Loretto Rafanelli
“La gioia elementare” di Ivan Fedeli

Amica malinconia

Il poeta osserva la vita e chi la percorre da mille luoghi, i più disparati. Il suo sguardo è curiosa, delicata, finestra sul mondo, umile attenzione verso l’altro. E «nel crocevia di affetti e di volti» si insinua un vento leggero e costante, che espande un lieve ma essenziale disagio…

Ivan Fedeli, vive a Milano, ma più correttamente penso si possa dire, leggendo la sua nuova raccolta – La gioia elementare, pubblicata da Pellegrini editore, nella collana diretta da Tiziano Broggiato –, che la sua vita si snoda tra mille luoghi: città, paesi, strade, piazze, quartieri, bar, nazioni. Una narrazione in cui accanto ai luoghi ci sono i volti e le storie di tante persone con le loro relazioni. Tutto ciò che si può osservare ogni giorno, in quei frangenti che la vita ci presenta. Si sa che la vita è fatta di mille e mille spazi frequentati, scoperti, amati, è fatta di incontri, di occhiate fugaci, ma ci vuole un adeguato sentire, un tratto caritatevole, per andare oltre questo confine, solo così si potrà annotare e minuziosamente raccogliere la complessità di una comunità. Ci vorrà uno sguardo attento e compassionevole, uno slancio verso l’altro, l’altro che vediamo ma non vediamo, che comunque ci sta accanto. Lo sguardo di Fedeli è tutto questo e si tramuta in una curiosa, delicata, finestra sul mondo; è un tratto umano che si abbevera al solco più profondo della vita. Una comune, semplice, umile attenzione.

Un viaggiatore che poi porrà il suo ‘racconto’ in preziosi versi. Ma forse ancor più potremmo dire che Fedeli è un viandante, come diceva Heidegger del poeta, cioè colui che entra ed esce dal labirinto della vita. Così egli trascina il lettore in un vortice di esperienze vere e vicine: «Potrebbe essere una di noi l’Andromaca/ della Barona mentre aspetta il Beppe/ che torni un po’ dalla fabbrica grande/ dove fresa ferro e cielo». Si sa che «chi legge vive mille vite», ma vero piuttosto che mille vite si ‘vivono’ osservandole partecipi, quelle che il poeta ci riporta con i suoi versi. Ecco allora che divengono compagni di viaggio, nella via difficile dell’esistere: il Gino, il Gandula, Maranza («Si sa di lui/ dalla moto Guzzi messa in cortile/ o dai panni stesi al sesto piano/ da stirare ancora…»), Beppe… Gli inadatti dice Fedeli, facendo però intendere che quella umanità intrisa di piccole, povere cose è terreno comune, è vita che chiama vita. E la poesia si fa racconto vivo e partecipe, civile, senza quel colore ‘tiepido’ che spesso incontriamo in altri poeti. Un dire in cui quelle mille vite le vediamo, le viviamo, nella gioia, nel dolore, nella fissità di esistenze che si situano nell’abitudine, nel vuoto. Il poeta crea un itinerario che coinvolge il lettore, in una rassegna di volti ‘straordinari’, perché la poesia li rende tali, allorché le vite attraversano gli occhi del poeta.

Fedeli (nella foto sotto), visto, come poeta legato alla realtà, soprattutto milanese, in effetti si presenta anche come autore dalle sicure visioni, finanche fantasiose, seppure con tratti misurati, come in questi versi: «È cosa della vita l’insistenza/ del ginepro di darsi qua e là al cielo/ ignaro degli ulivi quella luce/ di latte dei terrazzi di Ivrea/ dove le donne cercano al risveglio/ il sole dopo una carezza». Senza dimenticare la sua attenzione alla natura («Poi il silenzio/ delle siepi all’angolo e qualche fiore/ ribelle a bucare lamiere e sassi») e a quel fiume Lambro «che ha dentro lo stagnare dei giorni», che è una vena del suo corpo, il fiume dolente che «s’interra in un ristagno d’acqua e cede/ spazio all’anarchia dell’erba matta/ sull’asfalto», il Lambro arca con i suoi «gabbiani tristi che sbattono ali/ sbeccando lattine e cartacce».

Ma la gioia elementare, con il richiamo al titolo, quanto mai bello e azzeccato, alfine cosa ci dice? Penso, ci dica della malinconia. Sì perché la malinconia sottende il libro e se ne appropria senza divenire voce invadente, pesante, retorica. È chiaro, la malinconia non è gioia, ma nella misura garbata, situata nel crocevia di affetti e di volti, diviene un leggero vento amico. C’è un equilibrio evidente in questi versi, che si sviluppano in vari registri, e si fanno talvolta gioiosi, pietosi, sapienti, laicamente spirituali, ma quella linea di leggero disagio che è la malinconia, si avverte e ne diviene una parte essenziale. E credo che vi siano vari passaggi che inducono a questo («Senza di te, te lo vedi? Sì, il mondo/ l’aria il cane dei vicini che scodinzola/ e non sa. Ogni cosa lì come niente/ fosse: il traffico alle sette il caffè/ di fretta al bar dell’angolo le facce/ sul tram che cercano un senso»).

Ma una poesia forse riassume tutto ciò che vado dicendo riguardo questa gioia elementare, una poesia dedicata a Riccardo, penso il figlio, una poesia struggente, in cui si mischiano amori, sogni, speranze, sguardi alla vita passata, alle persone. Una poesia luziana, dall’amaro scandire, che traccia una linea di verità, di confine tra ciò che è, fu e forse non sarà, nel distacco, nello slancio tarpato del genitore riguardo la vita dei figli che, amore o meno, divengono pressoché ombre: «Da qui/ io ti scrivo da questa terra fertile/…/ Cerca almeno il modo il nodo/ al fazzoletto che trattiene tu/ prima che svaniscano le cose/ in un ricordo e resti poi dei giorni/ una storia di pioggia o poco d’altro./…/ Ci salveremo allora in qualche strano/ abuso di vita o dove resiste/ il silenzio degli alberi d’inverno./ Niente di più credo mentre corri via/ in un dicembre anonimo per sempre/ perdendoti in penombra in mezzo agli altri».

Nell’immagine vicino al titolo, particolare di un’opera di Franco Villoresi

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