Letterature diverse
La lingua dell’ascolto
Incontro con il poeta congolese Patrick Mudekereza: «La gente possiede una sapienza profonda, che però emerge solo quando viene davvero ascoltata, quando le si dà spazio e la si mette in dialogo con artisti e intellettuali»
Nell’ambito degli appuntamenti dedicati alla letteratura dei paesi africani, in collaborazione con i professori di africanistica dell’Università Orientale di Napoli, nel mese di luglio abbiamo intervistato il curatore d’arte contemporanea e poeta congolese Patrick Mudekereza. Nato a Lubumbashi nel 1983, è direttore del centro d’arte WAZA, situato nel cuore della città. Patrick ha iniziato a scrivere da adolescente, componendo le sue prime poesie e brevi testi. Nonostante questi primi scritti, ha sempre percepito la scrittura principalmente come un esercizio affiancato alle pratiche artistiche. L’intervista è nata da un dialogo tra Mudekereza, i professori dell’Università Orientale — Flavia Aiello, docente di Lingua e Letteratura Swahili, e Roberto Gaudioso, docente di Lingue Bantu e di Letteratura Swahili — e chi scrive.
Mi parla del suo rapporto con le differenti lingue che si parlano a Lubumbashi, nella Repubblica democratica del Congo?
La mia famiglia è stata centrale nel mio rapporto con le lingue. Mio padre era un antropologo molto interessato alle lingue parlate nella regione. Fin da piccoli, a casa parlavamo sia swahili che francese, ma lo swahili che usavamo in famiglia era quello della regione del Kivu. Mio padre arrivò a Lubumbashi alla fine degli anni ’60 per studiare all’università e portò qui anche mia madre.
La mia famiglia proviene da Bukavu, nella regione del Kivu, nell’est del Paese, al confine con il Ruanda, sul lago Kivu. Lo swahili parlato lì è diverso da quello che si parla a Lubumbashi. Quindi, di fatto, in casa parlavamo – oltre al francese – due varietà diverse di swahili.
Crescendo, sia per interessi musicali che per motivi di studio, e grazie alla televisione, sono diventato familiare anche con l’inglese.
Mio padre svolgeva ricerche sulla cultura orale dei Bashi, nel sud del Kivu, a casa aveva una libreria molto fornita. Questo binomio mi ha permesso di fare mia sia la tradizione orale delle nostre regioni, sia l’amore per i libri e la scrittura.
Ha avuto da subito una passione per le lettere?
I miei insegnanti volevano che scegliessi l’indirizzo letterario per la scuola secondaria, ma all’epoca si pensava che le persone più intelligenti dovessero andare allo scientifico, così decisi di iscrivermi allo scientifico. In seguito ho frequentato il politecnico, ma nel frattempo, oltre a scrivere poesie, mi sono avvicinato all’arte contemporanea.
Ho cominciato a collaborare con artisti contemporanei, scrivendo testi e organizzando progetti artistici con diversi collettivi. Col tempo, questa è diventata la mia attività principale, e ho lasciato il politecnico per dedicarmi completamente al lavoro culturale. Oggi scrivo progetti artistici e lavoro come manager culturale.
Lo faccio ormai da più di vent’anni. Anche se, ogni due anni circa, partecipo a residenze artistiche per scrivere poesie e altri testi. È importante per me, perché ho bisogno di nutrire anche la mia parte creativa. Amo scrivere, concentrandomi sulle parole: per me le parole sono centrali. Scrivo frammenti di testi, poesie, piccole storie.
Mi parla del suo lavoro al WAZA?
Il mio lavoro consiste nell’unire gli artisti e creare spazi in cui possano dialogare tra loro e con le persone e il contesto circostante. Il centro WAZA è esattamente questo: un luogo di confronto tra intellettuali e persone che non lavorano necessariamente nel mondo dell’arte. È aperto a tutti. Per noi è fondamentale non isolare la scena artistica dal resto della società. Non vogliamo chiuderci nella nostra bolla.
Crediamo sia importante che l’arte si apra al sentire collettivo, alla vita delle persone. Per esempio, a Documenta Quindici, nel 2022, WAZA ha presentato una piattaforma di esperienze curatoriali ispirate alle pratiche dei beni comuni studiate nel sud-est del Congo. Più di venti operatori culturali hanno assunto il ruolo di kirata, un termine locale per “curatore”, per rivendicare il diritto di costruire un proprio discorso sulle pratiche artistiche, ma anche per prendere le distanze dai metodi estrattivi degli scambi internazionali egemonici.
