Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Il fantino surrealista

“El Jockey”, il nuovo film di Luis Ortega, racconta la storia scombinata di un fantino di Buenos Aires dall'identità e dalla vita incerte. Una carrellata di citazioni spesso prive di senso

Buenos Aires, i bassifondi nei dintorni dell’ippodromo dove le corse dei cavalli sono un’ossessione. Un uomo strafatto giace tramortito in una bettola, si capisce che è un fantino per la divisa, il cap, gli occhialoni, il frustino e perché è piccolo e magrissimo come tutti i driver di galoppo. Un terzetto di brutti e cattivi è venuto a prelevarlo per portarlo di peso alla corsa. Percorre in trance il lungo corridoio sotterraneo che conduce alle gabbie di partenza e en passant ingurgita una fiala dopante per cavalli con un mezzo bicchiere di brandy. Ovviamente non correrà: appena la gabbia si apre si schianta a terra.

Sono le prime scene del nuovo film del regista e sceneggiatore argentino Luis Ortega, El Jockey, presentato l’anno scorso a Venezia e co-prodotto da Benicio Del Toro. E ci sono già tutti gli ingredienti per capire che cosa vedremo: una pellicola bizzarra, anzi grottesca, anzi freak, surrealismo iperrealista, come ha scritto qualche critico. Lo stile della fotografia fa venire subito in mente Aki Kaurismäki e non è un caso visto che a firmarla è il suo stesso fotografo Timo Salminen. Ma ci vorrà poco per accorgersi che l’analogia si ferma qui, siamo lontani anni luce dalla poetica del regista finlandese.

La storia si svolge dunque nella Buenos Aires malavitosa dove il gangster Sirena (Daniel Giménez Cacho, era padre Manolo ne La mala educación di Almodóvar) controlla le corse di galoppo aggirandosi ovunque con infanti tra le braccia di cui non si sa la provenienza. Il protagonista è il fantino Remo Manfredini (l’argentino Nahuel Perez Biscayart, indubbiamente bravo in un personaggio tanto eccentrico ed eccessivo), lui è la leggenda dell’America Latina e corre per Sirena causa debiti insieme alla fidanzata Abril (l’attrice spagnola Úrsula Corberó, l’indimenticabile Tokyo nella serie tv La casa di carta).

Per vincere il Gran Premio, Sirena gli fa montare Mishima, un purosangue da paura arrivato dal Giappone e pagato un milione di dollari. Ma c’è un problema: il cavallo è abituato a correre “al contrario” e visto che di cavalli ne so qualcosa come so che nella maggior parte degli ippodromi si corre “a mano destra”, ho dedotto che Mishima fosse abituato a galoppare “a mano sinistra”. Un dettaglio certo, colto per le mie frequentazioni equestri, ma un dettaglio che ha un senso in una pellicola che di senso ne ha poco. Così Remo, che ha lanciato il cavallo in un galoppo furioso, ne perde il controllo perché l’equino a un certo punto si gira e si va a schiantare contro la recinzione della pista: Mishima muore e lui finisce in coma all’ospedale.

La chiave per tentare di capire ciò che segue ed è in gran parte incomprensibile, sta nella frase che Abril (che aspetta un figlio da lui) dice a Remo prima della corsa: perché io torni ad amarti, dovrai morire e poi rinascere. In effetti Remo esce dal coma e vaga per la città con un enorme turbante di garze sulla testa e una nuova identità femminile. Nuova? Forse no, visto che prima di Remo c’era una Dolores che correva nelle corse clandestine e così è stata scoperta da Sirena di cui è diventata l’amante. Il gangster insegue il fantino per eliminarlo dopo che gli ha ammazzato il purosangue e Abril insegue lui sperando di salvarlo. Sarà Remo-Dolores a sparare al boss e a finire in galera dove diventerà Lola, la parrucchiera confidente dei detenuti che cammina sul soffitto della cella come un ragno.

Lo spettatore a questo punto ha perso il filo da un pezzo e accetta per inerzia il ritorno in scena di Remo che alla fine corre clandestinamente per il direttore del carcere mentre Abril dà alla luce una bambina che forse è la stessa Dolores.

Aveva ragione Luigi Locatelli quando all’indomani della proiezione veneziana scrisse: «Evidentemente la lezione ultradecennale di Almodóvar su temi assai vicini a quelli di El Jockey non è stata recepita: della grazia di quel maestro non c’è traccia». Non c’è dunque Almodóvar, anche se il film è nelle sale in versione originale quindi in spagnolo e anche se la storia racconta un fantino “sull’orlo di una crisi di nervi” infarcita di riferimenti queer – i balletti sfrontati delle amazzoni, i fantini nudi nella sauna – costruendo una trama in gran parte incomprensibile intorno all’identità fluida di Remo, poi Dolores, poi Lola, poi di nuovo Remo, infine chissà, uno spirito che non ha alcun peso quando sale sulla bilancia.

Come il povero Mishima, la pellicola lanciata al galoppo e che inizialmente mi divertiva molto si va a schiantare sulla pista, forse perché bisognava girarla al contrario.

Certo c’è la fotografia di Kaurismäki, ci sono echi di Almodóvar, c’è qua e là una spruzzata di Kim ki-Duk. È un film di citazioni, Ortega dimostra di saperne. Ma non bastano le citazioni a convincere lo spettatore se queste nascondono la confusione che ha in testa lo strafatto Remo Manfredini e con lui il regista.

Facebooktwitterlinkedin