Danilo Maestosi
Alla Fondazione Pescarabruzzo

PIttura & Visioni

Pescara rende omaggio a Ennio Calabria e al suo tenace, quasi disperato tentativo di cogliere l'invisibile del mondo visibile attraverso la pittura

A quasi due anni dalla sua scomparsa Ennio Calabria torna in scena a reclamare il ruolo di primattore dell’arte di figura e d’impegno sociale che ha interpretato senza pause specchiando la sua inquietudine d’intellettuale fuori dal coro nelle trasformazioni dell’Italia e del mondo. Dalle tensioni e dalle speranze del dopoguerra al dominio della tecnologia digitale.

Lo fa con una mostra in cartellone fino ad ottobre a Pescara, nella Maison d’art di Corso Umberto 43, sede della Fondazione Pescarabruzzo che ha finanziato l’iniziativa, promossa dall’archivio che gestisce l’eredità del pittore. Cinquanta opere che ripercorrono a grandi passi l’intero arco della sua produzione e un titolo, Essere pittura, scelto dai curatori a riassumere il principio guida della sua presenza artistica: l’intelligenza inconsapevole del pennello e della mano come chiave per scandagliare il mistero del vivere riflesso nel fluire delle cose e dei codici con cui l’umanità si traveste.

Fin troppo ambizioso forse il copione da retrospettiva, suggerito dalla giustificata intenzione di risarcire Calabria dell’oblio in cui il sistema superficiale e modaiolo dell’arte l’ha confinato, dimenticando persino di onorare la sua morte.  Riservando attenzione e quotazioni alla sua stagione di partenza, e trascurando le tappe successive della sua evoluzione. Magari può riattivare consolidate ma approssimative convinzioni di mercato. Ma dubito che sia sufficiente a portare ravvedimento in chi l’ha troppo in fretta accantonato. Schedato come voce in controcanto di un ventennio di realismo popolare governato dal carisma di Guttuso e dall’influenza del Partito comunista di allora, con cui la storia di oggi e la tendenza dominante della critica a incardinare la propria narrazione sull’alternarsi di continuità altre mode, altre avanguardie, altri miraggi di rivincite ideologiche hanno smesso di fare i conti.

L’ortodossia di una rivisitazione in ordine cronologico è utile per registrare la continuità della presenza di ogni artista, ma nel caso di Ennio Calabria risulta strumento ancora più prezioso per registrare la sua capacità, rara e in qualche modo unica di intercettare la vita mentre accade e anticipare con le sue intuizioni creative te trasformazioni del tempo dentro e fuori di lui.

Guardate le date delle opere che più vi colpiscono. Scoprirete con quanto lungimirante anticipo questo pittore senza diplomi accademici  ha colto le trasformazioni  epocali e lo spaesamento del sentire e del pensiero collettivo: la frantumazione del tessuto sociale innescata dal crollo delle ideologie, la velocità ossessiva che governa il mondo della comunicazione, la semplificazione del linguaggio e delle nuove tecnologie che dilata a dismisura il dominio delle oligarchie delle merci ma libera la possibilità dei singoli di riconoscersi come verità in atto nell’unicità del proprio esistere, il rischio opposto di perdersi nella marea dilagante dell’intelligenza artificiale. Proiezioni al futuro, affidate a forme-pensiero in continua evoluzione – come il curatore Gabriele Simongini definisce le sue intuizioni visionarie – che si ribellano all’ordine schematico con cui la biografia di Ennio Calabria è stata generalmente archiviata, e poi seppellita alla sua morte dal sistema dell’arte con una lapide di testimone scomodo e marginale di una frangia centrale di Novecento ammutolita e scomparsa, sommersa da nuove tendenze, che gli sta stretta addosso. Una camicia di forza imposta al disordine apparente della sua pittura che a caccia dell’invisibile oltre le soglie prevedibili della razionalità e del già detto di tante affollate e gettonate derive dell’arte concettuale. Ma teorizza il mistero come sentiero di conoscenza dell’accadere, cogliendo schegge di visioni, tracciando mappe, investendoci di domande che riempiono di illuminanti bagliori il nostro tormentato tragitto nel caos, nelle paure, nelle contraddizioni di questo Terzo Millennio.

Ecco, per aprire una breccia e restituire a Ennio Calabria quel che gli è stato tolto, bisogna invertire il percorso, partire dalle opere della maturità. E lasciare che sia la loro forza a parlare.

