Daniele Luti
Un grande classico del Novecento

Cassola da scoprire

Guida alla rilettura di Carlo Cassola, a partire dagli appunti per un romanzo pensato a lungo ma mai completato che doveva intitolarsi “Il vecchio e il nuovo”

Carlo Cassola è sempre stato centrale nella mia vita, una presenza importante. Era stato nella stessa formazione partigiana di mio padre e, dopo la liberazione, era rimasto per un periodo a Volterra, collaborando alla pubblicazione di “Volterra libera”, giornale degli antifascisti, non solo dei comunisti. Per me, è stata una presenza fisica e narrativa, la sua. I suoi romanzi autografati sono sempre arrivati in casa mia dove era quasi obbligatorio leggerli. Dico subito con grande franchezza che, mentre gradivo moltissimo la conversazione di Carlo e i divertenti consigli “antididattici” che mi dava, c’è stato un tempo in cui, per me, post adolescente impegnato a fare incursioni nevrotiche in tutti gli anfratti letterari di ogni tempo e latitudine, terrorizzato di non poter leggere tutto il leggibile, preoccupato all’idea della brevità della vita, e che «’l tempo sarìa corto a tanto suono», non lo apprezzavo molto come scrittore.

Per me era intimista, legato all’IO e non al più “corretto e marxista” NOI; quindi, doveva essere per forza noiosissimo e incapace di contribuire a fare della letteratura uno strumento di crescita civile e culturale. Certo, non lo immaginavo come la Liala del Novecento, secondo la superficiale definizione che avevano dato di lui, assieme a Bassani, quelli del gruppo ’63, ma solo perché mio padre, anche lui giovanissimo partigiano della XXIII Brigata Garibaldi Guido Boscaglia, sosteneva che Carlo Cassola, Giacomo il suo nome di battaglia, era stato un partigiano serio, responsabile e coraggioso, affidabile e determinato. E, poi, in fin dei conti, questo lo sapevo anch’io, aveva scritto Fausto e Anna e La ragazza di Bube, testi che raccontavano la Resistenza e il disagio reintegrativo degli ex combattenti, il reducismo insomma. Caso mai, dentro di me lo pensavo – non sapendo, al tempo dei miei quindici anni, quanto fosse vero, e quanto meritoria l’antonomasia – come il Pascoli del suo tempo.

La ragione del mio adolescenziale rifiuto, era dunque ideologica. Tutti, a me nervoso, inquieto, deciso a fare velocemente la rivoluzione, comunista e libertaria naturalmente, mi sembravano lenti, poco rock come, invece, doveva convenire a un serio rivoluzionario. Anni dopo, ma ormai ero un docente trentenne, “allevato” da Mario Baratto e da Umberto Carpi, un estimatore di Citati, di Mengaldo, di Debenedetti, di Eco, semiologo e narratore, non ero più uno gnomo sulle spalle dei giganti del passato e preferivo sbagliare in proprio che essere stupido per conto terzi e, per questo, cambiai idea su Carlo e su molte altre cose, pur mantenendo fede agli ideali della mia giovinezza.

Già che ci sono, aggiungerei, fra i Maestri buoni, anzi buonissimi, Ceserani e Orlando, che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo e che ancora ringrazio, il primo, per alcune sue splendide lezioni sulla Scapigliatura, il secondo, per le leggendarie, strepitose magie, in un’aula frustra e priva di identità, fra la sala d’aspetto di una stazione declassata e puzzolente di antichi tabagismi grossolani e lo spaccio di una caserma foruncolosa, sulla Fedra di Racine interpretata freudianamente. Tutto questo per dire, insisto, che, poi, i miei sentimenti, le mie vibrazioni, le mie scoperte mi hanno portato a radicali cambiamenti di prospettiva anche critica. Su Cassola, in particolare. La lezione di Contini sui cento anni dalla nascita di Pascoli (San Mauro di Romagna 1955), da me letta molti anni dopo, mi liberò dai luoghi comuni e dai pregiudizi ideologici sul grandissimo Zvanì: scoprii le sue innovazioni linguistiche, la modernità della sua poesia fatta di suoni e di miscelazioni gergali e di passaggi da geometrie sintattiche diverse. Mi fu subito chiara, partendo da qui, la grandezza di Cassola, da me sempre visto accanto al “Vate romagnolo”. Carlo mi apparve improvvisamente in tutta la sua grandezza di poeta, di facitore di una letteratura iceberg che, sotto i caratteri subliminali, per dirla con Cancogni, con le improvvise epifanie che incendiano, illuminano il quotidiano di infinito, nascondeva o lasciava immaginare oceani di vita e di passioni. Da qui, il mio nuovo interesse per lo scrittore “toscano” non più soltanto figura familiare, ma artista da studiare.

