Al festival teatrale di Pompei
La resistenza di Gitai
Non convince del tutto il "Golem" multietnico che il celebre regista israeliano Amos Gitai ha presentato in Italia. Una riflessione troppo generica su un mito molto complesso
Ad apertura dell’ottava edizione della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi» promossa dal Teatro di Napoli è andato in scena l’attesissimo Golem di Amos Gitai su testo del regista e di Marie-José Sanselme. E ci siamo ritrovati a vedere attuato un estremo inaspettato paradosso rispetto a quello che sapevamo del Golem, della leggendaria figura della tradizione ebraica. Non siamo riusciti a percepire tutto il profondo strato di temi filosofici, morali e religiosi di questa figura.
In un periodo così devastato dai massacri attuati da Israele nei confronti di Gaza (a reazione comunque dell’inqualificabile attacco di Hamas del 7 ottobre scorso) ci aspettavamo una presa di posizione molto più energica da parte del regista di origine israeliana, molto conosciuto per i suoi film di grande impegno etico. Gli attori sia israeliani, sia palestinesi, sia iraniani, erano bravissimi e recitavano in diverse lingue durante tutto lo spettacolo a cominciare dalla distesa di stracci su tutto il palcoscenico che rievocavano gli abiti cenciosi abbandonati dagli ebrei prima di essere uccisi nelle camere a gas durante la seconda guerra mondiale. Ogni abito ricordava una vittima dei campi di sterminio. Far recitare assieme nel suo spettacolo attori israeliani e palestinesi comunque trasmetteva il messaggio che si può lavorare assieme, si può creare un dialogo mettendo in scena il nostro tempo così contraddittorio e che possiamo, se lo vogliamo, ascoltarci l’un l’altro.
Tutto ci è stato raccontato accompagnato da una struggente melodia d’arpa, poi, eseguita dal vivo, da un pianoforte, da una cetra indiana e da un violino.
Ogni attore, per tutto l’arco dello spettacolo, utilizzando differenti lingue, svelava la persona che interpretava attingendo dai testi di Isaac Singer, Joseph Roth, Leon Poliakov e Lamed Shapiro. Utilizzando anche spezzoni di video proiettati su un lungo schermo orizzontale. Gitai si è autocitato anche con frammento del suo film Tsili.L’autore scegliendo lo yiddish – «una lingua in esilio, senza paese, senza confini, un lingua non sostenuta da alcun governo… una lingua dell’umanità piena di timore e speranza» – dedica questa storia «ai perseguitati, agli oppressi in tutto il mondo, giovani e vecchi, ebrei e gentili, nella folle speranza che il tempo delle accuse ingiuste e dei decreti iniqui giunga un giorno alla fine».
Ma era preminente un racconto troppo solamente legato al testo per bambini di Isaac Bashevis Singer a cui il termine Golem era ispirato. Due ore senza intervallo con una scena piuttosto statica che non ci ha affascinato del tutto. L’omissione più inaccettabile, rispetto a ciò che rappresenta il Golem in termini di gnoseologia, concerne il fatto che viene cancellato totalmente il gesto rituale d’incidere sulla fronte del fantoccio appena plasmato nell’argilla la parola dell’ebraico antico «emet» (la «verità») che gli dà la vita.
Risulta dunque non poco pretenzioso il messaggio finale dello spettacolo di Gitai, inscritto in una mistica ormai logora: «Qual è il significato del Golem oggi? Noi siamo quelli che siamo. Con differenti identità, differenti storie, differenti origini. E se vogliamo che l’umanità vada avanti, dobbiamo accettare la convivenza di questa moltitudine di esistenze. Perché per noi, come per Darwish, Mandel’stam, Szymborska, Jorge Semprún e Albert Camus, la letteratura, il teatro e l’arte sono un luogo di resistenza».
Per Gitai, allora, il Golem di oggi è il simbolo di quella «resistenza». Perciò, a mano a mano, nel suo spettacolo gli attori si coprono il corpo di argilla: il regista israeliano ci vuol dire che siamo – dobbiamo essere – tutti Golem. La prova degli interpreti era comunque diligente, per non dire scolastica: Bahira Ablassi, Irène Jacob, Micha Lescot, Laurent Naouri, Menashe Noy, Minas Qarawany e Anne-Laure Ségla. Più di due ore a descrivere, con insistenti dettagli di violenza, gli episodi di antisemitismo avvenuti nel corso dei secoli, come se nulla stesse succedendo nei confronti di altri popoli in questi mesi. E questo anche se sappiamo l’impegno costante del regista a denunciare l’operato di Netanyahu, come nell’intervista che Amos Gitai ha appena rilasciato a Repubblica: «Netanyahu è intelligente, un maestro della manipolazione ed estremamente pericoloso. Sta distruggendo l’Israele che amo: il Paese aperto, liberale e creativo. Si è alleato con gli elementi peggiori della società – le fazioni ultraortodosse – per denaro, religione e corruzione. Ha stretto accordi con l’estrema destra per salvarsi la pelle. Ma non dobbiamo arrenderci.Non tutti gli israeliani votano per lui».
Il pubblico ha comunque applaudito anche se non con grande forza.
Allestimento di grande qualità in tutto: attori, musiche, video, costumi, scene. Ma ci aspettavamo più sostanza.
Le fotografie dello spettacolo sono di Ivan Nocera.