A proposito di "Dal Lazzaretto"
Il tempo del Lazzaretto
La nuova raccolta di Luigi Cannillo è dedicata a un quadrilatero di Milano ricco di storia che la poesia scandaglia continuamente, vagando dal passato al presente
La zona di Milano che un tempo fu delimitata dalle mura del Lazzaretto, è ora un quadrilatero fremente di animate strade cittadine, attività commerciali e abitazioni, delimitato da via San Gregorio, via Lazzaretto, viale Vittorio Veneto e corso Buenos Aires. Della struttura originaria, costruita tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento non rimane che la testimonianza di qualche traccia isolata e irriconoscibile. Nell’immaginario di tutti però quel luogo che doveva dare ricovero agli ammalati nel corso di epidemie e pestilenze, con l’intento di isolarli dal resto della comunità cittadina più che di cercare di curarli, e che fu poi Ospedale Maggiore, è costruzione viva, se non altro per le pagine manzoniane, queste, a differenza dell’edificio originario, ancora ben solide e robuste: “S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati ‒ è detto a introdurre lettori contemporanei all’autore e futuri in quel luogo triste ‒; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente”. Lì, tra desolazione e sofferenza, Renzo ritroverà Lucia, ricoverata, e padre Cristoforo impegnato, da par suo, a sostegno degli ammalati.
Il Lazzaretto a cui fa riferimento il titolo del libro di poesia di Luigi Cannillo (Dal Lazzaretto, La Vita Felice, 76 pagine, 12 Euro), recente vincitore del premio Pontedilegno Poesia, è luogo presente, il quartiere insomma che oggi occupa quell’area un tempo derelitta da cui prende il nome, e insieme luogo della memoria, personale e collettiva, e pullula pertanto di persone reali e di fantasmi, di attività concrete e attuali, e di azioni che si producono nei sogni e nei ricordi.
In quell’area di Milano, Cannillo è nato e ha vissuto, è lì che si è formata la sua lingua poetica ed è lì che il poeta ha visto nascere e svilupparsi i suoi interessi letterari. Il Lazzaretto è dunque, per l’autore milanese, luogo di presenze familiari, palcoscenico delle prime vicende scolastiche (“È rimasto uno solo / mani sporche di gesso / una lavagna intera da cancellare”), di esperienze giovanili e di formazione, territorio di emozioni e passioni, ma anche, non potrebbe essere altrimenti, la superficie ordinata di strade e disordinata di esseri umani, dove si incontrano passato remoto, passato prossimo e presente, malattia e salute, letizia e afflizione, vicenda personale e storia di tutti, immaginario privato e narrazione letteraria. Insomma, permanenza della memoria e fragilità della vita.
Nei versi di Dal Lazzaretto e tra queste vie, il Tempo mescola il prima e il dopo, quello che fu e che ancora appare, quasi manifestazione fantasmatica, e ciò che è realtà, ma che spesso ha i tratti dell’evanescenza. È questo del resto il tempo proprio delle vite di tutti coloro che rimangono legati, almeno sentimentalmente, al luogo che li ha visti nascere e crescere: fenomeno relativo e intrecciato, sequenza che libera e costringe, apre varchi e demolisce, costruisce il corso apparentemente lineare delle ore e intanto scardina e cancella: “Chi ci ha reso occasione non rimane, / dimora altrove o ci ritorna / Mentre la neve ha protetto le orme / ricoprendole, il vento le ha disperse / Ma noi stessi giriamo in circuito / senza fermarci e senza uscirne / nel tempo che ci logora e ci forma”.
In queste poesie, che formano pagina dopo pagina quasi una sequenza poematica dove tempo e temi si intrecciano e si confondono, rimane anche traccia di quel passato lontano che ogni tanto riaffiora e ci ricorda che “noi siamo i salvati”, coloro che hanno possibilità di ripercorrere la storia e di “fotografare le impronte”, di soffermarsi davanti allo “stemma borromeo, il bar / degli eritrei ‒ a futura memoria”.
Il tempo dunque, in questo quadrilatero di vie, sembra dirci il poeta, è anche sospensione, o almeno percorso senza una direzione precisa, senza che sia possibile prevedere un esito. Il cortile, ad esempio, dove l’io narrante costruisce il suo “labirinto invisibile / un magnete che non consente / testimoni né altrove”, dove “l’oasi di silenzio incastra / angoli e cespugli / ruotando attorno al nostro passo”, è parentesi incantata che ingloba “reali presenze e riflessi / smarrirsi e ritrovarsi”: “Qui mentre restiamo irreperibili / o fingiamo di essere perduti / il tempo sta sospeso a mezz’aria / Non è un quartiere per serenate / non ci è mai rotolato un pallone / Ma nel giardino segreto si fa strada / l’orizzonte prossimo del quartiere / la mappa dell’universo in divenire”.
Inevitabilmente, il Lazzaretto, sia esso passato o presente, struttura di ricovero e isolamento di incurabili e contagiosi o quartiere, è un dentro che prevede un luogo altro, un esterno, forse agognato forse spazio che intimorisce e respinge: “Il velo di vapore alla finestra ci ripara / dalla minaccia che ci aspetta fuori, / non dalla pena che si sconta al chiuso”. Il Lazzaretto indica in questo modo, con le sue connessioni e sconnessioni, una geografia che è interiore, questione insomma che riguarda la propria vita, ma anche fatta di campagne pianeggianti e nebbiose, e di nomi e persone e cose oltre i confini. “Intorno al numero civico / vibra un vortice di mondo / un ago che non si sa / prevedere dove si diriga”, scrive Cannillo quasi ad avvertirci che il cammino da percorrere è di fatto necessario, che prevede un oltre da affrontare, ma in fondo, altrettanto necessariamente, è un percorso che non ha nessuno risultato che possa pienamente soddisfare.
Luigi Cannillo ci porta con passo piano e armonico, lo stesso ritmo che muove i suoi versi, a ripercorrere vie e memorie del Lazzaretto, a fianco di persone reali o nell’attesa di una loro ricomparsa: “I treni volavano una volta / in sopraelevata sul quartiere / ma nulla resta delle rotaie alate / né di quei passeggeri incantati / Vado ancora a un binario fantasma / ad aspettare chi non ritorna”.