Michela Di Renzo
Storia di un "incidente”

I cocomeri

«“Ma te che ci fai qui?” gli urla una donna, vestita anche lei di azzurro, una mezza strega con i capelli unti e due occhiali spessi come fondi di bicchiere. “Portatelo via”, dice...»

Il corridoio, illuminato a giorno, termina con una porta a soffietto, con attaccato un cartello, grosso come una casa, che dice: “Accesso riservato al personale”. Luigi, detto Gigio, è lì davanti, indeciso sul da farsi. A scuola, durante l’ora di ginnastica, ha preso una storta alla caviglia e l’insegnante ha telefonato subito a sua madre, insistendo perché lo portasse in ospedale. L’assicurazione, la responsabilità della scuola, il certificato di malattia, insomma un sacco di storie. Anche se a lui la caviglia non fa poi così male.

Comunque l’ortopedico non si è ancora fatto vedere e lui ha aspettato più di mezz’ora davanti a una porta chiusa. Ora però di aspettare non ha più voglia, perché la mamma lo ha lasciato solo: ha ricevuto una telefonata e si è allontanata per rispondere. “Una telefonata di lavoro”, ha detto. Ma lui non ci crede. Gigio ha solo undici anni, ma sa che quando sono telefonate di lavoro, non c’è motivo di allontanarsi. E poi la voce di sua madre era troppo allegra, mentre diceva: “Pronto”. È lui che chiama, l’amico della mamma. È per colpa sua che ora il babbo dorme dalla nonna, anche se quando Gigio chiede alla mamma come mai, lei risponde che col babbo non vanno più d’accordo. La mamma è una bella bugiarda, ecco cos’è.

Gigio si gira per tornare seduto davanti alla porta, quando incrocia un uomo alto e grosso vestito di bianco. È lo stesso uomo che lo ha accompagnato dall’ortopedico. Gigio lo riconosce perché ha un barbone nero che gliel’ha reso subito antipatico. E poi raccontava qualcosa di buffo alla mamma, mentre stavano camminando, qualcosa che la faceva ridere. Una cosa che capita spesso, perché agli uomini piace far ridere la mamma. La fa ridere anche quello che le telefona. E a Gigio questi uomini stanno antipatici, come stavano antipatici al babbo.

All’improvviso si sente il rumore delle due ante a soffietto che si aprono. Gigio si volta di scatto e vede una luce rossa che lampeggia sulla parete, mentre l’uomo alto e grosso entra nel Pronto Soccorso. Quella luce deve essere il sensore che ha sentito un movimento e ha fatto scattare l’apertura, perché è stato tutto molto veloce. Gigio prova ad avvicinarsi di nuovo alla porta, ma quella non si apre. Allora alza le braccia e fa ciao con le mani, finché le due ante a soffietto si schiudono. “Senti che cervelloni questi del Pronto Soccorso”, pensa mentre si insinua dentro, “meno male l’ingresso era riservato solo al personale. Qua invece entrano tutti”.

Gigio si trova davanti un corridoio bello largo, che termina in uno stanzone enorme, grande quanto l’entrone da dove escono i cavalli per il Palio. Però qui non ci sono i cavalli ma tanti computer, davanti a dei banconi, come quelli del Nannini dove la mamma lo porta la domenica mattina a fare colazione, alcuni più alti, altri più bassi. Solo che l’entrone è completamente deserto. Gigio svolta l’angolo, camminando piano piano per non fare rumore, perché è chiaro che non dovrebbe essere qui, ma non è mica colpa sua, è colpa della porta a soffietto. Dopo pochi passi arriva davanti a una stanza piena di gente. Ecco dove sono finiti tutti. Intorno a una ragazza completamente nuda, sdraiata sopra un lettino. Gigio vede le sue pocce, belle ritte, grosse come due cocomeri. Un giovane vestito di azzurro si china sulla sua mano e le dà dei piccoli colpi. Gigio fissa quella mano, che ha le unghie laccate di un rosso acceso. Il giovane prende un ago e buca piano piano la pelle della ragazza. Un uomo con i capelli striati di bianco e un paio di baffoni le apre le gambe. Ha un tubo sottile di plastica in mano e glielo infila tra le cosce. Gigio fissa i peli della ragazza, quelli alla radice delle gambe, che sono scuri come la pece, come sono scuri i suoi capelli lunghi e ondulati che ricadono dalla testa lungo la barella. Il bambino continua a fissarli, mentre le mani dell’uomo armeggiano intorno ai peli e le due pocce grosse come cocomeri ballonzolano a destra e a manca.

È allora che Gigio sente qualcosa di strano tra le mutandine, qualcosa che gli si gonfia all’improvviso ma che non gli fa male, anzi tutt’altro, e istintivamente allunga la mano destra per allontanare il cavallo dei pantaloni, che ora gli stringono.