Un vero colpo d’ala, dunque, il quadro che ci accoglie all’ingresso, un autoritratto incompiuto. L’ultima tela alla quale stava lavorando nella primavera del 2024. Il ritratto di un artista che guarda in faccia la morte. I capelli bianchi radi e scompigliati. Gli occhi ridotti a fessure che interrogano il vuoto di sbieco. Le labbra arricciate. Le macchie che gli scavano il volto come ombre implacabili. Il collo teso sula camicia rossa che indossava al lavoro. A segnare lo spazio la linea retta del cavalletto che lo separa da noi e dallo sfondo in cui si sta raffigurando.

A riagganciare i due piani il gesto della mano destra che regge il pennello, la pittura che non smette fino all’ultimo di gridare la vita. Quella bianca sbarra divisoria di legno sembra il braccio di una croce. Il controcanto di quel fantasma cupo da strumento di supplizio che si intravede alle spalle. La brutale sacralità della morte umana come l’impronta di dolore e di dubbi di un Cristo crocifisso. Lo stesso senso di sconfitta della vita e della carne che Calabria aveva impresso in un quadro di una vera crocifissione, dipinta pochi anni prima ed esposta in una chiesa romana. Potete rivederlo anche qui, in una sala del piano superiore.

L’effetto è falsato dalla stanza troppo bassa e sovraffollata di decori, ma l’impatto di quella rilettura così umana, troppo umana, con quel corpo che pende gonfio e straziato, del mistero di un dio che si immola per insegnarci la vita dentro e oltre la morte, resta folgorante. Lo scavo in profondità della pittura che si ripete in un’altra sfida per mostrarci chi siamo. Costringere a misurarci col senso e non senso dell’esistenza. Obbligarci a riconoscere e guardare le maschere dietro cui ci nascondiamo. Difficile trovare nel panorama del contemporaneo un ‘artista capace di cimentarsi e guidarci in un’impresa come questa.

Per farlo al visitatore poco addestrato non basta farsi raggiungere dalle emozioni, che certo sono la prima chiave d’accesso alla produzione di Ennio Calabria, bisogna accettare anche lo smarrimento, il disagio e il dolore che mettono in ribalta perché in ogni sua opera c’è una confessione senza appigli di sconfitta con cui confrontarci e uno stupore di speranza da condividere rimettendoci in discussione. Dobbiamo – è un regalo prezioso – provare a guardarci in faccia, accettando il suo esempio, come lui ha fatto con se stesso in tutti i suoi quadri.

Ad aiutarci a fare i primi passi sono proprio i suoi ritratti e i suoi autoritratti. che scandiscono il flusso del tempo e della storia con più efficacia degli scarti di stile che la critica, mostra dopo mostra, ha registrato. A Pescara ne troverete un ampio repertorio. Non tutti egualmente riusciti. Perché a volte l’urgenza di adattare il pennello al corso delle sue teorie e dei suoi fantasmi, o l’incalzare di una commissione, lo spingeva a sovraffollare la tela di troppe cose, a dire più del necessario. Peccati veniali rispetto ai capolavori che in questo fondamentale capitolo della sua carriera, ha realizzato.

Indimenticabili proprio i più sobri. Come gli stupendi monologhi della serie dedicata a papa Woytila. Dove la pittura coglie con pochi tratti l’essenza della vita nelle cicatrici della sofferenza e della fragilità. Quegli orizzonti di destino in penombra e conflitti senza quartiere nei quali si perdono gli occhi e le smorfie di tutti i suoi autoritratti. Una nebbia di solitudine e malinconia restituita con straordinaria intensità dalle foto che Alessandra Pedonesi, artista d’altro mestiere cresciuta alla sua scuola, ha scattato nello studio e affiancato qui come omaggio alle pareti della stessa sala.

È questo passaggio d’iniziazione a farci da bussola per fissare nella memoria le altre immagini che questa mostra pescarese riporta in circolo come profezie di futuro e scommesse di risarcimento che possono restituire ad Ennio Calabria lo scettro di indagatore della contemporaneità. Un filone di immagini che parte dagli anni Novanta e si prolunga nei decenni seguenti, immortalato da un titolo battistrada: Ambiguità dell’intravisto. Un’intuizione rubata all’incanto fluido di un’estate in riva al mare. L’invisibile traguardo obbligato della creatività artistica, che valica i suoi confini di miraggio indecifrabile, e carica di responsabilità e dover essere la pittura di oggi e quella che verrà.

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