Diario di una spettatrice
Fabio Testi citazionista
I francesi Hélène Cattet e Bruno Forzani, innamorati del "giallo all'italiana", riportano in scena Fabio Testi in un horror ipertrofico, “Riflesso in un diamante morto”
“Per alcune ore vago per la città cercando di ricordarmi chi aveva parlato bene di questo film…”. È l’inizio della celebre scena di Caro diario (1993) in cui Nanni Moretti fa piangere il critico cinematografico che ha recensito positivamente Henry pioggia di sangue. Stasera anch’io vago in una Bologna africana cercando di ricordarmi perché sono andata a vedere Reflection in a dead diamond (“Riflesso in un diamante morto”), il film di Hélène Cattet e Bruno Forzani, registi e sceneggiatori francesi che lavorano in coppia a Bruxelles dal 1999. I due hanno un’idea fissa: il “giallo all’italiana”. E come Tarantino ha resuscitato gli “spaghetti-western” di Sergio Leone elevandoli a nuove e insospettate interpretazioni, così Cattet e Forzani si propongono di decostruire e attualizzare quel filone cinematografico esploso tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, in cui il thriller si mescolava all’horror e allo splatter, evocando i nomi di Mario Bava e Dario Argento, ma anche di James Bond in salsa pulp fino al recente Diabolik dei Manetti Bros. Insomma un mondo fantasy dominato dalla violenza e dalla crudeltà estreme, infarcito di citazioni sessuali sadomaso, titoli di testa a lettere cubitali, un po’ cinema e un po’ fumetto. In cui forse i più avveduti intravedono la rappresentazione delirante dell’orrore quotidiano in cui siamo purtroppo immersi.
Reflection in a dead diamond è passato quest’anno alla Berlinale, è la prima volta che i due registi si presentano in una vetrina tanto prestigiosa ed è forse questo il motivo che mi ha convinta a vedere il film. Un esordio che ha irrobustito il popolo dei loro estimatori che considerano cult i loro titoli precedenti, Amer e Lacrime di sangue, con cui hanno avviato la rilettura del genere cinematografico da loro prediletto. I cinefili che condividono la loro stessa passione parlano di un cinema citazionista fatto di immagini raffinatissime, di effetti visivi stupefacenti che mescolano pellicola e cartoon, di una fotografia pop coi colori urlati, di colonne sonore ispirate alle canzoni dell’epoca. In effetti nel film c’è tutto questo: per esempio un massacro avviene al ritmo di 24.000 baci di Celentano, ovvero Sanremo 1961.
Arrivati al loro terzo film, la coppia francese avrebbe realizzato secondo alcuni critici una svolta metacinematografica, “un cortocircuito tra omaggio, rappresentazione, racconto, revisione, fantasia e proiezione”. Una valanga di parole sintetizzabile con un aggettivo: eccessivo.
Per spiegare dunque perché ho visto questo film, io che non amo questo genere di pellicole, potrei dire semplicemente che mi incuriosiva il ritorno sul grande schermo dell’ultra ottantenne Fabio Testi nei panni dell’ex spia John Diman e mi piaceva l’idea di un set ambientato in un luogo del cuore: un hotel di lusso in Costa Azzurra che evoca il celeberrimo Carlton di Cannes dove Hitchcock girò Caccia al ladro.
Nella scena iniziale un vecchio signore col panana è seduto a un tavolino davanti al mare abbagliante, sbircia una giovane donna ripresa di spalle sul bagnasciuga e quella immagine suscita in lui i ricordi di un’altra vita, del tempo in cui era un agente aitante e fascinoso con la pistola nell’immancabile fondina ascellare, pronto a recuperare cascate di diamanti tra un cocktail e un palco all’opera e a scannare nemici di inaudita ferocia (ovviamente entra in scena un altro attore che non è Testi, l’agente da giovane è il belga Yannick Renier).
La storia prende avvio dalla scomparsa della giovane donna che è anche la misteriosa vicina di camera dell’agente in pensione, e raccontato così non è un inizio particolarmente originale, ma si sa, il cinema citazionista può permettersi di copiare.
Ciò che succederà in seguito è così delirante da travolgere l’immaginazione più sfrenata e anche la soglia di sopportazione dello spettatore, esattamente come avveniva in Henry pioggia di sangue. La colonna sonora fa schizzare i decibel mentre i registi fanno esplodere corpi e facce, il sangue gronda ovunque, le scene splatter si ripetono all’infinito e lo spettatore si accascia esausto. Chi resiste con gli occhi aperti si accorge della compresenza sul set dei due attori che impersonano l’agente da giovane e da vecchio, quindi i piani temporali dell’azione si sovrappongono e non è chiaro cosa avvenga nel presente e cosa sia ricordo del passato, se i nemici con cui deve fare i conti l’ex spia John Diman siano in fondo gli stessi che aveva sconfitto anni prima, oppure si tratti di una proiezione della sua mente che confonde realtà e ricordo, precipitando nell’abisso delle stesse antiche paure.
È un dubbio destinato a restare senza soluzione e che tuttavia non turberà minimamente lo spettatore. Frastornato da una pellicola tanto ipertrofica, vagherà nella città deserta affidandosi serenamente alla suprema capacità di sintesi di Fantozzi: in fondo ciò che ha visto è stata una “cagata pazzesca”.