Luca Fortis
Una realtà ancora poco accettata

I diversi saperi

In Italia la dislessia (cioè il disturbo dell'apprendimento) è un fenomeno molto diffuso eppure spesso si fa poco o nulla per accompagnare chi la subisce. Ne parliamo con la specialista Giovanna Gaeta

Nel mondo esistono molti scrittori, intellettuali e inventori dislessici. E soprattutto una enorme moltitudine di persone normali dislessiche. Eppure, malgrado nel mondo anglosassone vi sia una lunga tradizione di studi sulla dislessia, in Italia c’è ancora molta confusione riguardo ai disturbi specifici dell’apprendimento. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Giovanna Gaeta. Logopedista specializzata nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, è Segretario Nazionale dell’Associazione Italiana Dislessia. Dal 2008 opera presso l’IPM di Nisida, collabora con il Comune di Napoli per progetti di screening e supporta studenti con DSA nelle Università “L’Orientale” e “Suor Orsola Benincasa”. Relatrice e formatrice, lavora per garantire diritti e opportunità alle persone con DSA.

In Italia siamo ancora indietro sulle diagnosi?

La mia esperienza mi dice che, a Napoli, viviamo ancora un gap: da Roma in su le diagnosi sono molte, mentre a Napoli sono ancora poche. Questo significa che, in termini percentuali, il sommerso è ancora molto ampio. Le ragioni sono diverse: da una parte, non c’è ancora una formazione adeguata dei docenti — o, meglio, molti non ci credono. Ancora oggi, tanti insegnanti pensano che gli studenti “ci marcino”, che potrebbero fare di più. Un atteggiamento inammissibile, considerando che la legge esiste ormai da 15 anni. A volte, peraltro, sono gli stessi docenti a dire: “Aspettiamo a fare i test”.

C’è poca formazione?

In realtà, la formazione viene fatta, però io, come logopedista, sono obbligata alla formazione continua, mentre i docenti non lo sono. Quindi, alla fine, si formano solo gli insegnanti realmente interessati. È un po’ un gatto che si morde la coda. Leggere, per molte persone, è come respirare, e quindi è difficile immaginare che per qualcun altro possa essere complicato. A volte mi capita che perfino alcuni genitori, a cui ho fatto la diagnosi per i figli, quando propongo l’utilizzo degli audiolibri per i bambini — perché leggere lunghi testi per i ragazzi con DSA può essere molto complesso — mi rispondano: «Se non si allenano, non miglioreranno mai». È molto radicata in noi l’idea che, con l’impegno, tutto si possa superare. Ma per i DSA non funziona così. Chi ha un disturbo specifico dell’apprendimento ha un processo alterato nell’automatizzazione. Quindi possono anche allenarsi tantissimo, ma non automatizzeranno mai del tutto.

Come è la situazione nelle scuole di frontiera?

Purtroppo, in molte scuole di frontiera, alcuni docenti finiscono per accontentarsi. Pensano che, siccome i ragazzi provengono da storie complesse, sia già tanto che facciano qualcosa. Ma con questo atteggiamento spesso non si va a fondo, non si indaga se ci siano disturbi specifici dell’apprendimento né si valutano gli strumenti che potrebbero davvero aiutarli. Lo stesso vale per i ragazzi che si trovano a Nisida, il carcere minorile di Napoli, dove sono presente dal 2008 con l’AID, l’Associazione Italiana Dislessia. Lì ho fatto tante diagnosi. Alcuni ragazzi non hanno voluto saperne, ma altri, quando hanno capito che non era colpa loro e che si poteva fare meno fatica e capire di più, sono migliorati molto e hanno deciso di continuare a studiare. Non bisogna mai pensare che un ragazzo legga o scriva male solo perché proviene da una famiglia difficile: in alcuni casi si può venire da un ambiente complesso e avere un DSA.

I DSA, a volte, vedendo le situazioni da prospettive diverse, con un pensiero laterale, possono avere più facilità nell’autonomia di giudizio?

Spesso sì. Sono buoni osservatori e, vedendo le cose con occhi diversi, tendono meno a omologarsi. Del resto, penso che la società voglia renderci tutti omologati. Io sono stata una di quei genitori capaci di dire dei “no” e discutere con i figli. Oggi, invece, molti ragazzi sembrano atrofizzarsi il cervello davanti ai cellulari.

A Napoli, da sempre, i ragazzi vivono per strada. Se è vero che alcuni si perdono, soprattutto quelli con meno individualità, è anche vero che la strada ha una sua forma educativa, che ne pensa?

Probabilmente sì. Io sono cresciuta giocando per strada con gli altri bambini del condominio. Il portiere del palazzo ci teneva d’occhio, e tutti obbedivano al portiere, anche i figli dei “pezzi grossi”. A un certo punto ci diceva: “Ragazzi, è ora di salire che mamma ha fatto gli gnocchi.” Così si imparava a socializzare, da Posillipo ai Quartieri Spagnoli. Oggi, invece, i ragazzi sono pieni di impegni: corsi di ogni genere, sport, attività, ma non hanno più tempo per indagare se stessi… o semplicemente per annoiarsi.

Come si fa a non far perdere l’autostima e la curiosità per lo studio a un ragazzo con DSA?

