Baldo Meo
Su “Quest'anno il lupo fissa negli occhi l'uomo”

L’inferno (a parole)

Tra descrizioni realistiche e scarto onirico Roberto Deidier con il suo nuovo libro di poesie si ferma, oltre che sulle grandi questioni “inattuali”, anche sul mondo di oggi

Fedele ad una sua personale linea poetica, portata avanti fin dal libro di esordio, Il passo del giorno del 1995, e confermata in questi trent’anni nelle opere successive, Roberto Deidier ci offre oggi l’ulteriore prova di una scrittura che sa coniugare in maniera esemplare intensità lirica e chiarezza di dettato. Il titolo quanto mai evocativo di questa ultima raccolta, Quest’anno il lupo fissa negli occhi l’uomo (Molesini Editore, Venezia, 2025, 79 pagine, 12 Euro) – rubato, come scrive lo stesso autore, da un racconto di Anna Maria Ortese – esplicita bene il tema al centro del libro: il confronto con il vuoto al fondo delle nostre vite, con il “vortice di nulla” che ci agguanta o minaccia ad ogni passo della nostra esistenza. Una costante che sembra aver toccato da sempre questo poeta, consapevole, mentre ricorda l’amatissimo Saba, di “come ogni senso fluisce al proprio nulla”.

La perdita di senso, lo sguardo malinconico sull’impermanenza, sul rischio costante che tutto finisca – amori, amicizie, memorie, stagioni – dove anche “la domenica ha la pagliuzza corta/ come l’estate, come l’allegria”: è questa la nostra condizione irredimibile, ci dice Deidier. È questo l'”inferno” (parola presentissima nel libro) in cui ci dibattiamo: si legga per tutte “Si dice che Lucifero osservando”.

Ma non c’è resa: la salvezza è nell’opera artistica, che in Deidier si realizza innanzitutto nel rigore formale, nella costruzione del verso mediante ritmi e cadenze regolari – affidandosi per primo all’endecasillabo più classico – e nell’ accurata scelta degli aggettivi che creano nuove prospettive di senso: il “ruvido firmamento”, i “pulviscoli inerti”, il “sapore incauto della libertà”, lo “specchio ovattato”, I'”immenso giardino dei giorni”.

Con il “lupo” del titolo che ci guarda da vicino, incarnazione di tutte le nostre paure, occorre dunque fare i conti: da questo nemico non ci si salva restando immobili, ma reagendo, facendo a nostra volta il lupo. È così che l’elegia in Deidier si stempera nel distacco ironico e lucido, che rimanda ad un altro suo nume tutelare, Wystan Hugh Auden. Ed è così che “la nostalgia, quando s’affaccia, /è solo un modo di guardare avanti, /fare secco per sempre, quel che è stato”.

Muovendosi tra descrizioni realistiche e scarto onirico, tra sguardo razionale e inquietudini profonde, Deidier è capace di fermarsi, oltre che sulle grandi questioni “inattuali”, anche sul mondo di oggi. In alcune poesie (in specie, “Invece di una poesia d’amore”, “Ora che sei la mia città, e in quella città”) c’è lo sguardo disincantato su un presente fatto di “detriti dell’insicurezza”, di “sonno impiegatizio”, di “insipienza urbana”, di “sangue di latta”, di “spenta sinopia di città”.

Un libro composito, a più facce, quest’ultima opera di Deidier, dove, insieme ai versi d’occasione, alle poesie d’amore, alla traduzione di Blake, alle ecfrasi, al divertissement parodistico delle “calascionate” in pseudo napoletano, trovano posto anche la denuncia di una “sinistra abortita” e l’amarezza per la Storia che “non chiede mai scusa” e non ha mai chiesto scusa.

Sentimento e ragione si direbbe, che fanno della raccolta del poeta romano un passaggio necessario per approfondire la sua visione artistica ed esistenziale.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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