“Ma te che ci fai qui?” gli urla una donna, vestita anche lei di azzurro, una mezza strega con i capelli unti e due occhiali spessi come fondi di bicchiere. “Portatelo via”, dice mentre la mano di Gigio molla i pantaloni che ora non gli tirano più. Anche perché nel frattempo si è accorto che i capelli della ragazza non sono attaccati proprio alla testa, ma stanno appiccicati a un pezzo di pelle, un pezzo di pelle che è staccato dal capo. Staccato come fosse uno scalpo, uno scalpo degli indiani, quelli del libro di storia. “Non guardare”, fa la mezza strega mettendogli una mano davanti agli occhi. Ma Gigio continua a tenere gli occhi aperti e anzi si sporge da dietro alla mano, perché vuole capire se ha visto bene, se davvero i capelli sono staccati, ma la mezza strega segue il suo movimento e lui riesce a intravedere solo le due pocce, grosse come cocomeri. La patta dei pantaloni gli si gonfia di nuovo, mentre si sente prendere per una spalla e trascinare via.

Gigio si ritrova in sala d’attesa, quella dove è arrivato almeno un’ora fa. “Ma la tua mamma dove è finita?” gli chiede il solito uomo con il barbone, quello che prima aveva fatto ridere sua madre. “Mi sono perso”, risponde Gigio e vorrebbe spiegargli che la mamma ha ricevuto una telefonata di lavoro, o meglio non proprio di lavoro e si è allontanata per questo. E che la mamma è una bugiarda. Ma non fa in tempo, perché dalla porta esce la mezza strega, quella coi capelli unti, e dice: “Chi sono i genitori di Bianchini?”. “Sono io”, fa una donna correndo trafelata verso di lei.

“La Bianchini è quella ragazza? Quella sdraiata con…?” chiede Gigio che vorrebbe descrivere quello che ha visto, mimando con le mani due grossi cocomeri, però non ne ha il coraggio.  “Sì è lei, ma non ci pensare”, fa l’uomo con il barbone. “Ora cerchiamo tua madre”. “Mi scappa la pipì”, dice Gigio, e si dirige verso il bagno, perché è un bambino sveglio e ha visto subito la scritta “toilette” in sala d’attesa. Anche se non è vero che gli scappa la pipì, ha bisogno del bagno perché tra le cosce avverte una sensazione strana, una specie di prurito, ma proprio prurito non è, è qualcosa di più forte, per cui sente l’istinto di sfregarsi. È  quello che fa appena entra e si abbassa la cerniera dei pantaloncini, senza chiudere a chiave la porta del bagno, perché la mamma non vuole, anche se lei lo fa sempre quando riceve le telefonate di lavoro. Gigio si sta prendendo in mano il pisellino che si è gonfiato come una salsiccia, quando sente una voce femminile alle sue spalle: “Ecco dove eri finito”. Si gira con ancora la salsiccia nella mano, mentre la mamma lo fulmina con lo sguardo. “Ma che stai facendo? Tirati subito su quella cerniera”, gli dice, allungandogli una manata, e la salsiccia diventa un lombrico nel palmo della sua mano. Quando esce dal bagno Gigio ha il viso arrossato, di vergogna, perché ha capito che certe cose vanno fatte con la porta chiusa a chiave. Ma anche la mamma è rossa in faccia come un peperone. “Povero bambino è rimasto sconvolto da quello che ha visto”, fa l’uomo con il barbone, andandole incontro. “Sconvolto, davvero”, replica la mamma, ma lo fa abbassando gli occhi, come quando dice che quelle telefonate sono telefonate di lavoro. “Qua purtroppo capita spesso, questo non è un lavoro per tutti”, continua l’uomo. E si avvicina alla mamma, con fare sornione, e con due occhi neri come la pece indugia sulle sue pocce, che non sono grosse come quelle della Bianchini, ma sono belle ritte e puntano verso di lui. Gigio guarda i suoi pantaloni, per vedere se per caso anche all’uomo ora tirano nel punto del cavallo, ma la parte sopra della divisa è troppo lunga per accorgersene. Una buona idea, pensa, mentre si tira fuori la maglietta dai pantaloncini, anche se nel suo caso è troppo corta e il trucco non funziona.

“A me questo lavoro non dispiacerebbe”, fa Gigio ripensando alla ragazza tutta nuda, ai peli scuri alla radice delle cosce, ai due cocomeri che ballonzolano, mentre scaccia via l’immagine dello scalpo, perché ha visto male di sicuro. L’uomo vestito di bianco gli sorride, con uno sguardo di intesa. “Hai tempo per pensarci, ragazzino”. Gigio annuisce e si incammina da solo verso l’ambulatorio di ortopedia, perché la mamma non veda che i pantaloncini gli tirano di nuovo, sempre in quel punto. Poi si gira e guarda meglio l’uomo con la barba, che ora sta parlando con un’altra donna in sala d’attesa. E fa ridere anche lei, come faceva ridere la mamma. Forse non è tanto antipatico come gli sembrava all’inizio.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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