Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Munir, lo Yunan

Il regista siriano Ameer Fakher Eldin ha girato un film bello e poetico, "Yunan", sul senso eterno dell'esilio: in fondo siamo tutti esuli... Come dimostra la storia di Munir e Hanna Schygulla

Chi è Yunan e perché la sua storia ci riguarda? Yunan non è un nome proprio, in arabo significa greco e per estensione occidentale, indica colui che vive altrove, lontano dalla patria, l’esule. Il protagonista del film che ha questo titolo, scritto e diretto dal regista e sceneggiatore siriano Ameer Fakher Eldin e passato quest’anno in concorso alla Berlinale, si chiama Munir (lo interpreta intensamente l’attore libanese Georges Khabbaz) e in lui si intravede una proiezione dello stesso regista: Munir è uno scrittore che vive in Germania lontano dalla sua terra in cui non può tornare e l’unico contatto con la famiglia avviene attraverso le videochiamate alla sorella che vive con la madre affetta da Alzheimer. La nostalgia che Munir manifesta in queste telefonate è struggente: continua a chiedere alla madre (che non può riconoscerlo) di ripetergli la fiaba del pastore che gli raccontava da bambino.

C’era una volta un pastore: lui non parlava perché non aveva la bocca, non aveva gli occhi, non aveva il naso e neanche le orecchie, lui non aveva niente. Aveva solo moltissime pecore e una moglie bella come la luna, il suo sorriso era dolce come un frutto maturo. Ma la donna portava nel cuore una tristezza infinita di cui non conosceva la causa, solo il marito la conosceva. Ma lui non parlava perché non aveva la bocca, non aveva gli occhi, non aveva il naso, lui non aveva niente… e la favola ricomincia, circolare e senza via d’uscita come la solitudine di Munir.

Vivere lontano dalla sua famiglia gli toglie il respiro e le sue frequenti crisi respiratorie lo portano dai medici che però non trovano una spiegazione: lui non ha niente, come il pastore della favola. Munir è un uomo spezzato che non vede un futuro, il pensiero del suicidio arriva silenzioso come una liberazione, tra le sue mani compare una pistola: lascerà la città in cui vive per rintanarsi nell’isoletta di Langeneß nel minuscolo arcipelago delle Hallingen, nel Mare del Nord tra Germania e Danimarca, pochi chilometri quadrati di terra a pelo d’acqua che a sommergerli basta una marea. In quel silenzio forse troverà il coraggio di compiere l’ultimo passo.

E qui compare l’altro protagonista nel film che è il paesaggio, anzi sono due paesaggi contrapposti: il paesaggio della realtà – che ha l’orizzonte bassissimo dell’isola in cui Munir approda, straniero tra i pochissimi abitanti del luogo che comunque lo accolgono senza pregiudizi – e il paesaggio della favola che gli raccontava sua madre e che si materializza diventando il controcanto della pellicola. La terra del sogno è in Puglia, il regista l’ha trovata tra Gravina, Minervino Murge e Spinazzola, una terra arida e calda che deve avergli ricordato la Siria. Lì la favola del pastore che non aveva niente diventa il film nel film: se l’isola nel Mare del Nord è una terra/metafora che scompare, sembra persa per sempre e poi ricompare, la terra pugliese è la metafora della casa, dell’eterno ritorno.

Munir non si suiciderà. Perché nell’isolotto in mezzo al niente incontrerà Valeska, una donna di molti anni e di poche parole che lo ospita in una stanza sospesa tra il vento e le mandrie al pascolo e in cui lui troverà la tana e la gentilezza che cercava. A interpretare Valeska il regista chiama l’ottantunenne Hanna Schygulla, icona assoluta del nuovo cinema tedesco degli anni Settanta del Novecento, la musa di Fassbinder. La sua presenza ironica, leggera e insieme profonda, rende preziosa questa pellicola, che avrebbe tuttavia tratto grande giovamento da un montaggio più rigoroso e da un ritmo diverso (124 minuti sono decisamente troppi).

Munir intuisce che qualcosa lo lega a quella donna misteriosa, forse una radice comune, un’esperienza condivisa di spatriamento. Una sera Valeska non mette la solita canzone tedesca che fa cantare a suo figlio e i suoi amici riuniti per festeggiare lo scampato pericolo di una tempesta devastante. La musica che risuona nel locale ammutolisce i presenti e fa sorridere la donna che si avvolge nello scialle e nei suoi ricordi. Allora Munir capisce, anche lei è figlia di esuli, come lo è lui, come lo siamo tutti. La musica si alza di tono, la voce femminile arabesca parole incomprensibili e melodiose e allora finalmente Munir sorride, solleva le braccia, chiude gli occhi e il suo corpo inizia a ondeggiare abbandonandosi alla danza. Anche Valeska danza come lui, la musica la conosce, quei passi le sono familiari, le loro mani si intrecciano ed entrambi ridono perché sanno di appartenere alla stessa storia. Anche ai confini del mondo si può tornare a casa.

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