Durante i cento giorni della mostra a Kassel, WAZA ha presentato una collaborazione con le fonderie di Walemba, nella cintura del rame congolese, ha organizzato discussioni con la comunità di Kalera — intrappolata tra una riserva naturale e un progetto di diga idroelettrica — e ha esposto gli archivi della collezione Verbeek-Mwewa, che documentano le sensibilità artistiche delle classi lavoratrici di Lubumbashi negli ultimi cinquant’anni.
Questa tripla installazione ha rappresentato una sintesi del processo Kirata, da cui ha preso vita Baraza, un programma pubblico che promuove l’emancipazione culturale attraverso la produzione artistica.
Attualmente sta portando avanti un progetto di dottorato molto interessante. Me ne parla?
Attualmente sto svolgendo un dottorato di ricerca sugli oggetti sacri dei Tabwa, una comunità che vive nel sud del lago Tanganica. Molti dei loro amuleti e oggetti rituali si trovano oggi sparsi in musei e collezioni di Stati Uniti, Belgio, Germania, Svezia e altri Paesi. Il modo in cui questi oggetti sono stati prelevati è spesso legato a episodi di violenza documentata.
A questo va aggiunto il trauma del fatto che questi oggetti non siano più presenti nelle comunità di origine. Con il mio lavoro sto cercando, insieme ad artisti e membri delle comunità locali, di capire in che modo questi oggetti possano tornare ad avere un ruolo sociale oggi, anche se a distanza. Ci chiediamo che nuovi significati possano assumere nella società contemporanea, e utilizziamo interventi artistici come strumenti per attivare discussioni, generare nuove domande, stimolare immaginazione e possibilità.
Stiamo anche riflettendo su come e dove questi oggetti potrebbero essere accolti e conservati nel caso venissero restituiti. Su quale potrebbe essere il loro posto all’interno di comunità che oggi sono in gran parte cristiane, ma che mantengono ancora elementi delle tradizioni locali.
Per esempio, le danze rituali sono ancora vive, ma i tamburi più belli — quelli più riccamente decorati, più antichi — si trovano oggi nei musei europei. Anche se molte persone non conoscono più il significato originario di questi oggetti, stiamo cercando di comprendere quali nuovi significati possano emergere, al di là di una semplice musealizzazione o della loro lettura puramente estetica o artistica.
Che reazioni hanno le persone?
Ci sono molte opinioni, spesso molto diverse tra loro. Ma una delle cose che ho imparato è che le riflessioni più interessanti arrivano spesso dalle persone più semplici, da chi ha meno contatti con la “bolla” artistica.
La gente possiede una sapienza profonda, che però emerge solo quando viene davvero ascoltata, quando le si dà spazio e la si mette in dialogo con artisti e intellettuali. È in questi incontri che nascono intuizioni sorprendenti, prospettive nuove, domande che altrimenti non sarebbero emerse.
Che lingue usate in questi dibattiti?
A Lubumbashi usiamo principalmente lo swahili e il francese, mentre all’estero l’inglese. Un tempo, nel lavoro curatoriale a Lubumbashi, si utilizzava quasi esclusivamente il francese, ma oggi lo swahili viene usato sempre di più.
Le persone sentono il bisogno di esprimersi in una lingua che percepiscono come più vicina, più propria. E lo swahili offre questa possibilità. È una lingua capace di veicolare anche concetti complessi: si possono scrivere testi formali e seri anche in swahili.
Ci sono molte gallerie a Lubumbashi e nella Repubblica democratica del Congo?
Nella Repubblica democratica del Congo c’è una scena artistica molto dinamica, con numerose gallerie e collettivi attivi. La scena principale si trova a Kinshasa, ma anche Lubumbashi è molto vivace, con molti centri d’arte. Per l’arte contemporanea, Lubumbashi è la seconda città più importante dopo la capitale.
C’è un museo pubblico molto aperto alle collaborazioni, oltre al Centro Culturale Francese e a quello Belga. Inoltre, ci sono molte gallerie private e centri come il nostro, che lavorano non solo per l’arte contemporanea, ma anche per la musica e la scrittura.
Se un artista ha un progetto, oggi ha una vasta scelta di spazi e gallerie a cui proporlo, cosa che non era possibile quando ho iniziato vent’anni fa.
La sua famiglia è originaria del Kivu, come vive la crisi con il Ruanda?
Sono trent’anni che la guerra va avanti, come un fiume carsico: a volte diminuisce di intensità o sembra sparire, in altre occasioni riappare. Oggi però la situazione è molto più complessa, soprattutto a causa del caos a livello internazionale.
La legittimità è chiaramente dalla parte del governo centrale, ma i ribelli filo-Ruanda hanno ancora un peso significativo e nessuno sembra vincere davvero. In più, c’è Trump, e si capisce che la guerra è principalmente per il controllo delle risorse.