Cominciò così, negli anni Novanta del Novecento, la mia ricerca, il mio lavoro sulla sua opera e il mio indagare anche sugli inediti, sui taccuini preparatori, sulla parte meno nota del suo lavoro. Fra le carte presenti, in fotocopia o microfilmatura, depositate, a cinque anni dalla morte di Carlo (grazie all’ interessamento di Angelo Marrucci, direttore della Guarnacci, di Renato Bacci, vicesindaco della città, e mio) presso la nostra Biblioteca, arrivarono anche appunti, capitoli, abbozzi di una galleria di personaggi pensati per un romanzo che lo scrittore aveva intenzione di costruire e sui cui caratteri e funzione insiste a scrivere per più di un decennio. Il titolo provvisorio, immagino, doveva essere Il vecchio e il nuovo, quasi pirandelliano. Il personaggio che troviamo nel primo capitolo, Henri Beyle, ovverosia Stendhal, è còlto, siamo nel 1819, nella conca di Saline mentre si appresta a salire a Volterra con la diligenza. È fosco, concentrato, trepidante, inquieto. È lì perché spera di incontrare la bellissima Elena Maria Metilde Viscontini, sposa di Jan Dembowski, generale di brigata, barone e insignito dell’Ordine della Corona di ferro, militare coraggioso ma ondivago politicamente (napoleonico e cisalpino, prima, austriacante, poi). La signora è infatti a Volterra per visitare i figli, Carlo ed Ercole, entrambi allievi del famoso Collegio convitto degli Scolopi in San Michele. Amore, quello di Stendhal, non corrisposto (del resto anche il fascinoso Ugo Foscolo, anche lui invaghito della fascinosissima Metilde, non ebbe più fortuna dell’autore della Certosa di Parma) e causa di sofferenza e disagio per lo scrittore.

La trama doveva strutturarsi come lungo viaggio attraverso più di un secolo di storia. La conclusione, infatti, doveva implicare il rientro in città dei partigiani della Guido Boscaglia nel luglio del 1944. Dagli inizi dell’Ottocento alla Resistenza, alla Liberazione, dalla Volterra nobiliare e codina alla città finalmente nelle mani dei radicali, degli innovatori, del gruppo variegato dell’antifascismo militante: i comunisti i socialisti e gli azionisti, eredi dell’eroico, e a me carissimo, movimento di Giustizia e Libertà.

I capitoli che ho trovato, scritti, e alcuni riscritti, in una linea lunga di anni, raccontano tra l’altro in modo attento, “filologico” i caratteri e l’identità di una città millenaria mai provinciale per impegno civile e per passioni vibranti che ne hanno fatto il laboratorio di iniziative culturali determinanti anche adesso.

Un testo, dunque, di grande respiro i cui caratteri ritroviamo in due realtà della narrativa propria di Cassola: L’Antagonista e i due romanzi storici, trascurati dalla critica e poco capiti, Il ribelle, pubblicato nel 1980, e La zampa d’oca nel 1981. Nell’Antagonista, ci sono molti degli spunti che erano serviti al narratore per raccontare la borghesia e la nobiltà volterrana negli appunti preparatori del Vecchio e il nuovo; nelle due opere edite negli anni Ottanta, c’è la riscoperta di un genere, il romanzo storico, che, pur poco praticato negli anni tra il secondo dopoguerra e i Settanta del Novecento, era considerato un genere ideale per fare il punto sulla storia, per ripartire nel lavoro di costruzione di un modo libero di guardare al mondo e alla libertà di coscienza dell’uomo impegnato a farsi cittadino da suddito che era.

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