Piccole storie esemplari
La storia di Barbro
Incontro con Barbro Guaccero, giallista svedese, popolarissima in patria, da mezzo secolo italiana d'adozione: produce vini in Puglia... «Ho cominciato a scrivere per recuperare il mio passato in Svezia»
La scrittrice Barbro Guaccero ha iniziato a scrivere a 79 anni durante il Covid. Dopo aver scritto due thriller, pubblicati dalla casa editrice svedese Norstedts, nella collana Prinntz, ha vinto un premio organizzato dalla banca 60+Bank e dalla rivista M-Magasin, destinato a chi ha intrapreso una nuova carriera dopo i sessant’anni. Barbro Guaccero è nata a Lund nel 1944 ed è cresciuta a Lund e nello Småland, dove ha trascorso le estati della sua infanzia. In età adulta ha lasciato la Svezia per lavorare come designer in Italia. Ha lavorato anche come produttrice di vino e attualmente vive in una fattoria nel sud Italia insieme ai suoi otto cani e due gatti.
Quando è arrivata in Italia?
Sono arrivata in Italia nel 1970 perché lavoravo per un’azienda tessile svedese che aveva una fabbrica a Bari. Nel 1971, dopo un anno, ho incontrato mio marito, Mimmo Guaccero. Se non avessi incontrato lui, non sarei rimasta: avevo deciso di ritornare in Svezia. All’inizio continuavo a lavorare nella moda, ma poi Mimmo mi ha chiesto una mano in masseria. Così ho cominciato a interessarmi di agricoltura e di vini. Coltivavamo uva, mandorle, ciliegie… Col tempo ho avuto l’idea di introdurre vini meridionali in Svezia, dove non c’era nemmeno un vino dell’Italia del Sud. C’erano solo pochissimi vini toscani, veneti e piemontesi.
In Svezia esiste un monopolio sulla vendita degli alcolici, quindi per vendere bisogna farlo attraverso il monopolio. Bisogna dunque convincere il monopolio della validità dei vini.
Ho iniziato perché, nel 1990, ricevetti un libro intitolato Atlante dei vini del mondo, pubblicato proprio dal monopolio svedese. C’era moltissimo sulla Francia, abbastanza sulla Germania, un po’ sulla Spagna. Dell’Italia c’erano solo quattro pagine. Dell’Italia meridionale si diceva che produceva vini di interesse solo locale. Conoscendo le magnifiche cantine del Sud Italia, ho pensato che un monopolio non potesse scrivere una cosa del genere. Lo presi come una sfida.
Portai quindi in Svezia alcuni dei migliori produttori e enologi meridionali. Mi ci sono voluti un paio d’anni per convincere i buyers ad acquistare vini del Sud.
Scrivevi già?
Ho sempre scritto solamente testi giornalistici: articoli sui vini e sulla cucina italiana in svedese, e ho tenuto lezioni sui vini per promuovere i vini italiani. Ho scritto anche un libro sull’enogastronomia meridionale, sempre in svedese, intitolato L’Italia sconosciuta.
Quando hai iniziato a scrivere romanzi, allora?
È stato durante il Covid, un periodo in cui avevo moltissimo tempo. Stando completamente isolata in masseria, ho pensato che dovevo fare qualcosa, altrimenti sarei impazzita. Mi sono iscritta a un’associazione di donne svedesi che vivono all’estero, la SWEA, acronimo di Swedish Women’s Educational Association. È un’associazione globale senza scopo di lucro per donne svedesi, o di lingua svedese, che vivono o hanno vissuto all’estero. L’associazione ha come obiettivo la promozione della cultura, delle tradizioni e della lingua svedesi. Grazie a loro, seguivo un corso di scrittura creativa e così, per gioco, ho cominciato a scrivere. Il corso era tenuto da una scrittrice molto conosciuta, Helena Thorfinn, che mi ha incoraggiata, facendomi capire che poteva nascere qualcosa. Avevo 78 anni. Poi mi sono iscritta al corso di scrittura creativa presso la Linnæus University e, con mio grande stupore, sono stata accettata. Ora sono appena entrata nel terzo anno.
Perché hai deciso di scrivere in svedese?
