarsi o liberarsi di te, è esperienza atroce. Leggete la novella tolstoiana del 1886, La morte di Ivan Il’ic, dove il protagonista, allettato e destinato ad una prossima fine, osserva con muta invidia e odio mal celato le proprie donne, moglie e figlia, che vanno a salutarlo prima di andare a teatro sfoggiando le migliori toilette. Oppure leggete il pirandelliano Ciascuno a suo modo del 1924, in cui il personaggio del filosofo ragionatore, qui chiamato Diego Cenci, tipico ruolo nei copioni del commediografo siciliano, rievoca l’episodio di quando gli era morta la madre, dopo una prolungata assistenza ospedaliera. Nelle fasi ultime, uno specchio in cui per caso si era imbattuto gli rimandava l’immagine spaventosa di occhi assonnati, e speranzosi che la vecchia al suo fianco si decidesse a crepare per andare a dormire! Due fonti eloquenti per capire meglio ciò di cui parlo.

Del resto, i parenti di un vecchio si collocano nella parte dei congiunti di un disabile, fisico o mentale che sia, con la sola differenza che nel primo caso basta solo di aspettare, mentre nel secondo la tensione nasce dalla giovinezza del malato, più durevole nel tempo. In entrambe le dette situazioni, però, si assiste ad un degrado della vita relazionale nel milieu famigliare, nell’esplosione mal controllata di conflittualità tra i membri verso il diverso che sentono a carico, e anche tra loro stessi.

La vecchiaia si sa è una malattia da cui non si guarisce. Anzi, è una epidemia, oggi, che avanza in modo contagioso. In una statistica tracciata nel 2023 dalla CGIL SPI, cioè Sindacato pensionati italiani del Veneto, nel 2023, nella mia regione si contano ben 350 mila anziani di oltre 75 anni che vivono da soli, tra cui 240 mila vedove e 40 mila vedovi. A Venezia, nel medesimo anno, l’indice di vecchiaia segna una curva inquietante, in quanto si calcolano 222 oltre i 65 anni rispetto ai 100 (da 0 a 10 anni). Fra 10 anni se ne prevedono 310. Sempre a Venezia, dati provinciali, i sopra 65 anni costituiscono il quarto della popolazione complessiva mentre i sopra 80 anni rappresentano l’8,40 %. Sono settantamila persone, questi ultimi, il che rende meglio il quadro. Intanto la città dispone di 830 posti letto nel servizio sanitario pubblico delle RSA, e 940 quello privato. Un’offerta certo del tutto insufficiente. Diminuisce il personale, e la qualità del servizio stesso si abbassa.  Risultano nel nostro territorio 3161 le impegnative di residenzialità, vale a dire il titolo rilasciato al cittadino per l’accesso alle prestazioni rese presso servizi residenziali. E, a fronte di ciò, si riscontrano aumenti continui nelle rette.

Nelle Rsa, stando insieme ci si uccide, com’è avvenuto tragicamente durante l’esplosione del Covid. Ma assieme in ogni caso si dà il peggio di sé. Ogni anagrafe, ogni categoria lavorativa, ogni gender, quando riunito nella propria identità, si svilisce. Avete mai partecipato ad una cena tra docenti universitari? Lo stesso si verifica tra post telegrafonici, tra netturbini, o tra industriali. Abbiamo lanciato un servizio sanitario pubblico nel 1978, considerato un modello di efficienza, poi assalito da un degrado progressivo a partire dagli anni Novanta, sino ad una degenerazione inesorabile. Si pagano tasse per questa voce, e poi si è costretti, chi può, con spese ulteriori, a disporre di servizi privati. Si allungano gli anni di vita, nel frattempo, e aumentano le patologie. Crollano intorno antichi collanti, i patronati, le sezioni di partito, le unità famigliari sgretolate nel passaggio dalla società contadina alla civiltà industriale e cittadina. Vecchi, malati, e soli. Una sommatoria insostenibile per chiunque.

Inevitabile tutto ciò? Che fare, allora? Al limite, come diceva Seneca, se non possiamo scegliere quando nascere, ci sia concesso almeno quando uscire di scena. Ma l’eutanasia da noi sembra utopia. La legge di fine vita si incaglia nel nostro Parlamento, a meno di ricorrere a trasferte in Svizzera, per gli abbienti. La differenza di classe, anche nel lutto.  Ulteriore risposta può risiedere nel riorganizzare l’assistenza domiciliare, proponendo altresì forme di invecchiamento attivo. Migliorare con l’educazione le forme di alimentazione e di vita in generale, insistendo con la prevenzione e con il controllo. Ipotizzare anche mescolanze di anagrafi, immettere giovani nel volontariato con interventi ludici, teatrali ad esempio. A Settimo torinese, negli anni settanta/ottanta del millennio scorso, il gruppo ruotante intorno a Gabriele Vacis e a Laura Curino portava nei centri per anziani ricerche identitarie tramite foto del passato, sfogliate e riassaporate insieme al paziente, efficace terapia contro l’abbandono di sé.

Per farsi forza trasformando la paura e il disagio di tutti noi in un progetto alternativo, alla Scoletta dei Callegheri in Campo San Tomà a Venezia sabato scorso 20 settembre si è tenuto un incontro pubblico su “Diritti e dignità. Il futuro degli anziani non autosufficienti nelle RSA”. Lo ha organizzato il dinamico Movimento per la Difesa della Sanità Pubblica Veneziana. Associazione Amici del Giustinian. Molti gli interventi previsti, ricco il dibattito annunciato. Meglio dell’inerzia, insomma. Meglio della rassegnazione. Si chiede soprattutto che il Comune apra un tavolo di trattative con la Regione, mentre si profilano tende erette davanti ad ogni RSA. Anche una raccolta di 1800 firme va in tale strategia, a conferma di quanto sia sentito il problema tra i cittadini. Il focus in verità scavalca i partiti, se persino la Lega veneta propone un assessorato per anziani!


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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