La televisione del cattivo gusto
I libri fanno paura
Perché è così difficile parlare di libri in tv? La cultura è lenta, mentre lo share ha fretta: la crisi del senso critico (in tv e altrove) non ha soluzione? Qualche domanda sulle storture del mondo della comunicazione e dell'editoria
Qualche giorno fa la rivista web Dagospia ha pubblicato una lettera di Paolo Di Paolo, in cui si solleva, giustamente, il tema del rapporto, tendo a semplificare, tra tv e promozione editoriale e, di conseguenza, numero (molto limitato) di lettori nel nostro Paese. Le parole dello scrittore mi inducono a tentare di mettere in ordine qualche riflessione su cui medito da tempo.
Di Paolo apre le sue considerazioni con la constatazione che anche quest’anno la serata finale dello Strega è andata in onda in concorrenza con Temptation Island (con i numeri di share che è facile immaginare), per lamentare la quasi totale disattenzione del piccolo schermo per i libri. «I dirigenti televisivi, gli autori televisivi, i redattori televisivi ‒ scrive ‒ hanno terrore dei libri». Anche per questo, ne deriva, in Italia si legge poco. Non leggono i ministri, aggiunge Di Paolo, non leggono i politici, né gli imprenditori, ma nemmeno i giornalisti e gli editor (se non i libri su cui devono lavorare). Infine, rilevato che nemmeno più Fazio si occupa di libri «che non si tratti di un volume firmato dal papa o da Whoopi Goldberg», che, aggiungo, non sono propriamente dei letterati (ma quanti lo sono tra gli autori che vendono tanto nel nostro Paese?), invita a una “strambata”, un improvviso cambiamento di rotta e di orientamento, mettendo in gioco, non so se provocatoriamente o meno, Maria De Filippo e Littizzetto, Daria Bignardi e Leonardo Parata.
Non penso che i dirigenti e gli autori televisivi abbiano terrore dei libri, anche perché i libri non fanno più paura a nessuno, tanto meno a quelli che non li leggono. Semplicemente li ignorano e li ignorano perché sono ignoranti, cioè etimologicamente, non conoscono, non sanno niente di libri.
Ammetto che io invece non so cosa sia Temptation Island. Dopo una rapida affacciata su google (non ci è voluto molto: è un reality Mediaset “in cui alcune coppie di fidanzati mettono alla prova il loro amore tra tentazioni e acque cristalline” sic), mi viene da pensare che il problema non sia dato da questo tipo di concorrenza, perché chi preferisce siffatte isole, acque e reality si guarda bene, in ogni caso, anche in mancanza di alternative, di seguire la serata finale dello Strega. Ma forse anche la serata finale dello Strega, se pure fosse seguita da un numero altissimo di telespettatori da finale Champions, non offrirebbe, così com’è pensata, nessun contributo alla soluzione dell’annosa questione dello scarso numero di lettori nel nostro Paese, questione che è andata nel tempo palesemente aggravandosi (e prima, diciamolo, lo Strega non andava in video).
Il problema del rapporto tra tv e cultura accoglie anche argomenti di altro tipo. Innanzitutto non si può fare una trasmissione che parli di libri pensando solo a scimmiottare i programmi che hanno come unico obiettivo l’audience e come unico mezzo per garantirsi pubblico quello di limitare al minimo il pensiero dello spettatore (“dopo una giornata di lavoro, ho bisogno di non pensare a niente”, che poi di solito è la frase dopolavoristica preferita da chi per tutto il giorno non ha pensato a niente).
Il problema va affrontato partendo più da lontano. Una trasmissione televisiva che parli di libri deve invitare alla riflessione culturale e non essere solo una vetrina promozionale. Deve necessariamente alimentare il dialogo, non sciorinare chiacchiere brillanti e prive di spessore, con sventolio di copertina a favore di telecamera. Insomma un invito alla lettura non è uno spot, ma il punto di approdo di un percorso lungo, pensato con l’obiettivo di far crescere un essere pensante, che sente la necessità di leggere, altra cosa da un mero consumatore di libri.