Prima di tutto, penso che si tratti di una nostalgia per una Svezia che non esiste più, per i tempi andati e per una lingua che fu la mia. Una lingua che, per tanti anni, non ho più utilizzato molto, parlando ormai principalmente italiano. Ma anche perché lo svedese è l’idioma che ho iniziato a parlare da piccola, quindi lo uso in modo istintivo.
Dopo la morte di mio marito, ho deciso di rimanere nella nostra masseria. Scrivere in svedese è stato quindi un modo per riprendere contatto con quel Paese in cui non vivo più, visto che ho scelto di restare in Puglia. È stato anche un modo per giocare con la memoria, dal momento che i miei libri sono ambientati negli anni Cinquanta e Sessanta, l’epoca in cui vivevo ancora in Svezia. Perfino il mio svedese è quello che ho imparato da bambina ed è perfetto per raccontare quegli anni: è congeniale per racconti “storici” ambientati in quell’epoca.
Che cosa ti ha ispirato?
Mi sono immersa nel mondo e nei paesaggi della mia infanzia, dove viveva mia nonna nel sud della Svezia. Una zona di foreste immense, talmente grandi che in Italia non le possono immaginare. Entri in questi boschi e ti perdi, puoi camminare per ore, tra natura e laghi. Vivendo in luoghi così sviluppi un rapporto con la natura profondissimo.
Mi racconti i personaggi dei romanzi?
Ho creato un commissario della polizia statale che si chiama Eva Jonsdotter. In quel ruolo, è una delle prime donne nell’epoca in cui è ambientata la storia. Lavora come assistente, insieme a un collega, per un commissario più anziano di nome Hugo Nilsson. Eva è il personaggio a cui sono più affezionata. Sto raccontando la sua carriera, passo dopo passo, con tutte le difficoltà che le donne incontravano all’epoca in ambienti dominati dagli uomini. Alla fine diventerà commissario della polizia criminale.
Hai vinto un premio importante. Ce ne parli?
Sì, è un premio dedicato alle persone più promettenti sopra i sessant’anni, articolato in tre categorie: scrittore, ricercatore e imprenditore. Ho vinto nella sezione letteratura, e ne sono molto contenta, anche perché gli altri due finalisti erano scrittori bravissimi, che ammiro molto. A dire il vero, meritavano di vincere anche loro.
Che rapporto hai con la masseria?
È il posto in cui ho vissuto per più di cinquant’anni. Si tratta di una masseria appartenente alla famiglia di mio marito sin dall’inizio del Cinquecento: ogni generazione ha lasciato il suo segno, una traccia visibile ancora oggi. Dopo la Seconda guerra mondiale aveva perso un po’ di smalto e rischiava l’abbandono. Io e Mimmo l’abbiamo restaurata, per certi versi riportata in vita. Abbiamo fatto in modo che non morisse, come purtroppo è accaduto a tante altre masserie nei dintorni. Oggi le mie radici sono qui. Sarebbe una tragedia per me se non potessi più viverci. Mi occupo del giardino, ospito scuole di scrittura svedesi, scrivo.
Le masserie svedesi sono diverse da quelle italiane?
Sì, sono piuttosto diverse. Le masserie svedesi — o meglio, le aziende agricole — hanno oggi superfici in genere più estese e sono dedicate principalmente a colture seminative, non a vigneti o alberi come in Italia. Nell’Ottocento, lo Stato svedese ha avviato una riforma fondiaria per superare la parcellizzazione eccessiva della terra. I fondi agricoli vennero assegnati direttamente dallo Stato e le famiglie furono obbligate a costruire le nuove abitazioni sui terreni loro assegnati. Fu la fine dei piccoli villaggi agricoli, in cui le case erano tutte raccolte insieme, e nacque il paesaggio che si conosce oggi: con le aziende agricole sparse sul territorio. A differenza dell’Italia, in Svezia non c’era un sistema feudale.
Che vini abbineresti ai tuoi protagonisti?
Hugo, il commissario, è una persona schietta, un po’ ruvida, ma fondamentalmente buona. Sarebbe un Aglianico del Vulture: corposo, deciso, con una certa austerità. Eva, la poliziotta, sarebbe un bianco con carattere, con una buona dose di acidità e personalità. Forse uno spumante di Asprinio, fresco, tagliente, elegante.