Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Vita da Unicorni

“Unicorni”, il nuovo film di Michela Andreozzi, parlando di bambini e di generi affronta un tema tanto attuale quanto delicato: in che misura ognuno di noi riesce a essere sé stesso?

«In ogni famiglia c’è un membro che orienta il clima emotivo di tutti gli altri». La frase che Michela Murgia scrisse nel suo romanzo Chirù scorre nascosta nei titoli di coda. Ma è proprio in questa frase che sta il senso di Unicorni, la nuova pellicola di Michela Andreozzi, conduttrice, attrice, sceneggiatrice e regista, che ha appena inaugurato il Giffoni Film Festival 2025.

Non siamo dalle parti di Tomboy (“Maschiaccio”), il film della francese Céline Sciamma che nel 2011 affrontò, con grande sensibilità e senza scorciatoie, la questione dei giovanissimi che già in età pre-adolescenziale non accettano di essere identificati col sesso di nascita. Unicorni ci racconta la cosiddetta varianza di genere scegliendo invece un registro più leggero, favolistico fin dal titolo, con dialoghi e ritmo da fiction tv, uno stile didattico che piacerà al grande pubblico e con il prevedibile lieto fine che tutti accoglie e rassicura. Ma questo non significa che sia un film banale.

L’unicorno, com’è noto, è quella creatura favolosa col corpo di cavallo e un solo corno al centro della fronte, dotata secondo le leggende di poteri taumaturgici e ampiamente presente in letteratura, da Murakami fino alla saga di Harry Potter. Lady Gaga ha un unicorno tatuato sulla coscia perché oggi è un meme tra i più diffusi della comunità lgbt+. Ed è proprio per questa valenza che la pellicola si intitola così. Protagonista è Blu (l’esordiente Daniele Scardini), nato maschio ma già deciso a scardinare gli stereotipi dell’identità sessuale, lo incontriamo a nove anni quando adora vestirsi da femmina (ma può farlo solo in casa) e nella recita di scuola vuole essere a tutti i costi la Sirenetta. Sarà questo desiderio a far saltare gli equilibri precari di ciò che è permesso fuori dalle mura domestiche e ciò che non lo è.

La dolcezza del bambino e la chiarezza con cui comunica agli adulti una scelta per lui già compiuta sono disarmanti: “Io voglio essere… io”, dice semplicemente a papà Lucio (Edoardo Pesce), conduttore radiofonico ottimista e di sinistra, in ansia per quel figlio vulnerabile che lui vuole proteggere dall’incomprensione e dall’ostilità del mondo. Incomprensione incarnata dal suo amico Stefano (il sempre bravo Lino Musella) che rappresenta il polo dialettico opposto a Lucio e a sua moglie Elena (Valentina Lodovini) e spara sentenze tipo “questi ragazzi vengono su confusi”, “la famiglia è in via di estinzione”, “dovremmo organizzare qualcosa coi ragazzi, ogni tanto serve una bella adunata di testosteroni!”. Non si tratta di una schematizzazione eccessiva: la sceneggiatura sulla quale la regista ha lavorato per ben sette anni racconta purtroppo il mainstream di un paese, il nostro, su una questione molto delicata.

Per tentare di risolvere il dilemma tra lasciare che il figlio esprima se stesso o cedere alla prepotenza del giudizio altrui, Lucio ed Elena entrano nel gruppo dei Genitori Unicorni dove, attraverso il confronto guidato dalla psicologa interpretata dalla stessa regista, si rivela ben presto l’ipocrisia inconsapevole degli adulti, anche di quelli più aperti, verso i bambini che esplorano senza pregiudizi i confini della propria identità sessuale. Le scene che riguardano il gruppo sono certamente un valore aggiunto originale della pellicola, anche se la sceneggiatura concede forse troppo spazio ai momenti “strappalacrime” (quando arrivano i monologhi dei genitori che dicono ai figli ciò non hanno mai detto).

«Nel mondo del cinema italiano e nel nostro paese nessuno sembra voler affrontare il tema della varianza di genere», ha dichiarato la regista. «Con questo film volevo che questi bambini avessero una voce, soprattutto in un momento storico in cui le persone non binarie sono spesso rifiutate e messe in pericolo».

Finalmente felice nel costume della Sirenetta, Blu ride e balla coi suoi capelli lunghissimi e fluttuanti da cui spuntano le orecchie da piccolo elfo e allo spettatore non resta che arrendersi. Unicorni pone alcune domande: non ai bambini che spesso hanno idee molto più chiare degli adulti, ma a noi che li guardiamo e continuiamo a chiederci, anche ora che siamo grandi da un pezzo, fino a che punto ci siamo concessi di essere davvero noi stessi.

Facebooktwitterlinkedin