A proposito del “Ciclo del cavallo”
Prima della poesia
La raccolta poetica dell'autore portoghese António Ramos Rosa è quasi una sfida al linguaggio. La scrittura si concentra sull'attesa prima della creazione. Per dare maggior spessore alle parole
Succede che una parola, quando si ripete tante volte, perda il suo valore semantico. Questo accade ancora di più se la ripetizione avviene ad alta voce. Basta poco, ripetere una parola dieci o venti volte di seguito, senza riprendere fiato, e si cancella ogni significato. Almeno temporaneamente, diventa solo un insieme di suoni. Nel Ciclo del cavallo, raccolta di António Ramos Rosa, uscita in portoghese nel 1975 e proposta in italiano nel 2023 da Edizioni San Marco dei Giustiniani, la parola “cavallo” compare centodieci volte: cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo, cavallo.
Nelle poesie di Ramos Rosa, succede il contrario. Più ritorna, la parola, più acquista valore. Valore poetico. Senza dubbio è una raccolta originale, il ciclo che l’autore crea è un mondo a parte dove la riflessione – quella metaletteraria, quella introspettiva – passa attraverso una parola che diventa porta d’accesso, passepartout verso un lessico che vuole dire qualcos’altro rispetto a come appare. In senso più stretto possibile, quando Ramos Rosa utilizza la parola cavallo, o intende sé stesso o la poesia.
La riflessione del poeta parte non dall’atto del poetare, ma da quello appena prima. Si veda qui lo stesso ragionamento della riflessione sulla meccanica del sonno di Magrelli in Ora serrata retinae, che non è osservazione del sonno ma dell’attimo precedente – ma si consideri qui anche una certa fissazione di chi scrive per il poeta romano.
Quando Ramos Rosa scrive che “Il cavallo decide prima ancora / della decisione, nella pianura”, nel distico iniziale di uno dei primi testi, non fa altro che parlare della poesia. E risponde alla domanda: quando comincia la poesia? Non nell’atto diretto della scrittura, questo per l’autore è abbastanza chiaro. Andrea Ragusa, che cura la traduzione del volume uscito per la casa editrice genovese, nella prefazione fa riferimento al “silenzio che precede la creazione poetica”. Ecco, è quello il terreno del poetare del portoghese. Certo, un silenzio in realtà abbastanza tumultuoso. Il cavallo della prima parte della raccolta muove con irruenza i suoi zoccoli, salta, è animale di terra e fango.
Ma soprattutto è una poesia certa, quella che impone Ramos Rosa. Si metta in discussione tutto ma non la poesia. Non è la voce tremante nella prateria, è il cavallo che si libra e si fa vedere, qualsiasi cosa esso sia: “Non cessa il cavallo d’essere cavallo / per il nome e per il corpo, / per l’argilla rossa e il verde bosco, / il principio della forma del suo essere. / Così dimesso mi faccio per vederlo / nella gloria del suo campo raso / respirando l’aria della sua aria / e la creta che è fiato fermo. / Il giorno grigio come un pane di terra / e la sete di quegli inguini rafforza / il martello con cui batto la pace del campo”. Che energia, che vitalità. L’autore due poesie dopo ci ritorna: “Si disgrega il cavallo? Mai / La risposta gli viene dalla forza. / Corre sopra i disastri / è fuoco e pietra alta ben tagliata”.
Si disgrega la poesia? No, mai. Il ciclo delineato da António Ramos Rosa si basa su un materiale lessicale abbastanza ristretto e concreto, deforma quelle poche parole che usa dando loro nuovo significato, e tirando per un braccio il lettore per convincerlo a giocare con lui. Giocare a operare, al tempo stesso della lettura, una rilettura. Tradurre cavallo con poesia, appunto, alito come ispirazione, pietra come percorso. Ombra – è ossimorico – come rivelazione. Uno dei versi iniziali più riusciti e delicati recita “Mil cores, e uma sombra só te despe” (Mille colori, e un’ombra sola ti sveste).
Scrittura come specchio, ancora: quasi a metà del “Ciclo del cavallo”, l’autore si riflette nel poeta e si chiede: cosa sono queste due parti? “Le parole hanno un volto: di silenzio o di sangue”, scrive all’inizio di un sonetto, poi il dualismo continua: “l’essere in esplosione e io foglia così lieve”, nell’ultimo verso cerca “la forza verticale di essere chi sono e l’aria”. Passaggio che ricorda, a voler sentire echi portoghesi, Pessoa: “l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra”.
La parola “poesia”, così com’è, nel libro di António Ramos Rosa compare per la prima volta a pagina 139, curiosamente: “Assenza della poesia?”. Tanti interrogativi, ma in realtà la raccolta del 1975, goccia nel mare magnum degli ottanta libri poetici della bibliografia del portoghese, è attraversata da forte impeto poetico. La poesia, e l’atto del poetare, sono l’unica certezza: “Il cavallo che scrivo – forza dello spazio, / purezza dell’impeto e del sangue, è la sete, / è la rabbia nuova dell’inizio, e l’erba / di tutto il prato inumidito nella sua bocca”.