Una storia di libertà ritrovata
Una rondine
«Accarezzavo il suo dorso scoprendo la durezza delle penne. Le davo baci leggeri sul piccolo capo che sentivo fragile, morbido. Rimaneva ferma, attenta...»
Patrizia Mencarani, l’autrice di questo racconto, ha frequentato la scuola di scrittura di Andrea Carraro, Filippo La Porta e Sebastiano Nata. È nata e vive a Roma. Ha pubblicato libri di versi e libri illustrati per bambini.
* * *
Avere tra le mani una rondine e come avere tra le mani un’emozione.
Quando la vidi tra i fili d’erba del prato di casa, immobile in terra, ferita, fu un colpo al cuore. Era bellissima! Di una bellezza inimmaginabile ai nostri consueti avvistamenti, lontani e imprecisi,di vaghi zampilli neri che disegnano, frenetici, i cieli della bella stagione.
Il blu scuro lucente del dorso mi ricordava le sete nei dipinti di Vermeer; sotto il becco e ai lati del collo una macchia rossa era un papavero sul bianco del petto, candido come un giglio. Un’ opera d’arte. Avevo tra le mani un piccolo tesoro.
Con delicatezza la posi in una scatola di cartone che chiusi nella mia camera come a proteggere un gioiello in cassaforte.
Una rondine è una rondine. Incanta. È lontananza. E’ mistero. Azzarda altezze smisurate. Rapisce il suo vorticare inquieto dall’alto al basso, lo slancio audace sempre più su, per oltrepassare chissà quale limite, per poi ridiscendere, planare.
Il suo volare ansioso ci è incomprensibile. Il garrito, uno stridio a volte allegro a volte cupamente tragico. La rondine parla con il cielo.
Un linguaggio sconosciuto a noi spettatori della volta azzurra.
Dovevo salvarla. Cibo acqua e tutto ciò che serve per sopravvivere e lei stava buona. Mangiava, beveva e dormiva.
Voleva vivere.
Accarezzavo il suo dorso scoprendo la durezza delle penne. Le davo baci leggeri sul piccolo capo che sentivo fragile, morbido. Rimaneva ferma, attenta. La posavo sul petto e afferrava la maglia con le sue zampe corte e forti, in verticale rispetto alla mia spalla, come quando la scorgiamo in città aggrappata ai fili o alle pareti degli edifici. Emetteva un sibilo flebile, dolce, forse un modo per esprimere una qualche corrispondenza.
Girava la testa a scatti da un lato all’altro. Gli occhi, due spilli neri, mi fissavano quando la tenevo tra le mani. Sfiorava il mio collo con il suo becco che apriva per suggerirmi che aveva sete o fame, pigolava … dettagli minimi che mi regalavano una condivisione, mi facevano vivere frammenti della sua esistenza, del suo essere.
Mi lasciava fare. E giorno dopo giorno eravamo sempre più vicine.
Un’ emozione. Una rondine è aria, è cielo. È un essere speciale.
Trascorsi alcuni mesi, alla fine dell’estate era guarita. Il momento della separazione. La portai su una leggera altura affacciata su una grande valle. L’ accarezzai e la lanciai verso l’alto, nel vuoto, mentre tutto il mio corpo ebbe un sussulto.
La rondine allargò le ali e volò. Io con lei.
Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.