Sono sempre molto preoccupato, avendo la famiglia lì, compreso mio fratello. In passato, USAID (United States Agency for International Development) finanziava molti programmi, visto che lo Stato non riusciva. Ora però hanno sospeso quei programmi e li hanno sostituiti con un accordo per la vendita di terre rare.
Resta da vedere se i guadagni di queste risorse andranno davvero alla popolazione comune, alle scuole e allo stato sociale — tutti servizi che normalmente dovrebbe garantire lo Stato, ma che finora erano finanziati proprio da USAID, vista la situazione particolare della regione.
Quando ha iniziato a scrivere poesie?
Ho iniziato a scrivere poesie quando avevo nove anni. Scrissi una poesia che tenni solo per me, ma mia sorella la scoprì e la mostrò ai miei genitori. Sono sempre stato timido, perché scrivendo di cose che mi riguardano molto profondamente, sento che gli altri potrebbero scoprire i miei lati più vulnerabili e in qualche modo guadagnare potere su di me.
Mi parla della sua poesia e dell’ascolto?
Scrivere poesie non significa ascoltare solo se stessi, ma anche gli altri. Ascolto moltissima musica e sono sempre immerso nei suoni. Sono molto ispirato dalla Zanga Zanga, le marce funebri in cui i giovani seguono il corteo camminando velocemente, cantando e parlando.
Zanga Zanga è una canzone in cui si può dire quello che si vuole: un momento in cui si possono esprimere tutte quelle cose che normalmente è vietato dire. È uno spazio di libertà che ispira profondamente la mia poesia.
Commemorare la memoria di qualcuno appena scomparso, nella nostra cultura, offre la possibilità di essere liberi. Non si tratta solo di una libertà personale, ma collettiva.
Scrive in varie lingue: francese, swahili nelle sue diverse forme regionali e altre lingue locali. Me ne parla?
Le lingue sono strettamente legate ai miei ricordi: ricordo momenti importanti della mia vita associati a lingue diverse. Così, parlo con persone diverse usando lingue diverse.
In famiglia diciamo, con un certo senso dell’umorismo, che se mi innervosisco parlo francese, ma se sono davvero arrabbiato per una situazione seria, allora parlo in swahili. In quel momento, significa che bisogna davvero sedersi e affrontare il problema.
Nella sua poesia il corpo e la corporalità sono centrali, me ne parla?
Nella nostra cultura oggi il corpo è spesso un tabù, anche se non lo era nella tradizione. Però allo stesso tempo il corpo è esuberanza, danza, amore, erotismo.
Per me il corpo rappresenta un continuo tira e molla tra il tabù e l’esuberanza, è il rapporto tra il mio corpo e quello degli altri.
Scrive spesso anche di funzioni del corpo molto intime, naturali, o che spesso non vengono messe al centro di una poesia. Sono anch’esse parti fondamentali della vita?
È sempre una questione di coprire o scoprire, sia fisicamente che umanamente. Non sai se puoi mostrare o non mostrare, né a chi puoi mostrare.
Nella poesia, la sfida è tirar fuori da te le emozioni, senza poi preoccuparti di chi le leggerà, perché su questo non si ha più controllo.
Bisogna farlo, quasi corporalmente, e poi lasciar andare: chi leggerà la poesia e quali percorsi intraprenderà, non dipende più da noi.
Possiamo leggere una sua poesia?
Pima tuyambe!
Tuende ngambo ingine ya mulima
Kule mecho na kinywa inaimba
Shangwe ya uhuru
Leta tuondje!
Anika ngozi fasi yote
Tukigusa, tugusane
Tukiona, tuonane
Tukikula, tushibane
Panda tukomeshe!
Tupandane!
Tuoteshe yetu shirika
Ukitema jacho, nileye mikoyo
Ukikula yangu tunda, nilewe yako majiba
Hara, tuyambe
Tusafishe ndani mwetu
Yamba mawazo ya uchungu
Kumbusho ya vita
Hara, tujaze raha
Muda ilobanishe milele.
Osa, e andiamo a cagare!
Andiamo dall’altro lato della montagna
Là gli occhi e la bocca cantano
La festa della libertà
Porta, assaggiamo!
Stendi la stuoia qui dappertutto
Se tocchiamo, tocchiamoci
Se guardiamo, guardiamoci
Se mangiamo, saziamoci
Semina, facciamolo crescere!
Seminiamoci a vicenda!
Che germogli la nostra relazione
Se sputi sudore, mi occupo del piscio
Se mangi il mio frutto, m’inebrio del tuo latte
Purgati, andiamo a cagare
Ripuliamo il nostro interno
Caga i pensieri dolorosi
Il ricordo della guerra
Purgati, riempiamoci di piacere
Che questo tempo si bagni per l’eternità.
(traduzione Aiello & Gaudioso)