Bisogna affidarsi a professionisti seri, a buoni tutor dell’apprendimento, che sappiano insegnargli come studiare. Non qualcuno che semplicemente fa i compiti con lui, ma qualcuno che gli insegni davvero a usare i famosi strumenti compensativi. Questo fa la differenza, perché il ragazzo si rende conto che può fare le stesse cose degli altri, senza faticare in modo eccessivo, e ottenere risultati migliori rispetto a prima. Secondo me, a volte si sbaglia pensando che questi problemi vadano affrontati esclusivamente con lo psicologo. Lo psicologo serve, certo, ma deve lavorare in sinergia con il logopedista.

Può essere utile far comprendere ai ragazzi con DSA che il vedere le cose da prospettive diverse, tipico della dislessia, può essere una risorsa e un punto di forza?

Assolutamente sì. Questo accade quasi naturalmente, quando i ragazzi smettono di essere passivi — perché spesso è proprio la società che li spinge ad esserlo. Nei contesti più agiati, ad esempio, le famiglie sono molto attente alla scelta della scuola, cercano le sezioni migliori, a volte perfino raccomandazioni per entrare in una certa classe… Però poi sulla tutor dell’apprendimento non investono. E invece, a volte, più che spendere anni in ripetizioni, sarebbe molto più utile investire anche solo un anno in qualcuno che insegni un metodo, che dia strumenti per camminare con le proprie gambe.

La scuola a volte cade nel nozionismo. Che ne pensa?

Purtroppo è vero. Spesso si cade nel nozionismo, e i ragazzi perdono il filo, non seguono più. E la cosa paradossale è che molte delle metodologie pensate per i dislessici andrebbero bene per tutti: perché insegnano che ci sono tanti modi diversi per arrivare allo stesso risultato. Ci sono però due freni principali che ostacolano la crescita di un ragazzo con DSA. Il primo sono i docenti: molti non sono abbastanza formati, e quindi non segnalano alle famiglie la necessità di fare una valutazione. Il secondo freno, paradossalmente, arriva proprio dalle famiglie: quando un insegnante segnala qualcosa, spesso si arrabbiano, credendo che si stia dicendo che il loro figlio “non è normale”. In entrambi i casi, chi ci rimette è sempre il bambino. Da logopedista ti dico: sono gli anni delle scuole elementari quelli davvero cruciali. È lì che si può intervenire in modo efficace, perché il bambino è ancora malleabile. Più si va avanti, più il bambino si costruisce delle strategie di sopravvivenza, e demolirle, più tardi, diventa molto difficile.

Chi fa le diagnosi?

Le diagnosi vengono fatte da un’équipe multidisciplinare. Prima dei 18 anni è composta da: neuropsichiatra infantile, logopedista e psicologo. Dopo i 18 anni, al posto del neuropsichiatra infantile subentra un neurologo. La diagnosi può essere fatta in una struttura pubblica o in una struttura privata accreditata dal sistema sanitario. Esistono molti strumenti per misurare le diverse forme di intelligenza. Oggi, il più utilizzato è la WISC (Wechsler Intelligence Scale for Children) — e per gli adulti, la WAIS. Questi test permettono di capire se ci sono difficoltà nella memoria di lavoro, nella velocità di elaborazione o in altre aree cognitive. È come avere un abito tagliato su misura: ti dice esattamente dove sta il punto di forza e dove, invece, serve un supporto.

Cosa fate come AID (Associazione Italiana Dislessia)?

L’AID è un’associazione nazionale con sezioni locali in ogni provincia gestite da volontari. A Napoli, ad esempio, abbiamo sportelli di ascolto nelle scuole, dove i volontari ricevono sia docenti che genitori. Gli insegnanti possono chiedere aiuto su come strutturare verifiche o interrogazioni per gli alunni con DSA, oppure vogliono capire come riconoscere i segnali di un disturbo specifico dell’apprendimento. I genitori, invece, si rivolgono a noi se sospettano che il proprio figlio possa essere DSA, oppure se ha già una diagnosi e incontrano difficoltà con la scuola o nello studio a casa.

A livello nazionale, cosa fa l’AID?

A livello nazionale ci occupiamo di vigilare affinché non solo le scuole, ma anche le università rispettino quanto previsto dalla Legge 170, che ormai ha 15 anni. Ma c’è anche tutto il tema del mondo del lavoro. Da tre anni esiste la Legge 25, che tutela le persone con DSA da discriminazioni sul posto di lavoro. Purtroppo molte aziende non ne sono ancora a conoscenza, mentre altre iniziano a chiederci supporto. Ad esempio, la legge prevede che anche i siti internet debbano essere accessibili non solo alle persone con disabilità, ma anche a chi ha un DSA. Ultimamente sia il Corriere della Sera che Il Sole 24 Ore ci hanno chiesto consulenza per rendere i loro siti DSA friendly. E la verità è che rendere un sito più accessibile ai DSA, lo rende più fruibile per tutti.

Ci sono aziende che discriminano i DSA?

Assolutamente sì, anche aziende pubbliche. Riceviamo moltissime segnalazioni da persone che ci raccontano di essere state escluse da selezioni, nonostante avessero superato tutte le prove, solo dopo aver dichiarato di essere DSA. Ci viene segnalato spesso che Trenitalia non assume persone con DSA. Abbiamo chiesto spiegazioni pubblicamente, ma le risposte ricevute sono state poco chiare: ci dicono che sono le società appaltatrici delle selezioni a fare queste scelte. Altre segnalazioni riguardano le forze dell’ordine, che sembrerebbero escludere candidati dislessici. Se fosse vero, sarebbe assurdo, se si pensa che i servizi segreti inglesi, per esempio, ricercano i dislessici proprio per la loro capacità di vedere le cose da prospettive diverse, qualità preziosissima per chi lavora come analista.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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