Diario di una spettatrice
Vacanze in Palestina
"Happy Holidays“ del regista Scandar Copti racconta una quotidianità e una convivenza impossibili tra israeliani e palestinesi. Anche prima che tutto precipitasse il 7 ottobre
C’è la storia con la esse maiuscola, quella che vediamo tutti i giorni in televisione e che segna le nostre vite in questi tempi bui. E c’è la storia quotidiana delle vite degli altri che non conosciamo. Talvolta succede che quelle storie minime spieghino le ragioni profonde di un’epoca meglio degli analisti politici e degli stessi storici. Haifa, 2022, un anno prima che tutto precipiti. I protagonisti sono israeliani, alcuni ebrei e alcuni arabi. Due popoli che coabitano nella stessa terra in una quotidianità apparentemente normale, hanno la stessa nazionalità e sono stati educati con gli stessi valori. Eppure, nonostante questo, ci sono tra loro barriere insormontabili, limiti invalicabili, quei non-si-può che forse spiegano le ragioni profonde che stanno dietro l’immane tragedia che si sta consumando in Cisgiordania e a Gaza.
Il film è arrivato nelle nostre sale con un titolo in inglese dichiaratamente ironico: Happy Holidays, buone vacanze. Il titolo originale in arabo significa letteralmente “Possa questo ripetersi per te” e contiene il senso di una storia di reciprocità, di intrecci che legano una famiglia arabo israeliana a una famiglia ebrea. A spiegarlo è lo stesso regista Scandar Copti, palestinese con cittadinanza israeliana, che questo film l’ha scritto, diretto e montato: in un breve preambolo che precede la proiezione, racconta al pubblico che nella pellicola non ci sono attori professionisti ma solo persone che recitano se stesse e il mestiere che realmente fanno (il medico è un vero medico, l’agente immobiliare è un vero agente e così via) e che le riprese sono avvenute prima del fatidico 7 ottobre 2023. E aggiunge che in quelle storie apparentemente minime lo spettatore potrà intuire le radici nascoste di ciò che divide irrimediabilmente la società israeliana, le barriere culturali insormontabili che rendono impossibile progettare un futuro diverso per tutti, arabi ed ebrei.
Siamo dunque ad Haifa, secondo porto mediterraneo di Israele, maggioranza ebraica e grossa minoranza araba palestinese. Rami, che è arabo, è fidanzato segretamente con l’hostess ebrea Shirley. Quando lei scopre di essere incinta, lui le chiede di abortire perché per loro non è immaginabile un futuro insieme, lei si rifiuta, il bambino lo avrà anche da sola. Alla fine non andrà così, sarà proprio sua madre a ingannare Shirley e a impedirle di averlo, una famiglia col padre palestinese e la madre ebrea non è ammissibile. Come non è ammissibile che una ragazza ebrea rifiuti la leva obbligatoria: Miri, la sorella di Shirley, sarà costretta dalla stessa madre ad arruolarsi anche se mostra tutti i sintomi della depressione.
E come giudicare Frida detta Fifi, la sorella minore di Rami, che finisce in ospedale dopo un incidente d’auto da cui i suoi vogliono trarre profitto incassando l’assicurazione mentre invece gli esami rivelano la vita che lei conduce a Gerusalemme, fuori dalle regole imposte dalla famiglia? Per sua madre è la vergogna suprema, il fidanzato medico Walid la ripudia alla vigilia del matrimonio combinato. Nel frattempo la famiglia farà i conti con ben altro scandalo di natura finanziaria che li condanna a perdere il loro status sociale.
La cultura patriarcale condivisa da arabi ed ebrei e le regole ferree imposte alle donne in entrambe le comunità, si intrecciano con l’indottrinamento cui sono sottoposti i bambini ebrei fin dall’asilo. L’esaltazione dell’esercito israeliano è parte integrante dell’insegnamento delle maestre e lo mostrano le scene girate tra i piccoli nella scuola dove Fifi è una supplente: Dio, Netanyahu e l’IDF sono la trinità che difende la sopravvivenza di Israele.
Happy Holidays è costruito a capitoli e la sceneggiatura, che è la vera forza della pellicola, ha una struttura stratificata che offre diversi punti di vista della stessa situazione, suggerendo allo spettatore la riflessione di fondo che il regista si propone: quanto cioè sia complicata e piena di blocchi la coesistenza di arabi ed ebrei perfino quando hanno la stessa nazionalità, figurarsi quando non ce l’hanno. E al centro di tutto sono le donne arabe ed ebree che non possono decidere delle loro vite, delle loro gravidanze, dei loro rapporti sessuali, costrette a fare i conti con le regole imposte dalle famiglie e con i giudizi espressi di tutti. La bravura sorprendente del cast di non professionisti rende credibile ogni situazione, travolgente l’interpretazione della giovane Manar Shehab nei panni della sensuale Fifi.
Il film è stato premiato meritatamente per la migliore sceneggiatura nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia 2024 (la stessa sezione che ha premiato Francesco Gheghi come miglior attore per il film Familia).
Happy Holidays è una pellicola che per struttura e stile evoca il grande cinema iraniano, quello de Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof, quello di Jafar Panahi. Un film necessario, soprattutto in questi tempi bui.