Nel nostro Paese, dove si legge poco, pochissimo, quasi nulla (il 65% della popolazione sopra i 16 anni durante l’anno non legge nemmeno un libro, che non sia per motivi di studio o di lavoro) ogni località, dalle metropoli ai piccolissimi paesi turistici, ha un festival culturale. Molte di queste kermesse sono dedicate al libro, anzi al book, visto che di solito i festival preferiscono nella loro denominazione la dizione inglese. La partecipazione a queste manifestazioni (pardon, eventi) è di solito molto alta. Da ciò l’interesse alla sponsorizzazione da parte di enti locali, attività commerciali, di ospitalità e ristorazione. Evidentemente solo una piccola percentuale del pubblico partecipante, durante il restante anno acquista (e se lo acquista non si preoccupa poi di leggerlo) un libro o due. Quello che interessa è l’evento spettacolare, farsi il selfie con il personaggio della tv, nei casi migliori passare un’ora in maniera alternativa, prima o dopo l’aperitivo, acquistare il libro per ottenere il cimelio della dedica.
Sono brutale e negativo? Può essere. Allora provo a spiegarmi in maniera differente. Una delle più longeve e seguite trasmissioni televisive che abbia parlato di libri, è stata L’Approdo. Fu voluta da Leone Piccioni, che con Adriano Seroni ne aveva già ideato la precedente versione radiofonica. Aggiungo che Leone Piccioni, che era un funzionario Rai, era anche critico letterario, così come di letteratura si interessava anche Seroni. Entrambi cioè sapevano di libri. La trasmissione andò in onda dal 1963 al 1972, prima sul Programma Nazionale della Rai, poi sul Secondo Programma (erano questi i nomi delle uniche due emittenti televisive dell’epoca), in quella fascia oraria che ora si chiama prima serata e che allora era semplicemente “dopo Carosello”. Vi collaborarono i maggiori intellettuali e scrittori di quegli anni, Bacchelli, Ungaretti, Carlo Bo, Emilio Cecchi, Roberto Longhi, Leonardo Sinisgalli, Alfonso Gatto, per citarne qualcuno. Sul sito della Rai, nella sezione Teche dedicata alla trasmissione, è possibile vedere e ascoltare conversazioni con Aldo Palazzeschi, Truman Capote, Alberto Moravia, Albert Camus, Carlo Emilio Gadda, Natalia Ginzburg, c’è un filmato che immortala Ragghianti che intervista Le Corbusier. Molte parole, poche chiacchiere, pochissime battute frivole, nessuno slogan. La trasmissione fu condotta nei primi anni da Edmonda Aldini, poi da Giancarlo Sbragia, una grande attrice e un grande attore. Tempi lenti, teatrali appunto, non spot, reel, filmati brevissimi ad uso instagram. Aldini e Sbragia erano lettori e persone di cultura, non influencer.
Perché, diciamolo, se la tv parla poco di libri, sui social impazzano, sempre sorridenti, quasi sempre urlanti, più o meno giovani persuasori che invitano a acquistare e leggere libri. Non fanno cultura, per la maggior parte se ne guardano bene. Pare siano molto corteggiati dagli uffici stampa delle case editrici. Poche parole, di solito di grande encomio, spesso riciclate dalla quarta di copertina, sguardo in camera naturalmente, sorrisi sorrisi velocità di eloquio copertina sguardo ammiccante sorrisi.
La cultura è lenta, la lettura è lenta. Con gli scatti improvvisi è difficile plasmare lettori, tutt’al più si riesce a indirizzare qualche consumatore di libri, coloro cioè che acquistano perché è bene avere il libro di cui oggi parlano tutti, poi semmai lo leggeremo anche.
Allora è vero, come dice Di Paolo, e come lui fa encomiabilmente da qualche tempo, o come ha fatto in tv in passato Alessandro Baricco, che bisogna raccontare la letteratura, spingere giovani e meno giovani a curiosare nel mondo dei libri e nei pensieri degli scrittori, ma insieme è necessario rivedere tutta la filiera, ripensare il meccanismo. Non servono Littizzetto e Maria De Filippi, nemmeno Fazio, che non potrebbero che utilizzare il sistema che loro stessi hanno contribuito a rendere tale, e dal quale sono stati essi stessi manipolati. Serve ripartire dall’inizio, per esempio invitare al dialogo chi scrive, non con l’obiettivo di vendere qualche copia in più, ma cercando di capire cosa ha da dire e in che modo cerca di dirlo. E questo bisognerebbe che fosse chiaro prima di tutti agli editori. Bisognerebbe dare spazio alle recensioni serie, invece che agli spot. E per questo bisognerebbe che i recensori leggessero i libri. Ma qui si apre un altro (doloroso) capitolo.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.